
Lo sento ripetere con una certa regolarità, quasi fosse una verità rivelata: l’Italia sarebbe un paese dominato da un liberismo sfrenato, da un neoliberismo che si insinuerebbe ovunque, dai servizi pubblici ai rapporti di lavoro, fino all’ultimo bar del centro. Poi però basta guardare la realtà, quella noiosa e poco adatta agli slogan, per scoprire un quadro molto diverso. Le aziende a controllo statale pesano per circa il 30% della capitalizzazione di Borsa. Il governo controlla la quinta banca del paese, non una banca qualsiasi, ma la quinta. E adesso Poste Italiane, il carrozzone che per decenni abbiamo raccontato come simbolo dell’inefficienza pubblica, lancia un’OPAS su TIM mettendo sul tavolo dieci miliardi di euro.
A quel punto viene da chiedersi: ma in quale paese esattamente vivono quelli che parlano di “liberalismo selvaggio”? Certamente non in quello che vedo io.
La verità è che l’Italia non ha mai davvero reciso il cordone ombelicale con lo Stato imprenditore. Lo ha solo camuffato, ridisegnato, riposizionato in modo più elegante. Abbiamo imparato a chiamare “mercato” ciò che mercato non è, a definire “privato” ciò che risponde ancora a una logica pubblica, e a scambiare per modernizzazione quella che spesso è soltanto una diversa forma di gestione del potere. Una forma più morbida, più prudente, più sorridente. Ma sempre potere resta.
Poste: da servizio universale a soggetto sistemico
Poste Italiane, nel corso degli anni, ha smesso di essere soltanto un operatore postale. Ed è difficile fingere il contrario. Oggi è, di fatto, una realtà finanziaria e assicurativa con una base industriale che conserva anche la funzione tradizionale, ma che ormai va letta dentro una logica ben più ampia. È una presenza sistemica. Ed è proprio per questo che l’idea di un suo assalto a TIM merita più di un sopracciglio alzato.
Non mi stupisce che il mercato abbia reagito con freddezza: Poste ha perso il 6% in Borsa. E sinceramente non vedo perché stupirsene. Gli investitori, per quanto spesso vengano descritti come creature mitologiche senza cervello, ogni tanto sanno leggere un’operazione e chiedersi se abbia davvero un senso industriale. La domanda è elementare: perché dovrebbero essere spesi dieci miliardi in una partita così complessa, quando le stesse risorse potrebbero essere impiegate per rafforzare la società acquirente, migliorare il rendimento del capitale o cercare opportunità fuori dai confini nazionali?
Già, perché il problema non è solo l’operazione in sé. È l’idea di fondo, quella tentazione tutta italiana di allargare perimetri, creare conglomerati, mettere insieme pezzi eterogenei e poi dichiarare che la “scala” farà miracoli. La scala, in economia, non fa miracoli. Al massimo allunga le ombre.
Il gusto discreto del baraccone
La mia impressione è semplice, e non particolarmente romantica: il capo di una società formalmente privata ma sostanzialmente a controllo pubblico sta cercando di ampliare la propria sfera d’influenza, e con essa quella del governo, senza interrogarsi troppo sulla razionalità complessiva dell’operazione. È una dinamica che conosciamo bene. Quando la politica non sa decidere, delega ai grandi contenitori. Quando teme il giudizio del mercato, si rifugia nel lessico della “strategia”. Quando non vuole privatizzare davvero, crea ibridi.
Il rischio è sempre quello: l’ennesimo mega baraccone pubblico, abbastanza grande da essere considerato intoccabile e abbastanza opaco da ospitare, con serena disinvoltura, amici, parenti e interi sistemi di fedeltà. Perché in Italia il problema non è mai soltanto l’efficienza. Il problema è che l’inefficienza, se ben protetta, diventa una forma di potere. E il potere, quando è ben distribuito tra i molti che lo beneficiano, diventa quasi impossibile da riformare.
Non serve essere cinici per capirlo. Basta avere memoria.
Abbiamo già visto cosa accade quando si confonde l’azienda con la bandiera, e l’interesse industriale con il patriottismo di carta. Alitalia è lì a ricordarcelo. Una lunga storia di eccezioni, salvataggi, ristrutturazioni, rilanci annunciati con voce grave e risultati modesti. Di Alitalia ne abbiamo avuta una. E, con tutto il rispetto per gli amanti delle repliche, è stata più che sufficiente.
TIM e il vecchio vizio italiano di evitare le scelte nette
TIM, da parte sua, è da anni un dossier che sembra incapace di uscire dal pantano. In un paese normale, una grande infrastruttura di telecomunicazioni sarebbe trattata come ciò che è: un asset strategico da valorizzare con disciplina, investimenti e una governance limpida. In Italia, invece, il settore telecom diventa spesso il terreno su cui si depositano ambizioni politiche, timori occupazionali, diffidenze sindacali, nostalgie da monopolio e una certa allergia per la chiarezza.
Così si finisce per fare ciò che sappiamo fare meglio: rinviare, frammentare, coprire, ricomporre. E magari, nel frattempo, chiamare tutto questo “progetto industriale”.
Ma un progetto industriale è tale solo se risponde a una logica verificabile: quali sinergie genera? Quale ritorno produce? Quale infrastruttura rafforza? Quale debito crea? Quale capacità competitiva costruisce? Se le risposte non sono solide, allora siamo davanti a un’altra cosa. Magari a un’operazione utile per distribuire influenza. Magari a un modo per dare una cornice rispettabile a una scelta di potere. Magari a una forma raffinata di immobilismo, che in Italia riesce sempre a travestirsi da dinamismo.
I veri protetti non hanno bisogno di slogan
E mentre si discute di liberalizzazioni, concorrenza e apertura dei mercati, i veri campioni della protezione nazionale continuano a godere di una tenerezza istituzionale quasi commovente: tassisti, balneari, notai. Si sventola il libero mercato nei convegni, si invoca la competitività nei discorsi ufficiali, e poi, alla prova dei fatti, si alzano tutti gli scudi possibili contro ogni vera apertura.
È qui che il discorso su Poste e TIM diventa più interessante del caso specifico. Perché non riguarda solo una società, o una fusione, o una possibile OPAS. Riguarda il modo in cui il paese continua a organizzare la propria economia attorno alla protezione delle posizioni esistenti. Le rendite, in Italia, non sono un incidente: sono un sistema. E le rendite, si sa, hanno ottima memoria e pessima coscienza.
Il paradosso è che ci raccontiamo come una nazione modernissima, tecnologica, europea, competitiva. Ma quando bisogna scegliere tra l’apertura del mercato e la conservazione dei piccoli feudi, scegliamo quasi sempre la seconda. Poi però ci stupiamo se la produttività ristagna, se gli investimenti non bastano, se la crescita arranca e se ogni riforma viene percepita come una minaccia esistenziale.
Forse tra dieci anni ci diranno che era geniale
Forse tra dieci anni scopriremo che l’operazione Poste-TIM era una mossa brillante, un capolavoro di visione industriale, una scelta capace di anticipare il futuro. Può darsi. La realtà economica, a volte, è più gentile con i suoi autori di quanto lo siamo noi nel presente.
Ma fino ad allora, consentitemi di restare prudente. Anzi, scettica. Perché quando vedo lo Stato tornare, magari con passo felpato e linguaggio manageriale, dentro asset già complicati, non penso subito alla rinascita. Penso alla vecchia abitudine italiana di spostare il problema un po’ più in là, magari dentro un contenitore più grande, sperando che la dimensione risolva ciò che la disciplina non ha risolto.
Non è così che funziona.
E allora sì: prendete queste riflessioni come lo sfogo di una vecchia liberale, stanca di essere indicata come il male assoluto in un paese che continua a vivere di protezioni, eccezioni e rendite. Poi, certo, recupererò il mio aplomb. Come sempre. Ma intanto, di fronte a certe operazioni, il sorriso mi viene solo a metà.
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: Lo sento dire continuamente: che l’Italia è un paese liberista fino al midollo, dominato da un neoliberismo sfrenato. Poi però guardi i dati e scopri che le aziende a controllo statale valgono il 30% dell’intera capitalizzazione di Borsa. Il governo controlla la quinta banca del paese, non una qualunque, proprio la quinta. E adesso Poste Italiane – il carrozzone per eccellenza – lancia un’OPAS su TIM, mettendo sul piatto dieci miliardi di euro. E noi saremmo un paese iperliberista? Ma per favore. Nel frattempo, i veri paladini del libero mercato – tassisti, balneari, notai – continuano a essere dolcemente protetti dalla concorrenza. Ma questa è un’altra storia.
parte 1: La verità è che Poste è ormai più una banca che un servizio di consegne, e non è affatto scontato che abbia senso industriale rilevare TIM. Il mercato, del resto, ha accolto la notizia con un tiepido entusiasmo: Poste Italiane ha perso il 6% in Borsa. Segno che una buona parte degli investitori la pensa come me, e cioè che quei soldi si potrebbero spendere meglio, magari investendo su sé stesse o cercando un’acquisizione fuori dai confini nazionali.
parte 2: La mia impressione è che il capo di un’azienda formalmente privata ma sostanzialmente a controllo pubblico stia cercando di allargare la propria sfera d’influenza – e con essa quella del governo – senza farsi troppe domande sul senso reale dell’operazione. Il rischio è quello di ritrovarci con l’ennesimo mega baraccone pubblico mangiasoldi, troppo grande per fallire e perfetto per piazzare amici e parenti.
parte 3: Forse tra dieci anni scopriremo che è stata un’operazione geniale. Ma fino ad allora, me lo consentirete, nutro più di qualche riserva. Di Alitalia ne abbiamo avuta una, ed è stata più che sufficiente.
parte 4: prendete tutto questo come lo sfogo di una vecchia liberale che si vede additata come causa di ogni male in un paese che non ha mai deviato dalla sua rotta statalista e assistenzialista. Ora recupero il solito aplomb e sto buona, promesso.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.
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