La Guerra Digitale: Come i Fake Account Manipolano le Narrazioni

Mettiamo insieme due informazioni che, prese singolarmente, possono sembrare semplici curiosità di cronaca. Ma se le osserviamo con un minimo di attenzione scientifica, come due dati di uno stesso esperimento, il quadro cambia completamente.

La prima: qualche tempo fa è emerso che cinque persone in Lituania gestivano cinquanta milioni di profili falsi sui social network. Cinquanta milioni. Non parliamo di un piccolo gruppo di troll improvvisati, ma di una struttura che utilizzava migliaia di schede SIM, connessioni Wi-Fi distribuite e un sistema di intelligenza artificiale capace di coordinare conversazioni apparentemente spontanee. Like, commenti, condivisioni, discussioni accese sotto un post: tutto orchestrato da un algoritmo che simulava il comportamento umano.

La seconda informazione riguarda qualcosa che molti studiosi della disinformazione avevano già notato da tempo. La galassia no-vax e quella filorussa hanno finito per sovrapporsi quasi perfettamente. Non è un’impressione soggettiva, ma un fenomeno documentato. Già nel 2022 una lunga indagine pubblicata da Politico mostrava come molti canali Telegram, video su YouTube e gruppi Facebook nati attorno al complottismo sui vaccini avessero iniziato a integrare sistematicamente la propaganda del Cremlino. Quando l’Unione Europea ha bandito Russia Today, i suoi contenuti non sono scomparsi: sono riemersi su piattaforme alternative come Odysee, spesso affiancati da video negazionisti sul Covid.

Se mettiamo insieme questi due elementi — la capacità tecnica di simulare milioni di persone e l’ecosistema complottista già predisposto ad accogliere narrazioni alternative — cominciamo a intravedere qualcosa di più grande.

Per capire il fenomeno dobbiamo ricordare una cosa semplice: le idee non circolano nel vuoto. Anche nel mondo digitale seguono percorsi, reti, infrastrutture. Come le molecole in una reazione chimica, hanno bisogno di un ambiente favorevole per diffondersi.

Un esempio interessante è quello di QAnon, il movimento nato negli Stati Uniti che per anni ha creduto all’esistenza di una gigantesca cospirazione mondiale legata alla pedofilia e ai poteri occulti. Una teoria che, se la osserviamo con un minimo di distacco, sembra uscita da un romanzo distopico.

Eppure, all’interno di quell’universo narrativo, l’invasione dell’Ucraina è stata reinterpretata in modo sorprendente. Per molti sostenitori di QAnon, Vladimir Putin non avrebbe attaccato l’Ucraina per ragioni geopolitiche, ma per salvare bambini russi vittime di abusi sessuali da parte degli ucraini.

Sembra assurdo, ma questa narrazione si collega a un’altra teoria molto diffusa online: quella dei presunti biolaboratori ucraini in cui si svilupperebbero armi biologiche o nuove pandemie. Una storia che, se si va a ritroso nelle fonti, compare per la prima volta nella propaganda russa già nel 2014, all’inizio della guerra nel Donbas.

È un esempio perfetto di come funziona la disinformazione: non si inventa tutto da zero, ma si costruiscono ponti tra narrazioni già esistenti.

Qui entra in gioco un elemento spesso sottovalutato: la struttura della rete.

Molte persone immaginano le teorie del complotto come il prodotto di individui isolati che “si fanno domande scomode”. In realtà, dal punto di vista sociologico e informatico, il fenomeno è molto più simile a un ecosistema.

In Italia questo ecosistema ha anche nomi ben riconoscibili. Alcuni siti — come L’Antidiplomatico, Il Paragone o Grande Inganno — sono citati in diversi report internazionali come nodi importanti nella diffusione di contenuti disinformativi su pandemia e guerra in Ucraina.

Il problema non è solo ciò che pubblicano, ma il modo in cui quei contenuti circolano. Un articolo viene rilanciato da pagine Facebook, poi ripreso su Telegram, quindi discusso in video su YouTube o su piattaforme alternative. Ogni passaggio amplifica la percezione che quell’informazione sia diffusa e condivisa.

Nel frattempo, alcune figure provenienti da questi ambienti finiscono a lavorare negli staff parlamentari europei o in commissioni che si occupano proprio dei rapporti con la Russia. Non è necessariamente una prova di coordinamento diretto, ma è un segnale di quanto queste reti possano estendersi dal mondo digitale alla politica reale.

C’è un dettaglio tecnico che merita attenzione. Gli algoritmi dei social network non capiscono se un contenuto è vero o falso. Valutano solo il livello di interazione.

Per semplificare, possiamo immaginare l’algoritmo come un gestore di biblioteca un po’ distratto. Se vede che cento persone stanno leggendo lo stesso libro, penserà che sia interessante e lo metterà in vetrina. Non si chiede se il libro contenga informazioni corrette.

Ora immaginiamo di poter simulare quelle cento persone.

Con cinquanta milioni di profili falsi è possibile creare artificialmente l’impressione che un contenuto sia virale. Like, commenti, condivisioni: l’algoritmo registra attività intensa e decide di mostrarlo a utenti reali. A quel punto la diffusione diventa autentica.

È un meccanismo che può trasformare qualunque cosa in un fenomeno apparentemente popolare. Un libro che nessuno legge, un musicista che nessuno ascolta, un candidato alle elezioni locali, oppure una teoria infondata sui vaccini.

Una volta avviato il processo, la macchina continua da sola.

La guerra informativa non è una novità storica. Già nel Novecento propaganda e contropropaganda erano strumenti centrali dei conflitti.

La differenza è che oggi il campo di battaglia non è più solo la televisione o la stampa, ma un ecosistema digitale governato da piattaforme private. Spazi che noi tendiamo a percepire come piazze pubbliche, ma che in realtà funzionano secondo regole proprietarie e algoritmiche.

Il Cremlino ha compreso molto presto il potenziale di questo sistema. Diversi analisti ritengono che già intorno al 2020 la strategia russa abbia iniziato a puntare in modo esplicito sull’influenza digitale.

In altri paesi europei le conseguenze sono state evidenti. In Romania, ad esempio, alcune elezioni locali sono state annullate dopo l’emergere di interferenze coordinate attraverso reti di account falsi.

Questo non significa che ogni contenuto critico verso l’Occidente sia propaganda russa. Sarebbe un errore semplificare così. Ma ignorare l’esistenza di queste operazioni sarebbe altrettanto ingenuo.

Alla fine, la questione più interessante non riguarda tanto chi produce la disinformazione, ma chi la riceve.

Molte persone che oggi sono convinte di aver scoperto “la verità nascosta” sui vaccini o sulla guerra in Ucraina non si percepiscono come vittime di propaganda. Al contrario, si vedono come individui più lucidi degli altri.

Dal punto di vista psicologico è comprensibile. Gli esseri umani sono naturalmente attratti dalle spiegazioni che promettono di rivelare ciò che gli altri non vedono. È una dinamica cognitiva molto studiata.

Il problema nasce quando questa dinamica viene sfruttata deliberatamente.

Dietro certi contenuti non c’è solo l’opinione di qualcuno, ma un apparato capace di simulare consenso, orientare algoritmi e moltiplicare artificialmente la visibilità di una narrazione.

Chi incontra quella narrazione raramente si accorge di essere entrato in un ambiente costruito apposta per convincerlo.

E forse questo è l’aspetto più inquietante di tutta la storia. Non la propaganda in sé — che esiste da secoli — ma la sua capacità di travestirsi da spontaneità.

La scienza ci insegna che per capire un fenomeno dobbiamo guardare non solo ai suoi effetti, ma anche al sistema che lo produce. Nel caso della disinformazione digitale, quel sistema è ormai enorme, sofisticato e invisibile.

E riconoscerne l’esistenza è il primo passo per non diventarne parte inconsapevole.

(Giulia Remedi)

Prompt:

intro: mettiamo insieme un paio di informazioni. La prima: cinque persone in Lituania gestivano cinquantamilioni di profili falsi. Cinquanta milioni. Con migliaia di sim, connessioni wifi e un'intelligenza artificiale che coordinava tutto, riuscivano a far sembrare "spontanee" intere conversazioni, like, commenti, condivisioni. Erano dilettanti, tra l'altro. La seconda: chi segue le dinamiche della disinformazione si è accorto da tempo che la galassia no vax e quella filorussa si sono allineate perfettamente. Non è una percezione, è un fatto documentato. Già nel 2022, Politico pubblicò un'indagine che mostrava come i canali Telegram, YouTube e i gruppi Facebook dedicati al complottismo sui vaccini avessero integrato la propaganda di Mosca. Quando l'Europa ha bandito Russia Today, i suoi contenuti sono ricomparsi su piattaforme come Odysee, affiancati da video negazionisti sul Covid.

parte 1: E non è solo questione di Russia Today. Prendiamo QAnon, quel gruppo che ha creduto per anni alle teorie più strampalate su pedofilia e poteri occulti. Ecco, per loro Putin ha invaso l'Ucraina per salvare i bambini russi dagli abusi sessuali degli ucraini. E questa cosa si aggancia a un'altra teoria, quella dei biolaboratori ucraini dove si farebbero esperimenti per creare nuove pandemie, che in realtà nasce in Russia nel 2014, proprio con l'inizio della guerra nel Donbas.

parte 2: Il punto è che queste cose non nascono dal nulla, non sono il frutto di persone che "ci sono arrivate da sole" ragionando col proprio cervello. Sono il prodotto di una macchina. E in Italia questa macchina ha dei nomi e delle facce precise, siti come L'Antidiplomatico, Il Paragone, Grande Inganno, che i report internazionali citano tra i principali diffusori di disinformazione su pandemia e guerra. Persone che poi finiscono negli staff parlamentari a Bruxelles, nelle commissioni che si occupano proprio dei rapporti con la Russia.

parte 3: Ecco, io penso che quando leggiamo un post che ci sembra "la verità nascosta" o quando vediamo un video diventare virale in poche ore, dovremmo fermarci un attimo e chiederci se quello che abbiamo davanti è davvero spontaneo. Perché con cinquantamilioni di like comprati e piazzati dove vuoi tu, puoi far sembrare di successo un libro che nessuno legge, un musicista che non sa suonare, un candidato alle elezioni comunali, o una teoria assurda sui vaccini. E una volta che l'algoritmo vede quel successo fasullo, comincia a girarti al pubblico vero, e allora sì che la macchina si mette davvero in moto.

parte 4: Putin questo lo ha capito bene, tant'è che nel 2020 ha deciso che la guerra si sarebbe vinta o persa proprio qui, in questo ecosistema digitale che noi continuiamo a trattare come se fosse un parco pubblico quando in realtà è una proprietà privata. Salvini provò per anni ad accedere a questi strumenti, come accertato dalla magistratura, ma veniva sempre rifiutato. Perché sono armi preziose, vanno dosate, usate con parsimonia. Se le usi troppo smettono di funzionare, come è successo in Romania dove le elezioni sono state annullate proprio per interferenze coordinate.

parte 5: Alla fine la verità è una sola: quelle persone che oggi sono convinte di essere più furbe degli altri, di aver scoperto chissà quale verità nascosta su vaccini e guerra in Ucraina, non sono arrivate da sole a quelle conclusioni. Sono state indottrinate da un apparato che ha speso risorse enormi per far sembrare spontaneo ciò che spontaneo non è. E la cosa più inquietante è che loro non lo sanno nemmeno, sono convinte di avere visto oltre, di aver capito qualcosa che gli altri non capiscono. Invece hanno semplicemente incontrato la macchina perfetta.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove necessario.

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