
Ogni mattina, entrando in classe, ho la sensazione netta di attraversare una frontiera invisibile. Da una parte il mondo che ho conosciuto io, fatto di telegiornali, editoriali, gerarchie dell’informazione; dall’altra quello che plasma le coscienze dei miei studenti, che scorre rapido negli schermi dei telefoni, tra podcast, storie, clip di pochi secondi e algoritmi che decidono cosa è degno di attenzione e cosa no. È lì, in quello spazio apparentemente effimero, che si costruisce oggi una parte decisiva dell’opinione pubblica. E da giornalista, prima ancora che da insegnante, ho imparato una lezione elementare: continuare a giudicare la politica con gli strumenti di ieri non è un esercizio di coerenza, è un atto di irrilevanza. È esattamente ciò che sta accadendo nelle reazioni all’intervista di Giorgia Meloni al Pulp Podcast di Fedez e Marra.
Quel podcast non è un sottoprodotto della cultura, non è un passatempo per distratti. È uno dei luoghi, piaccia o meno, in cui oggi si sedimenta il senso comune. Ha ospitato giornalisti, magistrati, intellettuali, figure che incidono nel dibattito pubblico. Liquidarlo come un contesto “minore” significa non aver compreso nulla della trasformazione che stiamo vivendo. I linguaggi cambiano, si stratificano, si contaminano. La televisione, con i suoi tempi compressi e le sue liturgie ormai stanche, fatica a competere con la profondità – sì, profondità – e con la viralità di un podcast. Ma guai a scambiare quell’atmosfera confidenziale per un rifugio. In quello spazio ogni esitazione viene estratta, isolata, rilanciata; ogni parola può diventare un frammento autonomo, un’arma a doppio taglio. Non è un terreno neutro, né indulgente. È, semmai, un’arena più sofisticata, dove l’errore non si disperde ma si moltiplica.
E allora colpisce – o forse ormai non dovrebbe più – l’ostinazione con cui una parte del dibattito continua ad attaccare Giorgia Meloni per aver accettato quel contesto. È una battaglia già persa, e il punto non è neppure difendere la presidente del Consiglio, ma comprendere il meccanismo. Meloni, al netto di ogni giudizio politico che personalmente continuo a ritenere severo, ha intuito prima di molti altri che la legittimazione oggi non passa più soltanto dai luoghi canonici dell’informazione. Passa da spazi ibridi, porosi, in cui il politico si espone a pubblici meno filtrati e più reattivi. Lo vedo ogni giorno: se non sai parlare il linguaggio dei miei studenti, se continui a rifugiarti nelle forme rassicuranti del passato, semplicemente smetti di esistere. E attaccare Meloni proprio sul terreno in cui dimostra maggiore consapevolezza comunicativa significa, paradossalmente, rafforzarla.
Il nodo vero, semmai, è ciò che è accaduto dentro quell’intervista. Lì si misura la politica, non nella scelta del contenitore. Meloni ha operato una torsione non banale: ha spersonalizzato il referendum, ha allentato il nesso tra il proprio destino e l’esito del voto, ha evocato rischi per il diritto internazionale senza però rompere esplicitamente con Trump. E poi quella frase, detta con la leggerezza studiata di chi conosce il mezzo: “non vi piace Meloni? Il prossimo anno non votatela più”. In una conferenza stampa sarebbe suonata come una provocazione; in un podcast diventa un frammento condivisibile, quasi un invito diretto, che parla la lingua di chi ascolta. È qui che si gioca la partita: nella capacità di adattare il contenuto al codice, senza apparire artificiosi.
Resta, tuttavia, una responsabilità che non può essere elusa. Spostare l’attenzione dal luogo alle parole significa anche accettare che la politica si misuri, infine, con il momento decisivo: quello delle urne. Il problema non è dove parla un leader, ma cosa dice e quale effetto produce. Continuare a guardare con sospetto ai nuovi spazi, trattandoli come deviazioni rispetto a una presunta purezza dell’informazione, equivale a inseguire un mondo che si è già spostato altrove. E chi insegue, in politica come nella vita, raramente recupera terreno.
Poi c’è un dettaglio, che dettaglio non è, e che mi riguarda da vicino, da insegnante prima ancora che da osservatore. Sento ripetere, con una leggerezza che sfiora l’irresponsabilità, che “i ragazzi vanno informati nelle università”. Lo si dice con tono pedagogico, quasi paternalistico, senza accorgersi dell’abisso che si apre sotto questa affermazione. I ragazzi non sono tutti nelle università. Anzi, sono sempre di più quelli che ne restano fuori, in un Paese segnato da un abbandono scolastico crescente e da disuguaglianze educative che gridano vendetta. Continuare a immaginare l’università come unico luogo legittimo della formazione significa accettare, implicitamente, una selezione sociale che esclude proprio coloro che avrebbero più bisogno di strumenti critici.
Ed è qui che, lo confesso, torna a farsi sentire quella tensione che mi accompagna da anni: l’idea, forse ingenua ma ostinata, che la politica – se vuole dirsi ancora tale – debba avere un’ambizione etica, quasi pedagogica nel senso più alto del termine. Non nel chiudersi in spazi autoreferenziali, ma nel parlare a tutti, davvero a tutti, anche a costo di sporcarsi le mani con linguaggi nuovi, imperfetti, persino ambigui. Perché se rinunciamo a questo, se lasciamo che il discorso pubblico si frammenti senza più un orizzonte comune, allora non stiamo solo perdendo una battaglia comunicativa. Stiamo smarrendo, pezzo dopo pezzo, l’idea stessa di comunità.
(Roberto De Santis)
Prompt:
intro: Ogni mattina, quando entro in classe, vedo dove si formano davvero le opinioni dei miei studenti. Non certo nei telegiornali che guardavo io alla loro età, ma negli schermi dei telefoni, tra podcast, storie Instagram e algoritmi che raccontano il mondo con un linguaggio che molti adulti faticano ancora a decifrare. Da giornalista che frequenta il dibattito politico da anni, e da professore che osserva ogni giorno come i ragazzi elaborano l'informazione, ho imparato una cosa banale: giudicare la politica con gli strumenti di ieri significa rendersi irrilevanti. Ed è esattamente ciò che sta accadendo con le reazioni all'intervista di Giorgia Meloni al Pulp Podcast di Fedez e Marra.
parte 1: quel podcast non è un format minore. Ha ospitato giornalisti, magistrati, intellettuali, protagonisti dell'attualità. È, semplicemente, uno dei luoghi pop in cui oggi si forma l'opinione pubblica, specialmente quella dei giovani che ogni giorno incontro tra i banchi. I linguaggi sono cambiati, e chi fa informazione da vent'anni come me sa bene che la televisione – con i suoi tempi compressi e la sua necessaria semplificazione – non può competere con la profondità e la viralità che un podcast offre. Ma attenzione: quella apparente intimità è tutt'altro che un rifugio sicuro. In un podcast ogni pausa, ogni esitazione, ogni parola è isolabile, rilanciabile, pronta a trasformarsi in un boomerang. Non è un terreno per improvvisati.
parte 2: Ecco perché continuare ad attaccare Giorgia Meloni per aver accettato quel contesto significa combattere una battaglia già persa. La premier, al di là di ogni valutazione politica, ha capito prima di altri che oggi la legittimazione non passa più soltanto dai luoghi canonici dell'informazione, ma da spazi ibridi dove il politico si rivolge a pubblici diversi, meno filtrati e più reattivi. Lo vedo ogni giorno tra i miei studenti: se non sai parlare il loro linguaggio, se continui a pensare che la politica debba essere raccontata solo con le forme del passato, semplicemente non esisti per loro. Attaccare Meloni sul terreno della comunicazione, dove è più solida, finisce paradossalmente per rafforzarla.
parte 3: Il vero punto, semmai, è un altro. E riguarda ciò che Meloni ha fatto dentro quell'intervista. Ha spersonalizzato il referendum, abbassando il livello di identificazione tra il suo destino e l'esito del voto. Ha parlato di rischi per il diritto internazionale senza prendere le distanze da Trump. Ha saputo usare il linguaggio diretto del podcast per dire, con una battuta, ciò che forse in una conferenza stampa avrebbe pesato di meno: "non vi piace Meloni? Il prossimo anno non votatela più".
parte 4: Spostare le preoccupazioni dal podcast alle urne. Perché il problema non è dove parla un leader, ma cosa dice, e soprattutto cosa faranno gli elettori. Se si continua a guardare con sospetto ai luoghi nuovi, condannandosi a inseguire un mondo che è già altrove, si finisce per perdere di vista l'unica cosa che conta davvero. E in politica, come nella vita, chi insegue ha già perso.
parte 5: taccio, per pudore, di tutti coloro che "i ragazzi vanno informati nelle università": già sono più i ragazzi fuori dalle università che quelli dentro, già siamo un paese dal crescente abbandono scolastico, e fate queste uscite classiste senza rendervene conto?
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisco dove ritengo necessario.
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