
In questi giorni Peter Thiel è a Roma e, puntuale, è scattato il solito copione mediatico. Il guru della Silicon Valley. L’Anticristo. Gli algoritmi che conquistano il mondo. La tecnocrazia che sostituisce la democrazia.
Un copione rodato, quasi rassicurante nella sua ripetitività. Un po’ teologia medievale, un po’ fantascienza anni Novanta. E soprattutto una narrazione che funziona sempre: perché semplifica, spaventa, affascina. E ci solleva da una fatica più grande — capire davvero come stanno le cose.
Mi è tornata in mente una scena di qualche anno fa. Un bar di provincia, di quelli dove il televisore resta acceso anche senza audio. Due uomini discutono animatamente: “Ormai decidono tutto loro, gli algoritmi”. L’altro annuisce, sorseggiando un caffè. Nessuno dei due saprebbe spiegare cosa sia davvero un algoritmo. Ma la sensazione è chiarissima. Qualcuno, altrove, sta decidendo per noi.
E forse è proprio questa sensazione il vero terreno fertile su cui attecchiscono certe storie.
Thiel, del resto, è un abilissimo costruttore di narrazioni. Non è solo un imprenditore: è un autore, nel senso più pieno del termine. Da anni mescola tecnologia, filosofia politica e religione — René Girard, Leo Strauss, escatologia cristiana — per costruirsi un’immagine precisa: quella dell’imprenditore-filosofo che osserva i destini della civiltà dall’alto.
È una costruzione raffinata. AI contro Stato totale. Innovazione contro Apocalisse. Libertà contro Anticristo.
Funziona perché parla a un bisogno antico: dare un senso al caos.
Ma il punto interessante non è tanto lui. È il contesto che lo accoglie. Il motivo per cui questa retorica trova sempre un ecosistema mediatico pronto ad amplificarla, spesso senza troppe verifiche, senza troppo attrito critico.
Perché, in fondo, è una narrazione che piace anche a chi la contesta. Il “cattivo assoluto” semplifica tutto. Rende il mondo leggibile. E quindi vendibile.
Il problema è che gran parte del dibattito pubblico, da almeno un decennio, gira attorno alla stessa idea fissa: le piattaforme manipolano le masse, gli algoritmi orientano le elezioni, le società tecnologiche controllano il nostro comportamento politico.
Il caso Cambridge Analytica è diventato il simbolo perfetto di questa narrativa. Un mito contemporaneo, quasi. Il laboratorio segreto che avrebbe riscritto le regole della democrazia.
Eppure, quando si esce dalla superficie e si guardano seriamente anni di ricerca empirica, il quadro cambia. Non scompare il problema — sarebbe ingenuo dirlo — ma si ridimensiona. Si complica. Diventa meno cinematografico.
Non esistono prove solide che dimostrino un controllo così diretto e determinante delle opinioni politiche da parte degli algoritmi. Non nel modo lineare, quasi ipnotico, che spesso viene raccontato.
E allora la domanda diventa scomoda: perché continuiamo a crederci?
Forse perché è più facile immaginarsi vittime di una manipolazione esterna che riconoscere un meccanismo interno.
Le persone non sono marionette guidate da algoritmi onnipotenti. Al contrario, cercano attivamente le informazioni che confermano le proprie convinzioni. Si espongono selettivamente a ciò che già pensano. Costruiscono, spesso inconsapevolmente, ambienti informativi coerenti con la propria identità.
Le chiamiamo echo chamber. Ma non sono un’invenzione della tecnologia. Sono un’estensione della natura umana.
Mi è capitato, durante un’intervista, di parlare con un insegnante in pensione. “Io leggo solo giornali seri”, mi disse. Poi mi elencò testate tutte perfettamente allineate tra loro. Non c’era nessun algoritmo a filtrare il mondo per lui. Lo faceva da solo. Con una coerenza quasi impeccabile.
Le piattaforme amplificano queste dinamiche, certo. Le rendono più veloci, più visibili, più pervasivi. Ma non le creano.
E questo cambia tutto. Perché sposta la responsabilità.
È proprio in questo contesto che Thiel continua a fare ciò che sa fare meglio: produrre narrazioni potenti che catturano l’immaginario.
Ma mentre l’attenzione si concentra sui suoi seminari sull’Anticristo — magari in qualche palazzo romano carico di simboli — la realtà si muove su un piano molto più concreto. E, se vogliamo, molto meno suggestivo ma infinitamente più rilevante.
La sua azienda, Palantir Technologies, lavora da anni su sistemi di sorveglianza e analisi dei dati. In Italia, i rapporti con il Ministero della Difesa vanno avanti da oltre un decennio. Contratti coperti, spese milionarie, software come Gotham utilizzati in ambito militare e di intelligence.
Non è fantascienza. È amministrazione pubblica.
E non finisce qui. Presenze nel settore sanitario, collaborazioni con strutture come il Policlinico Gemelli, rapporti con aziende italiane come Fedrigoni.
È una rete. Complessa, stratificata, perfettamente reale.
E qui la narrazione si fa meno epica. Non c’è l’Anticristo. Non c’è la battaglia finale tra bene e male. C’è qualcosa di più difficile da raccontare: l’integrazione silenziosa tra tecnologia avanzata e strutture statali.
L’obiettivo del tour europeo di Thiel sembra muoversi su due livelli. Da un lato, la ricerca di legittimazione culturale e accademica. Dall’altro, qualcosa di più ambizioso: la costruzione di un’alleanza tra una certa tecnocrazia della Silicon Valley e le destre radicali europee.
Un’alleanza che ha un obiettivo chiaro, anche se raramente dichiarato in modo esplicito: ridisegnare il rapporto tra potere, tecnologia e democrazia. Spostarlo. Verticalizzarlo. Renderlo meno permeabile.
Negli Stati Uniti questo processo è già visibile, anche grazie al ruolo — più o meno diretto — di figure come Thiel. Ma con una differenza sostanziale rispetto ad altri protagonisti della scena tecnologica, come Elon Musk: Thiel non ha bisogno di esporsi troppo. Non cerca il consenso immediato. Non commette errori plateali.
Si muove per sottrazione. Lavora sulle strutture, non sulle dichiarazioni.
E allora forse la domanda da porsi non è se gli algoritmi ci controllano.
Ma chi costruisce le infrastrutture dentro cui quegli algoritmi operano.
Chi stringe gli accordi.
Chi definisce le regole del gioco.
Perché le storie servono a orientare lo sguardo. Ma è sempre altrove, un passo più in basso, che si decide davvero cosa diventeremo.
(Giancarlo Salvetti)
Prompt:
Intro: In questi giorni Peter Thiel è a Roma e, puntuale, è scattato il solito copione mediatico: il guru della Silicon Valley, l'Anticristo, gli algoritmi che conquistano il mondo, la tecnocrazia che sostituisce la democrazia. Un mix di teologia e fantascienza tecnologica che funziona sempre.
parte 1: Thiel è infatti un abilissimo costruttore di narrazioni. Da anni mescola tecnologia, filosofia politica e religione – René Girard, Leo Strauss, escatologia cristiana – per costruirsi l'immagine dell'imprenditore-filosofo che riflette sui destini della civiltà. È storytelling, marketing intellettuale, suggestioni potenti (AI e innovazione tecnologica senza limiti vs lo Stato Unico, che incarna l'Anticristo!). Ma il punto interessante non è tanto lui, quanto il motivo per cui questa retorica trova sempre un ecosistema mediatico pronto ad amplificarla senza troppe verifiche.
parte 2: Il problema è che gran parte del dibattito pubblico ormai da un decennio gira attorno alla stessa idea fissa: le piattaforme manipolano le masse, gli algoritmi orientano le elezioni, le società tecnologiche controllano il nostro comportamento politico. Cambridge Analytica è diventato il simbolo perfetto di questa narrativa, peccato che quando si guardano seriamente i dati accumulati in anni di ricerca empirica il quadro che emerge sia molto diverso.
parte 3: Le persone non sono marionette guidate da algoritmi onnipotenti. Al contrario, cercano attivamente le informazioni che confermano le proprie convinzioni, si espongono selettivamente a ciò che già pensano, formano spontaneamente comunità informative omogenee. Sono quelle che chiamiamo echo chamber, e non è l'algoritmo a costruirle: è l'essere umano che tende naturalmente a organizzarsi in ambienti cognitivi coerenti con le proprie idee. Le piattaforme amplificano queste dinamiche, ma non le creano.
parte 4: proprio in questo contesto Thiel continua a fare ciò che sa fare meglio: produrre narrazioni potenti che catturano l'immaginario. Ma dietro i suoi seminari sull'Anticristo in luoghi segreti di Roma, c'è una realtà molto più concreta e preoccupante. La sua azienda Palantir, specializzata in sorveglianza e analisi dati, ha rapporti strutturati con il ministero della Difesa italiano da oltre dieci anni, con contratti secretati e spese milionarie per software come Gotham, usato da forze armate e intelligence. È presente nel settore sanitario, al policlinico Gemelli, e collabora con aziende italiane come Fedrigoni.
parte 5: L'obiettivo del tour europeo di Thiel è duplice: cercare legittimazione accademica e culturale, ma anche consolidare un'alleanza tra la nuova tecnocrazia autoritaria della Silicon Valley e le estreme destre europee, per smantellare lo Stato di diritto in favore di un potere algoritmico e verticistico. Come già fa in America, ma senza mai esporsi in prima persona, evitando gli errori grossolani di Elon Musk.
Articolo: intro, parte 1 , parte 2 , parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.
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