
Quando, qualche tempo fa, mi sono trovato a studiare il ruolo della Heritage Foundation nel nuovo ecosistema conservatore americano, ho avuto l’impressione di osservare una delle tante stanze di un palazzo molto più grande. Un palazzo rumoroso, pieno di corridoi, di porte socchiuse, di alleanze improvvise e tradimenti sussurrati.
Quel palazzo si chiama MAGA.
Da fuori lo immaginiamo come un blocco compatto: una massa ideologica monolitica, fedele a un’unica visione del mondo. Ma è una rappresentazione fuorviante. Se si entra davvero nella “corte” del secondo mandato di Donald Trump, la scena somiglia molto meno a un esercito disciplinato e molto più a una corte rinascimentale: un ecosistema di interessi economici, correnti ideologiche e fedeltà personali che convivono in equilibrio precario.
Sotto l’ombrello retorico del MAGA – Make America Great Again – si muovono gruppi che spesso si detestano cordialmente. Eppure restano insieme. Non per convinzione ideologica. Ma perché al centro della stanza c’è Trump, che distribuisce favori come un principe distribuisce feudi.
E quando il potere funziona così, le contraddizioni non sono un problema: sono la regola del gioco.
I signori della nuova corte
Se proviamo a osservare la composizione di questa corte, possiamo individuare tre grandi gruppi.
Il primo è una novità del secondo mandato: i tecnoligarchi della Silicon Valley.
Dopo anni di tensioni con la Casa Bianca durante il primo ciclo trumpiano, alcune delle figure più potenti della tecnologia americana hanno scelto una strada diversa: quella del riavvicinamento pragmatico.
Tra loro troviamo nomi come Elon Musk, Jeff Bezos, Tim Cook e Mark Zuckerberg.
Giganti economici che hanno sostenuto il fondo inaugurale della nuova amministrazione e annunciato investimenti imponenti negli Stati Uniti.
La logica è semplice e antica quanto la politica: appoggiare il potere per orientarlo.
In cambio, la Casa Bianca promette ciò che la Silicon Valley desidera da anni: deregolamentazione, soprattutto nel campo dell’intelligenza artificiale, meno vincoli antitrust e politiche fiscali favorevoli alle grandi piattaforme digitali.
Il secondo gruppo appartiene a un capitalismo più tradizionale, meno glamour ma altrettanto potente: la grande imprenditoria americana.
Qui troviamo magnati dell’energia come Harold Hamm, simbolo della lobby petrolifera che ha sostenuto generosamente la campagna trumpiana. In cambio, la nuova amministrazione promette un ritorno all’energia fossile senza sensi di colpa: meno vincoli ambientali, nuove concessioni e sgravi fiscali.
Accanto a loro cresce anche l’influenza del complesso industriale-militare e carcerario. Aziende come Palantir Technologies o GEO Group vedono aumentare il valore delle proprie azioni grazie a contratti miliardari legati alla sicurezza interna, alla sorveglianza digitale e alla gestione dei centri di detenzione per migranti.
Il terzo pilastro è quello dei fedelissimi politici, la macchina che fa funzionare la presidenza giorno per giorno.
Qui troviamo la potente capo di gabinetto Susie Wiles, spesso descritta come la figura più influente della Casa Bianca.
C’è poi l’ideologo dell’immigrazione Stephen Miller, il volto più radicale della linea identitaria.
E infine il vicepresidente JD Vance, incaricato di fare ciò che Trump ha sempre apprezzato nei suoi alleati: colpire duro e senza esitazioni.
A orbitare intorno al potere restano poi figure familiari come Jared Kushner, genero del presidente e ambasciatore informale in missioni diplomatiche parallele.
Una corte, appunto. E ogni corte ha i suoi favoriti.
Le anime in conflitto
Se gli interessi economici sono diversi, le visioni ideologiche lo sono ancora di più.
Dentro il mondo MAGA convivono correnti che, in teoria, non dovrebbero stare nella stessa stanza.
I nazionalisti economici, incarnati da figure come JD Vance, vorrebbero proteggere l’industria americana con dazi e politiche protezionistiche. La loro America ideale è una nazione industriale che difende i lavoratori contro la globalizzazione.
Dall’altra parte troviamo i tecno-liberisti della Silicon Valley, rappresentati da pensatori come Peter Thiel e Marc Andreessen.
Per loro il futuro è una corsa sfrenata all’innovazione: meno regole, più capitale, più tecnologia.
È difficile immaginare due visioni più diverse.
Poi c’è l’ala neo-reazionaria e nazionalista cristiana, guidata da Stephen Miller e sostenuta da una galassia di movimenti culturali conservatori. Per loro la battaglia centrale non è economica ma culturale: fermare il “woke”, difendere la famiglia tradizionale, ridare alla religione un ruolo centrale nello spazio pubblico.
In un altro angolo troviamo gli isolationisti radicali, la cui voce più nota resta quella del commentatore Tucker Carlson. La loro priorità è chiara: meno guerre, meno alleanze globali, più attenzione ai problemi interni.
Infine c’è la vecchia guardia repubblicana, nostalgica del libero mercato classico e dell’ordine internazionale costruito dopo la Guerra fredda.
Cinque correnti. Cinque visioni dell’America.
Un solo presidente.
Il mercato delle ideologie
A prima vista queste differenze sembrano inconciliabili.
Il capitalismo aggressivo della Silicon Valley rischia di distruggere i posti di lavoro che i populisti promettono di difendere.
Il protezionismo industriale irrita le grandi multinazionali.
L’isolazionismo entra in collisione con gli interessi del complesso militare.
Eppure tutto continua a funzionare.
Perché per Trump le ideologie non sono dogmi.
Sono strumenti di mobilitazione.
Quando parla agli imprenditori promette deregolamentazione.
Quando parla agli operai promette dazi contro la Cina.
Quando parla agli evangelici promette una guerra culturale contro il progressismo.
È un mercato politico in cui ogni gruppo riceve la propria esca.
Ai tecnoligarchi: il futuro e l’intelligenza artificiale senza troppi vincoli.
Ai petrolieri: il presente fatto di trivelle e sgravi fiscali.
Agli elettori popolari: la promessa di difendere l’America contro migranti e globalizzazione.
Il potere come rete personale
In questo sistema il potere non scorre solo attraverso le istituzioni ufficiali.
Al centro della rete troviamo la famiglia:
Donald Trump Jr., Eric Trump, Ivanka Trump e Jared Kushner.
Questa cerchia funge spesso da canale parallelo tra politica e affari.
Licenze internazionali del marchio Trump, progetti immobiliari all’estero, consulenze strategiche: una galassia di opportunità economiche che cresce intorno alla presidenza come un sistema di satelliti.
In una corte rinascimentale si parlava di patronato.
Nel XXI secolo lo chiamiamo networking.
Il principio, però, è lo stesso.
Un equilibrio instabile
Alla fine, la corte di Trump assomiglia a un grande laboratorio politico.
Un luogo in cui convivono tecnologia futuristica e nostalgia industriale, capitalismo aggressivo e populismo operaio, isolazionismo e ambizioni di potenza.
Non esiste una vera sintesi tra queste visioni.
E probabilmente non esisterà mai.
L’equilibrio regge per un solo motivo:
Trump è l’unico capace di distribuire i premi.
Un decreto per i petrolieri.
Un incontro alla Casa Bianca per i miliardari della tecnologia.
Un giudice conservatore per gli evangelici.
Un comizio infuocato per gli operai del Midwest.
Finché il flusso dei favori continua, la pace regge.
Ma è una pace fragile, quasi teatrale.
Come spesso accade nelle corti, gli alleati di oggi possono diventare i rivali di domani.
E nel grande mercato del potere trumpiano c’è una sola certezza:
il piatto finale, qualunque sia la ricetta ideologica, serve sempre a rafforzare il potere di chi sta al centro della tavola.
(Giancarlo Salvetti)
Prompt:
Intro: dopo l'Heritage Foundation è arrivato il momento di approfondire quel grande ombrello noto come MAGA, visto come un monolite, ma è un errore. La "corte" di Donald Trump nel suo secondo mandato è un ecosistema variegato e volutamente contraddittorio, in cui interessi economici, correnti ideologiche e fedeltà personali coesistono e competono per l'influenza. Sotto l'ampio ombrello retorico del MAGA (Make America Great Again), si muovono diverse anime, spesso in aperta tensione tra loro, ma tenute insieme da un unico collante: la lealtà a Trump e la capacità del presidente di distribuire premi e favori.
parte 1: I protagonisti di questa corte si possono suddividere in tre grandi gruppi. Il primo è quello dei tecnoligarchi della Silicon Valley, una novità significativa del secondo mandato. Figure come Elon Musk, Jeff Bezos, Tim Cook e Mark Zuckerberg, dopo un primo mandato all'insegna dello scontro, hanno cercato un riavvicinamento strategico, donando ingenti somme al fondo inaugurale e annunciando massicci piani di investimento. In cambio, ottengono dalla nuova amministrazione una forte deregolamentazione del settore, in particolare per l'intelligenza artificiale, e politiche fiscali favorevoli. Il secondo gruppo è quello della grande imprenditoria tradizionale, che spazia dai magnati del petrolio come Harold Hamm, che hanno investito centinaia di milioni per sostenere Trump e ottenuto in cambio nuovi sgravi fiscali, al complesso industriale-militare e carcerario, con aziende come Palantir e GEO Group che vedono lievitare il valore delle loro azioni grazie a contratti miliardari legati alla sicurezza e all'immigrazione. Il terzo pilastro è rappresentato dai fedelissimi politici e strateghi che gestiscono l'amministrazione giorno per giorno. Qui troviamo la Capo di Stato Maggiore Susie Wiles, considerata la persona più influente della Casa Bianca, l'ideologo dell'immigrazione Stephen Miller, e il vicepresidente JD Vance, che agisce come fedele "attaccante" del presidente. A questi si aggiungono figure esterne all'amministrazione, come il genero Jared Kushner, a cui Trump affida delicati incarichi di diplomazia parallela.
parte 2: A livello ideologico, la tensione è ancora più evidente. All'interno del movimento MAGA convivono correnti non solo diverse, ma spesso apertamente contraddittorie. I nazionalisti economici (come JD Vance) vorrebbero proteggere l'industria americana con dazi e politiche protezionistiche, guardando con sospetto alle grandi corporation. I neo-reazionari e nazionalisti cristiani (come Stephen Miller) hanno come priorità assoluta la guerra culturale contro il "woke" e la difesa dei valori tradizionali. I tecno-ottimisti della Silicon Valley (Peter Thiel, Marc Andreessen) spingono invece per un liberismo sfrenato, deregolamentazione totale e innovazione tecnologica senza freni. Gli America First isolationisti (Tucker Carlson) vorrebbero tagliare i ponti con il mondo e smantellare le alleanze storiche. Infine, la vecchia guardia repubblicana sogna un ritorno al libero mercato classico e alla stabilità internazionale, senza le scosse delle guerre culturali.
parte 3: Queste correnti cozzano violentemente su punti nevralgici: la grande impresa contro i lavoratori, la tecnologia contro la tradizione, l'interventismo militare contro l'isolazionismo. Eppure, per Trump, tutto fa brodo. Le correnti ideologiche non sono per lui fedi, ma merce di scambio. Le usa per mobilitare l'elettorato, raccogliere fondi e consolidare il potere, con un unico fine ultimo: il tornaconto personale e familiare. In questo "mercato" del potere, a ognuno viene data la sua esca. Ai tecnoligarchi offre il futuro e la deregulation. Ai petrolieri offre il presente e gli sgravi fiscali. Ai cristiani offre la battaglia culturale e giudici conservatori. Agli operai offre la guerra ai migranti e alla Cina.
parte 4: Non c'è sintesi tra queste visioni, perché sono oggettivamente in contraddizione: il capitalismo sfrenato dei tech, per esempio, uccide i posti di lavoro degli operai populisti. L'unico che le tiene insieme è Trump, perché è l'unico che può distribuire i premi: un decreto per i petrolieri, una cena alla Casa Bianca per i tech, un tweet di sostegno per i cristiani. Al centro di questo sistema, la famiglia (Donald Jr., Eric, Ivanka, Jared Kushner) e gli amici più fidati fungono da filtro e da canali non ufficiali per capitalizzare economicamente il passaggio in politica, attraverso licenze, contratti immobiliari all'estero e consulenze.
parte 5: la corte di Trump è un ecosistema in cui ogni gruppo porta un ingrediente ideologico diverso, ma il piatto finale serve solo a ingrassare lui e la sua cerchia. La pace tra questi gruppi è sempre temporanea e l'unico vero collante rimane la fedeltà personale al presidente, l'arbitro e regista unico di questo mercato del potere.
Articolo: intro, parte 1 , parte 2 , parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.
Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico".
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