
Quello che colpisce, osservando il conflitto tra Israele e Iran attraverso il grande acquario dei social network, non è tanto la violenza — purtroppo la violenza accompagna ogni guerra come la colonna sonora di un film che nessuno vorrebbe vedere. No, ciò che sorprende davvero è la straordinaria facilità con cui circolano notizie palesemente false.
Video generati con l’intelligenza artificiale che sembrano usciti da un videogame del 2007, immagini di città distrutte che non esistono, mappe improbabili, carri armati che esplodono con una coreografia quasi hollywoodiana. Materiale così grossolano che, in altri tempi, avrebbe fatto sorridere persino un adolescente.
Eppure qualcuno ci crede.
Anzi: qualcuno esulta.
“Tel Aviv rasa al suolo.”
“Danni incredibili.”
“L’Iran sta stravincendo.”
Poi scorrono i commenti, con quell’entusiasmo un po’ infantile che gli italiani riservano di solito alle partite della Nazionale: “Sììì, così imparano.”
Il dettaglio marginale è che si parla di centinaia di morti. Civili. Persone nelle proprie case.
Ma, come spesso accade su internet, la realtà è un accessorio.
Il curioso caso del catto-comunismo
A questo punto entra in scena un fenomeno molto italiano, che ha sempre esercitato su di me una certa fascinazione sociologica: il cosiddetto catto-comunismo.
Il termine viene spesso usato come insulto, ma in realtà descrive una struttura mentale piuttosto riconoscibile.
Parliamo di persone cresciute in parrocchia, all’oratorio, nelle associazioni cattoliche. Persone che hanno respirato per anni un linguaggio fatto di redenzione, sacrificio, comunità, missione morale.
Poi, a un certo punto, la fede religiosa si attenua o scompare. Ma la struttura resta.
Il Regno dei Cieli diventa la società giusta.
Il peccato diventa l’oppressione.
La salvezza diventa la rivoluzione.
Il lessico cambia, ma l’architettura mentale rimane sorprendentemente simile: fervore morale, senso di missione, e soprattutto una rassicurante divisione del mondo tra Bene e Male.
È una semplificazione molto comoda. E anche molto seducente.
Quando la politica diventa religione
Il problema nasce quando questa struttura perde il freno della trascendenza.
Nella religione tradizionale, per quanto dogmatica, esiste comunque un elemento che relativizza il giudizio umano: Dio. Un tribunale superiore che invita alla prudenza, alla misericordia, perfino al dubbio.
Quando quella dimensione sparisce, la politica rischia di diventare una religione civile.
E qui avviene una curiosa metamorfosi. Sotto la retorica della bontà, dell’accoglienza, della solidarietà universale, compare una rigidità sorprendentemente severa.
Chi non aderisce non è più semplicemente qualcuno con cui discutere.
Diventa qualcuno da correggere.
Un colpevole morale.
Un impuro.
In certi casi, un individuo che merita una pedagogia piuttosto energica.
La storia europea conosce bene questa dinamica: le ideologie più convinte della propria bontà sono spesso quelle meno inclini alla tolleranza.
Il dato che nessuno racconta
Poi esiste un dato curioso, di quelli che nei giornali finiscono spesso in fondo alla pagina, quasi per pudore statistico.
Il 14% degli italiani considera accettabile l’ipotesi di espellere gli ebrei dall’Italia.
Quattordici per cento.
Tradotto in cifre: circa 8 milioni e 300 mila persone.
Più o meno l’equivalente demografico di Milano, Roma e Napoli messe insieme.
È una quantità di cittadini sufficiente per riempire una discreta regione europea.
Sarebbe interessante capire chi sono queste persone. Sociologicamente parlando sarebbe persino un esperimento illuminante.
Una cosa però si può escludere con ragionevole tranquillità: non si tratta, come qualcuno ama suggerire, di una massa di immigrati musulmani di seconda generazione.
La matematica, a volte, è una disciplina crudele.
L’anno in cui l’antisemitismo è tornato di moda
Nel 2025 l’antisemitismo ha conosciuto una curiosa primavera.
Graffiti, sinagoghe vandalizzate, aggressioni verbali e fisiche, discriminazioni più o meno sottili. Piccole cose, dirà qualcuno. Episodi isolati.
Naturalmente gli episodi isolati hanno la curiosa tendenza a moltiplicarsi.
In alcune città europee presentarsi con una kippà, parlare ebraico o avere un cognome facilmente riconoscibile può diventare un piccolo inconveniente sociale. A volte persino un rischio.
La spiegazione ufficiale è semplice: Gaza.
Ma Gaza non è più soltanto un luogo geografico. È diventata una metonimia, un cortocircuito emotivo.
L’ebreo diventa Israele.
Israele diventa Gaza.
Gaza diventa il male assoluto.
In questo elegante domino simbolico, un antico pregiudizio religioso trova una nuova giustificazione morale.
Finalmente si può dire ad alta voce ciò che prima era considerato imbarazzante. Il fastidio per un popolo che — per qualche ragione storica, culturale o semplicemente statistica — continua a produrre premi Nobel mentre noi scortichiamo con entusiasmo i gratta e vinci.
L’invidia, quando trova una buona copertura morale, diventa quasi una virtù civica.
La morale come arma
Se si mettono insieme questi elementi, il quadro diventa piuttosto riconoscibile.
Una certa cultura italiana, cresciuta a pane e catechismo, ha imparato a pensare il mondo in termini morali assoluti. Nel tempo ha sostituito la fede in Dio con la fede nell’ideologia, ma il meccanismo è rimasto identico.
C’è sempre una comunità dei giusti.
E poi c’è il resto dell’umanità.
I puri e gli impuri.
Gli oppressi e gli oppressori.
Chi merita solidarietà e chi merita, al massimo, una lezione esemplare.
Quando questa visione incontra una guerra, il risultato è quasi prevedibile. Non si cerca la verità dei fatti, che è sempre disordinata e moralmente ambigua.
Si cerca la conferma della propria superiorità morale.
E quando la si trova — o si decide di trovarla — diventa possibile giustificare praticamente tutto.
Anche l’entusiasmo per la morte di civili.
Anche l’odio più antico del continente europeo.
L’improvvisa geometria della compassione
A quel punto emerge un curioso fenomeno emotivo.
Gli appelli per i bambini di Gaza, le lacrime pubbliche per le vittime innocenti, le manifestazioni per la pace universale: tutto molto nobile, tutto molto umano.
Poi, al primo sentore di morti dall’altra parte, la geometria della compassione cambia improvvisamente forma.
La sofferenza diventa selettiva.
La pietà diventa partigiana.
E la morte dei civili — che fino a pochi minuti prima era un orrore assoluto — si trasforma in un piccolo evento sportivo, accompagnato da commenti entusiasti.
Una scena che dice molto meno sulla geopolitica mediorientale e molto di più sulla psicologia europea.
E soprattutto su quella strana tentazione morale che ogni tanto riaffiora nelle società convinte di essere le più buone del mondo: l’idea che l’odio, se indirizzato verso la persona giusta, possa diventare una forma di virtù.
(Luisa Bianchi)
Prompt:
Intro: Quello che mi colpisce, del conflitto in Iran, non è tanto la violenza, quanto l'incredibile facilità con cui girano notizie false. Video generati maldestramente con l'AI, immagini improbabili, eppure qualcuno ci crede. Anzi: qualcuno esulta. "Tel Aviv rasa al suolo", "danni incredibili", "l'Iran sta stravincendo". E intanto scorrono i commenti: "Sìììì, ben gli sta, così imparano". Si parla di centinaia di morti. Civili. Gente nelle proprie case.
parte 1: Poi pensi a un fenomeno tutto italiano: il catto-comunismo. Non è una parolaccia, è una categoria. Descrive persone cresciute in parrocchia, all'oratorio, nelle associazioni cattoliche, che hanno trasferito intatta la struttura della fede dentro la politica. Il Regno dei cieli diventa la società giusta. Il peccato diventa l'oppressione. La salvezza diventa la rivoluzione. La struttura mentale, però, è la stessa: fervore morale, senso di missione, divisione netta tra Bene e Male.
parte 2: Il problema è quando questa struttura perde il freno della trascendenza. La politica diventa religione civile. E sotto la retorica della bontà, dell'accoglienza, della solidarietà, si nasconde una rigidità feroce. Chi non aderisce non è un avversario: è un colpevole. Un impuro. Qualcuno da redimere o da cancellare.
parte 3: E infine arriva il dato che nessuno racconta. Quello che i giornali ignorano o infilano in un trafiletto di pagina interna: il 14% degli italiani concorda con l'ipotesi di espellere gli ebrei dall'Italia. Quattordici per cento. Più di uno su dieci. 8.330.000 persone. Più Milano, Roma e Napoli messe insieme. Sarebbe interessante analizzare chi sono queste persone. Una cosa posso escludere già: non stiamo parlando di immigrati musulmani di seconda generazione.
parte 4: E non è un dato astratto: nel 2025 l'antisemitismo è esploso. Graffiti, sinagoghe vandalizzate, aggressioni, discriminazioni. Presentarsi con una kippà, parlare ebraico, avere un cognome riconoscibile può diventare un problema. A volte persino un pericolo. Perché? La risposta è in una parola: Gaza. Che non è più solo un luogo geografico, ma è diventata una metonimia, un cortocircuito che fonde l'ebreo con Israele, l'antico pregiudizio religioso con l'accusa di genocidio. Finalmente, forse, possiamo dire ad alta voce il fastidio per quelli che "vincono premi Nobel mentre noi scortichiamo un gratta e vinci".
parte 5: Ora provate a mettere insieme questi tre pezzi. C'è una certa cultura italiana, cresciuta a pane e catechismo, che ha imparato a pensare il mondo in bianco e nero. Che ha sostituito la fede in Dio con la fede nell'ideologia. Che predica la bontà ma coltiva un moralismo feroce. Che divide l'umanità tra puri e impuri, tra oppressi e oppressori, tra chi merita solidarietà e chi merita solo di morire. E quando questa cultura incontra una guerra, quando deve scegliere da che parte stare, non cerca la verità. Cerca la conferma della propria superiorità morale. E per averla, è disposta a giustificare qualsiasi cosa. Anche la gioia per la morte di civili. Anche l'odio più antico, quello contro gli ebrei.
parte 6: E allora ti chiedi: tutti quegli appelli per i bambini di Gaza, per le vittime innocenti, erano sinceri? Perché al primo sentore di morti "dall'altra parte", quella per cui non tifiamo, la sete di sangue diventa improvvisamente legittima. Quasi gioiosa.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo.
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