
Il problema di Donald Trump è quello tipico degli idioti presuntuosi che non pensano alle conseguenze. Probabilmente immaginava una replica di quanto avvenuto a giugno: pochi giorni di bombardamenti mirati, qualche base polverizzata, e poi la proclamazione della vittoria davanti alle telecamere. Missione compiuta, bandiere al vento, applausi negli Stati chiave.
Forse sperava addirittura nel colpo grosso: eliminare Ali Khamenei, decapitare il regime e chiudere la partita in fretta. Una fantasia che a Washington piace sempre molto: l’idea che il Medio Oriente sia un domino, dove basta far cadere la tessera giusta e il resto segue.
Ma i piani, si sa, spesso si scontrano con la realtà. E la realtà, quando parliamo di guerra, è una bestia poco incline a obbedire ai tweet.
Il distributore di benzina come campo di battaglia
Oggi la realtà per Trump è fatta di numeri. Numeri molto sgradevoli.
Il prezzo della benzina — l’arma preferita con cui ha colpito l’amministrazione di Joe Biden per anni — sta impennando. Dopo l’azione militare contro Iran ha superato i tre dollari e mezzo al gallone, con un balzo di oltre mezzo dollaro in un mese.
Sembra poco? Non negli Stati Uniti.
Per milioni di americani la politica estera è una questione molto concreta: quanto costa riempire il serbatoio del pickup. Quando la pompa sale, la pazienza scende.
Trump lo sa benissimo. Per anni ha costruito la sua narrativa sul contrario: prezzi bassi, energia abbondante, America forte. Ora il rischio è che proprio quella narrativa gli esploda tra le mani, mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato.
Come se non bastasse, c’è la questione più delicata di tutte: le vittime civili.
Gli investigatori militari hanno stabilito che sono stati gli Stati Uniti a colpire una scuola elementare in Iran, uccidendo almeno 175 bambine. Un errore dovuto a informazioni non aggiornate, un bersaglio identificato male, una catena di decisioni presa troppo in fretta.
Una tragedia. Anche un disastro politico.
Trump, interpellato dai giornalisti, ha liquidato la questione con un “non ne so nulla”.
Frase breve. Ma pesante come piombo.
La risposta iraniana: non vincere, logorare
Nel frattempo Teheran non ha alcuna intenzione di fermarsi.
L’Iran ha respinto le richieste di cessate il fuoco e sta facendo esattamente quello che molti analisti temevano: allargare il conflitto in modo asimmetrico.
Colpisce paesi arabi sunniti, attacca infrastrutture petrolifere, destabilizza il traffico marittimo. Mine nello Stretto di Hormuz, sabotaggi contro petroliere, operazioni indirette che rendono ogni nave una possibile vittima.
È una strategia semplice e brutale: se non puoi battere militarmente gli Stati Uniti, rendi la guerra economicamente insostenibile.
L’Iran non deve conquistare nulla. Deve solo far salire il prezzo del petrolio abbastanza da creare il panico nei mercati.
Una guerra di logoramento energetico.
Ed è una strategia che, purtroppo per Washington, funziona.
Il petrolio come arma
Il Brent ha già superato i cento dollari al barile.
I porti iracheni stanno interrompendo le operazioni. Le compagnie assicurative raddoppiano i premi per le navi che transitano nella regione. Gli armatori iniziano a deviare le rotte.
Ogni giorno di tensione significa milioni di dollari che evaporano.
La Casa Bianca — che pure aveva scommesso su un’operazione breve — ora si trova di fronte a una dinamica molto diversa: un conflitto che non si spegne, ma si espande lentamente, come una crepa nel ghiaccio.
Ed è qui che la domanda diventa inevitabile.
Chi resisterà più a lungo?
Per l’Iran la vittoria è semplice: sopravvivere. Il regime non deve conquistare Washington. Gli basta restare in piedi.
Per gli Stati Uniti, invece, la definizione di vittoria è molto più complicata.
Cambiare regime? Improbabile.
Distruggere il programma militare iraniano? Temporaneo, al massimo.
Stabilizzare la regione? Buona fortuna.
Il problema di dichiarare vittoria
Trump continua a dire che la guerra sta per finire. Che è ora di tornare a casa.
Una frase che suona bene nei comizi.
Molto meno nella realtà.
Perché proclamare vittoria mentre il prezzo della benzina sale e i Pasdaran dettano il ritmo del conflitto è un esercizio di equilibrismo.
L’elettorato americano può accettare una guerra breve e vincente. Può persino tollerare un conflitto lungo se percepisce un obiettivo chiaro.
Ma una guerra costosa, confusa e senza finale definito? Quella è la combinazione perfetta per perdere consenso.
E soprattutto c’è un dettaglio che nessun presidente può ignorare.
Non si abbassa il prezzo della benzina con un discorso televisivo.
Nemmeno con un tweet.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: Il problema di Trump è quello tipico degli idioti presuntuosi che non pensano alle conseguenze. Probabilmente immaginava una replica di quanto avvenuto a giugno, pochi giorni di bombardamenti mirati e poi la proclamazione della vittoria. Forse sperava addirittura di eliminare Khamenei, decapitare il regime e chiudere la partita in fretta. Ma i piani, si sa, spesso si scontrano con la realtà.
parte 1: E la realtà oggi è fatta di numeri che per Trump sono pessimi. Il prezzo della benzina, da lui sempre usato come arma contro Biden, sta impennando: dopo l'azione in Iran ha superato i tre dollari e mezzo al gallone, con un balzo di oltre mezzo dollaro in un mese. Per un presidente che aveva fatto della discesa dei prezzi il suo vanto, e che guarda già alle elezioni di metà mandato, è una mazzata. A peggiorare le cose, gli investigatori militari hanno stabilito che sono stati gli Stati Uniti a colpire una scuola elementare in Iran, uccidendo almeno 175 bambine. Un errore dovuto a informazioni non aggiornate, un macello che Trump ha liquidato con un "non ne so nulla". Difficile far finta di niente.
parte 2: Nel frattempo l'Iran non solo ha respinto le richieste di cessate il fuoco, ma sta allargando il conflitto. Colpisce paesi arabi sunniti e strutture petrolifere, ha piazzato mine nello Stretto di Hormuz, ha fatto saltare petroliere. Il suo obiettivo dichiarato è una guerra di logoramento che faccia schizzare i prezzi del petrolio alle stelle, mettendo in ginocchio gli alleati di Washington e costringendo gli americani a implorare la fine.
parte 3: E infatti il Brent ha già superato i cento dollari al barile, i porti iracheni hanno interrotto le operazioni, e la Casa Bianca sembra in preda al panico. La domanda ora è: chi resisterà più a lungo? Per l'Iran la vittoria è semplice: sopravvivere. Per gli Stati Uniti, invece, non è chiaro quale sia l'obiettivo finale.
parte 4: Trump dice che la guerra sta per finire, che è ora di tornare a casa. Ma come si fa a proclamare vittoria, quando i prezzi della benzina sono alle stelle e i pasdaran hanno imposto il loro gioco? Come si convince l'elettorato americano che non è stata una sconfitta? Difficile far tornare la benzina sotto i tre dollari schioccando le dita.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo.
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