Quando l’emancipazione diventa smarrimento

Per decenni ci hanno venduto una favola elegante, confezionata nei salotti buoni dell’accademia e rilanciata con zelo missionario dai megafoni mediatici: liberate l’individuo da ogni vincolo – religioso, culturale, sociale – e diventerà automaticamente più razionale, più tollerante, più felice. Una sorta di illuminismo in pillole, pronto all’uso, senza effetti collaterali. O almeno così dicevano.
Oggi, però, il paziente ha iniziato a manifestare sintomi evidenti. E no, non sta affatto meglio.

Smantellare le strutture tradizionali non ha prodotto individui più liberi, ma individui più fragili. E qui sta il primo grande inganno: si è scambiata la civiltà per una prigione, quando in realtà era – ed è – anche una diga.
La tradizione, con i suoi limiti e le sue forme, non serve solo a reprimere l’uomo: serve a impedirgli di dissolversi.

Perché il desiderio umano, lasciato completamente a sé stesso, non diventa più autentico. Diventa caotico. Senza confini simbolici – senza un’idea di bene, di misura, di ordine – il desiderio non si espande: si disperde. È come un fiume senza argini, che invece di irrigare distrugge.

E allora ecco il paradosso: nel vuoto lasciato dalla decostruzione sistematica di ogni riferimento – famiglia, comunità, religione, patria – non è fiorita una libertà consapevole. È cresciuta, piuttosto, una fame. Una fame di struttura.
E quando la struttura manca, la si cerca ovunque. Anche nelle forme peggiori.

A questo quadro già traballante aggiungiamo il capolavoro del nostro tempo: la precarietà elevata a sistema. Non più incidente, ma architettura.
L’individuo contemporaneo è libero, sì – libero di cambiare lavoro ogni sei mesi, di non avere certezze, di competere costantemente con chiunque, ovunque, per qualsiasi cosa.

È iperconnesso, certo. Ma prova a spegnere lo schermo: resta solo.
Solo davvero.

Abbiamo costruito un modello umano perfetto per il mercato: flessibile, adattabile, consumatore instancabile. Ma abbiamo smontato, pezzo dopo pezzo, tutto ciò che lo rendeva stabile: legami duraturi, appartenenze solide, gerarchie riconosciute.

E così questo individuo, che avrebbe dovuto essere il trionfo dell’autonomia, si ritrova a vagare in un deserto di possibilità indistinte.
E nel deserto, si sa, si cerca disperatamente un’oasi. Anche se è un miraggio.

E qui arriviamo al punto che molti fingono di non vedere: il ritorno – o meglio, la riscoperta – di forme rigide, identitarie, talvolta persino teocratiche o apertamente antiriformiste.

Non è un’anomalia. Non è un incidente della storia. È una risposta.

Quando la libertà diventa indeterminatezza assoluta, quando ogni valore è negoziabile e ogni verità è relativa, l’uomo medio – che non è né filosofo né eroe – non si eleva: si smarrisce.
E nello smarrimento cerca ordine. Cerca regole. Cerca qualcuno che gli dica cosa è giusto e cosa è sbagliato, senza doverlo reinventare ogni mattina davanti allo specchio.

E allora ecco il fenomeno: adesioni radicali, identità granitiche, ritorni a sistemi che promettono certezze assolute.
È il pendolo della storia che oscilla con violenza. Prima tutto è relativo, poi improvvisamente tutto deve essere assoluto.

Il risultato? Una libertà che, incapace di sostenere il proprio peso, finisce per invocare la propria negazione.
Un suicidio concettuale, prima ancora che politico.

A questo punto, la domanda vera non è se dobbiamo “tornare indietro”. Quella è una falsa alternativa, buona solo per i talk show e per i dibattiti sterili.
La domanda è un’altra, molto più scomoda: che tipo di libertà stiamo costruendo?

Perché una libertà che genera mostri alla prima difficoltà non è libertà. È abbandono travestito da emancipazione.
È lasciare l’individuo nudo in mezzo al mondo e poi stupirsi se, per difendersi, si costruisce un’armatura troppo pesante.

Forse il punto è recuperare una verità che abbiamo frettolosamente archiviato: l’uomo ha bisogno di limiti, di forme, di radici. Non per essere oppresso, ma per esistere in modo compiuto.
La libertà, senza struttura, non è libertà. È vertigine.

E una società che produce individui vertiginosi non costruisce futuro. Costruisce reazioni.
E le reazioni, nella storia, raramente sono gentili.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: Per decenni ci hanno raccontato che liberare l'individuo da ogni vincolo – religioso, culturale, sociale – lo avrebbe reso naturalmente più razionale, tollerante e realizzato. Oggi iniziamo a vedere il risultato di questo esperimento. E non è andata come previsto.

parte 1: Smantellare le strutture tradizionali non ha prodotto individui più liberi, ma più fragili. Perché la civiltà non serve solo a reprimere, ma anche a proteggere dall'eccesso. Senza confini simbolici, il desiderio non sa dove andare. Nel vuoto lasciato dalla decostruzione, non è fiorita la libertà consapevole, ma il bisogno di nuove gabbie. Forme più rigide, più arcaiche, più assolute.

parte 2: Aggiungiamoci la precarietà materiale, la solitudine strutturale, la competizione permanente. L'individuo consumatore, iperconnesso ma sradicato, cerca disperatamente qualcosa che assomigli a un senso, a un'appartenenza, a una gerarchia.

parte 3: Ecco allora che l'adesione a forme teocratiche o antiriformiste non è più un'anomalia, ma un sintomo. Il sintomo di una libertà che non sa più cosa farsene di sé e finisce per invocare la propria negazione.

parte 4: Forse il punto non è "tornare indietro", ma chiederci: che tipo di libertà stiamo costruendo, se alla prima difficoltà genera mostri?

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.

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