
In Italia, quando si parla di giustizia, la discussione smette quasi sempre di essere una discussione e diventa un rito tribale. Non conta più il testo, non conta più la sostanza, non conta nemmeno più la possibilità di migliorare davvero un pezzo di Stato che da decenni scricchiola come un palazzo borbonico abbandonato all’umidità. Conta il campo. Conta la tifoseria. Conta la bandiera da sventolare in faccia all’avversario.
Questo referendum non ha fatto eccezione. Non è stato un confronto serio sul merito della riforma della giustizia. È stato, più modestamente e più pateticamente, una resa dei conti. Un derby morale in cui ciascuno ha cercato di portare a casa un trofeo simbolico, mentre il cittadino restava lì, come sempre, a fare da comparsa. Il “No” non ha trionfato per una folgorazione collettiva sulla via della Costituzione, né per una grande mobilitazione popolare in difesa di qualche principio sublime. Ha vinto grazie alla solita ammucchiata italiana: corporazioni, professioni organizzate dell’indignazione, demagoghi d’ogni risma e una sinistra che, come spesso le accade, ha preferito colpire il governo piuttosto che leggere con serietà il contenuto del provvedimento.
E qui si apre la prima, grossa, grottesca ipocrisia. Le stesse persone che per anni hanno costruito consenso a colpi di “aboliamo le caste” si sono poi schierate in prima fila per difendere una delle caste più forti, più protette e più impermeabili del Paese. Una magistratura che troppo spesso parla come se fosse lo Stato, ma vive come se fosse al di sopra dello Stato. Una corporazione capace di esercitare un potere enorme senza mai dover rispondere davvero del proprio funzionamento. E allora, miracolo dei miracoli, ciò che ieri era privilegiato e intoccabile oggi diventa improvvisamente “presidio democratico”. Basta cambiare il lato del tavolo e la morale si adatta da sola.
C’è poi una contraddizione ancora più evidente, che meriterebbe almeno un rossore, se non fosse che in politica il rossore è ormai un reperto archeologico. Chi oggi festeggia il “No” con aria solenne aveva spesso votato con entusiasmo riforme ben peggiori, e assai più brutali sul piano democratico. Penso, per esempio, al taglio dei parlamentari: un’operazione venduta come moralizzazione, ma che nella sostanza ha ridotto gli spazi di rappresentanza e semplificato il parlamento in nome di una semplificazione da spot elettorale. Allora andava bene, perché era facile, punitiva, demagogica. Oggi invece si respinge una riforma che, nel merito, cercava almeno di spostare il baricentro su diritti, equilibrio e garanzie per i cittadini. Ma si sa: in Italia la demagogia è sempre nobile quando la si usa contro qualcun altro; diventa veleno solo quando rischia di toccare il proprio recinto.
E allora viene da domandarsi, con quel minimo di cattiveria che la realtà impone: chi ha ripetuto che “ci sarà tempo per riformare” è davvero pronto a battersi per riformare qualcosa, oggi? Oppure quella formula era soltanto una tomba elegante, un modo raffinato per dire “non facciamo niente, però con grazia”? Perché il punto è proprio questo: il rinvio permanente è la più italiana delle tecniche di conservazione. Non si dice mai no in modo brutale. Si dice “non è il momento”, “mancano le condizioni”, “serve un approfondimento”, “il tema è complesso”. E intanto tutto resta com’era. La muffa, in Italia, non esplode: si istituzionalizza.
Ed è qui che entra in scena il conservatorismo spregiudicato, quello che si veste da virtù repubblicana mentre difende soprattutto il proprio potere. A volte si traveste da senso di responsabilità, altre da tutela dell’indipendenza, altre ancora da difesa dell’ordine costituzionale. Ma il trucco è vecchio come il mondo: chi controlla un meccanismo non ama che qualcuno gli tocchi gli ingranaggi. E così ogni tentativo di riforma viene trattato come un attentato, ogni proposta come una minaccia, ogni correzione come un sacrilegio. In questo teatro, ANM e affini recitano il ruolo dei custodi del tempio con una sicurezza che, a tratti, sfiora la supponenza. E il paradosso è servito: si invoca l’autonomia della giurisdizione, ma si difende spesso una visione del potere giudiziario che sembra voler sfuggire a qualsiasi forma di bilanciamento.
Il vero problema, però, è più profondo e più triste. In Italia non si discute più dei testi. Si discute del contesto. Non si valuta una riforma per quello che dice, ma per chi la propone. Non si analizza una norma, ma si calcola il vantaggio o il danno per questo o quel partito. È una malattia nazionale, una forma di analfabetismo politico con la cravatta. E il risultato è sempre lo stesso: la riforma muore prima ancora di nascere, soffocata dal sospetto, dall’ideologia e dalla convenienza del giorno.
Così nessuno migliora nulla, ma tutti si sentono moralmente superiori. La giustizia resta lenta, confusa, spesso arrogante, e il cittadino continua a pagare il prezzo di un sistema che pretende rispetto ma non sempre lo merita. Si parla di diritti, ma si dimentica il diritto concreto delle persone a un processo che non sia una via crucis amministrativa. Si parla di costituzione, ma si ignora il buon senso. Si parla di principi, ma si pratica l’immobilismo con la fede del monaco e la fantasia del notaio.
E qui arriva la morale finale, che è insieme amara e quasi comica: in futuro nessun leader sano di mente sarà così folle da suicidarsi politicamente per una riforma costituzionale in un Paese che, per salvarsi, ne avrebbe bisogno dieci all’anno. Perché in Italia la riforma non è più una scelta di governo: è una roulette russa. E il problema non è soltanto chi preme il grilletto. Il problema è che, appena qualcuno prova a toccare la pistola, si forma subito una folla pronta a spiegargli che il vero coraggio consiste nel non cambiare mai nulla.
Ed ecco la nostra tragedia nazionale, vestita da prudenza: ci lamentiamo del declino, invochiamo il cambiamento, ma poi puniamo chiunque osi anche solo spostare una pedina. Così il sistema si autoassolve, la politica si autoimpedisce, e il Paese continua a marcire nella sua elegante paralisi. Altro che riformismo. Qui siamo al culto dell’inamovibile.
Se c’è una lezione in tutto questo, è semplice e crudele: in Italia il “No” vince quasi sempre contro una riforma, ma perde quasi sempre contro il tempo. E il tempo, al contrario dei talk show e delle corporazioni, non fa prigionieri.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: Questo referendum non è stato un dibattito sul merito della riforma della giustizia. È stato una resa dei conti, una guerra di bandiere in cui il merito è stato schiacciato dallo schieramento. Il "No" non ha vinto grazie a un'ondata popolare o a una difesa della Costituzione, ma grazie a una coalizione di comodo che ha messo insieme corporazioni, demagoghi e una sinistra che ha scelto di anteporre l'opposizione al governo Meloni al contenuto del testo.
parte 1: È difficile non notare l’ipocrisia. Le stesse persone che per anni hanno guadagnato consensi gridando "aboliamo le caste" si sono messe in prima fila per difendere la casta più potente del Paese. E c’è anche una contraddizione di fondo: chi oggi esulta per il "No" aveva votato con entusiasmo una riforma peggiore, quella del taglio dei parlamentari, che ha ridotto gli spazi di democrazia. Allora andava bene, perché era demagogica. Oggi si rifiuta una riforma che, nel merito, ampliava i diritti dei cittadini.
parte 2: Ora però mi chiedo: chi ha detto “ci sarà tempo per riformare” è pronto a battersi oggi per quelle stesse riforme? È pronto a contrastare il conservatorismo spregiudicato, ai limiti dell’anticostituzionale, di ANM e compagni? Il pessimismo della ragione mi darebbe già una risposta. Ma non bisogna essere sfascisti.
parte 3: Il vero problema è che nel nostro Paese non si discute più dei testi, ma solo del contesto. E il risultato è che qualsiasi tentativo di riformare la giustizia è destinato a morire.
parte 4: in futuro, nessun leader sarà così idiota da suicidarsi per una riforma costituzionale in un Paese che, per salvarsi, ne avrebbe bisogno dieci all’anno. E questa, forse, è la vera morale della storia.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.
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