
Nei quartieri popolari di Napoli il No ha sfiorato l’85%. Una percentuale enorme, quasi plebiscitaria. Eppure molti commentatori sembrano stupiti, come se davanti a quel dato ci fosse un enigma degno di un congresso di fisica quantistica. In realtà la spiegazione è molto più semplice e molto meno nobile di quanto piaccia a chi parla di politica come se fosse un seminario universitario: la gente vota anche, e spesso soprattutto, in base a ciò che tocca con mano. E ciò che tocca con mano, molto spesso, è il proprio reddito.
In molti quartieri popolari il reddito di cittadinanza prima, e in generale tutto il sistema di sussidi, bonus, esenzioni e welfare locale, hanno rappresentato per anni una parte importante del reddito reale di tante famiglie. Non parliamo di astrazioni, di belle parole da convegno o di grafici stampati su carta lucida. Parliamo di soldi che entrano, di bollette che si pagano, di spesa che si fa, di mesi che si reggono.
Quando quel sistema viene ridotto, modificato o reso più difficile da ottenere, è inevitabile che si crei un risentimento politico. Non serve tirare fuori grandi teorie da sociologia creativa: se una politica pubblica ti toglie soldi o sicurezza economica, tenderai a votare contro chi la sostiene. È una reazione talmente ovvia che dovrebbe capirla perfino chi si ostina a leggere il Paese solo dalla finestra di un salotto romano.
C’è però una domanda più interessante, e anche più scomoda: è davvero così disprezzabile votare in base al proprio interesse? Perché nelle discussioni pubbliche c’è sempre una certa ipocrisia ben confezionata. Quando vota per interesse un imprenditore che vuole meno tasse, si parla di visione economica. Quando vota per interesse un proprietario di casa che non vuole la patrimoniale, si parla di difesa del risparmio. Quando vota per interesse un pensionato che vuole la pensione indicizzata, si parla di diritti acquisiti.
Ma quando vota per interesse chi vive di sussidi o di welfare, allora improvvisamente diventa voto clientelare, voto assistito, voto immorale. Una specie di peccato originale riservato ai poveri. La morale, in Italia, è sempre molto severa con chi ha meno e molto comprensiva con chi ha di più. Una coincidenza, naturalmente. Come no.
La verità è che quasi tutti votano per interesse. Cambia solo l’interesse che difendono e, soprattutto, cambia il giudizio morale che diamo a quell’interesse. Chi paga molte tasse difende i propri soldi. Chi riceve trasferimenti difende il proprio reddito. Chi ha un’impresa difende il costo del lavoro, l’accesso al credito, la stabilità normativa. Chi ha una pensione difende il potere d’acquisto. Chi ha un mutuo difende i tassi. Chi non arriva a fine mese difende ogni euro che entra.
Dal punto di vista strettamente razionale, il meccanismo è identico. Non c’è alcuna differenza “morale” tra chi vota per proteggere il proprio stipendio e chi vota per proteggere un sussidio. La differenza sta nel racconto che si fa di quel voto. Alcuni interessi vengono presentati come maturi, responsabili, civili. Altri come degradati, parassitari, quasi indecenti. Ma la sostanza non cambia: l’urna non è un altare, è il luogo in cui confliggono interessi reali. E meno ci raccontiamo favole, meglio è.
Il problema, semmai, non è che le persone votino per il proprio beneficio. Quello è umano, prevedibile, quasi inevitabile in una democrazia. Il problema nasce quando in uno stesso Paese ci sono gruppi molto grandi che vivono in modo strutturale di risorse pubbliche pagate da altri gruppi. A quel punto il voto non è più solo una scelta politica, diventa una specie di negoziazione permanente su chi paga e chi riceve, su quanto Stato ci deve essere e su chi lo deve finanziare.
Ed è qui che la questione si fa seria. Perché uno Stato sociale può essere una grande conquista di civiltà, ma può anche trasformarsi in un sistema opaco, frammentato, clientelare, dove l’assistenza non libera ma inchioda. Dove il cittadino non viene messo in condizione di camminare con le proprie gambe, ma viene mantenuto in una condizione di dipendenza dolce, amministrata, quasi rituale. E quando questo accade, il voto non misura più soltanto convinzioni politiche: misura dipendenze materiali.
In questo senso, quel famoso 85% di No nei quartieri popolari di Napoli può essere letto non come un mistero sociologico o come una prova di arretratezza civica, ma come un comportamento perfettamente razionale dal punto di vista economico. Se lo Stato per te significa reddito, sussidi, aiuti, case popolari, esenzioni, bonus e ammortizzatori, voterai molto probabilmente per chi promette più Stato o per chi non ti toglie quello che già hai.
Se invece lo Stato per te significa soprattutto tasse, burocrazia e controlli, tenderai a votare per chi promette di ridurlo. Ecco il punto: non esiste un “voto puro”, disincarnato, ascetico, da monaco benedettino della cabina elettorale. Esiste il voto di chi fa i conti. E i conti, a differenza delle prediche, sono sempre molto sinceri.
Naturalmente, questo non significa che ogni scelta politica si riduca a una busta paga o a un sussidio. Sarebbe una caricatura altrettanto sciocca di quella dei commentatori scandalizzati. Esistono convinzioni, identità, valori, appartenenze, tradizioni, memorie familiari. Ma sarebbe infantile fingere che l’economia non conti. Conta eccome. Anzi, spesso conta più di tutte le lauree in analisi del discorso messe insieme.
Alla fine, forse, la verità meno romantica ma più realistica è questa: in democrazia non votano i cittadini ideali dei manuali di educazione civica, quelli che pensano solo al bene supremo della nazione e si commuovono davanti alla Costituzione come se fosse un santino. Votano persone in carne e ossa, con un mutuo, un lavoro precario, una pensione, un’azienda, un sussidio, delle paure e dei conti da pagare a fine mese.
E quelle persone, quasi sempre, quando entrano nella cabina elettorale fanno una domanda molto semplice, molto poco filosofica e molto umana: questa scelta politica mi aiuta o mi danneggia?
Tutto il resto è scenografia. Bella, a volte elegante, spesso pretenziosa. Ma sempre scenografia.
E se qualcuno si scandalizza perché i quartieri popolari votano in base al proprio interesse, la risposta è semplice: benvenuto nella democrazia reale. Non in quella immaginaria dei talk show, dove tutti sono altruisti, competenti e superiori. Quella, purtroppo per alcuni e per fortuna per il buon senso, non esiste.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: nei quartieri popolari di Napoli il No ha sfiorato l’85%. Una percentuale enorme, quasi plebiscitaria. Eppure molti commentatori sembrano stupiti, come se non riuscissero a spiegarselo. In realtà la spiegazione è molto più semplice e molto meno nobile di quanto piacerebbe a chi parla di politica come se fosse un seminario universitario.
parte 1: In molti quartieri popolari il reddito di cittadinanza prima, e in generale tutto il sistema di sussidi, bonus, esenzioni e welfare locale, hanno rappresentato per anni una parte importante del reddito reale di tante famiglie. Quando quel sistema viene ridotto, modificato o reso più difficile da ottenere, è inevitabile che si crei un risentimento politico. Non serve tirare fuori grandi teorie: se una politica pubblica ti toglie soldi o sicurezza economica, tenderai a votare contro chi la sostiene.
parte 2: C’è però una domanda più interessante, e anche più scomoda: è davvero così disprezzabile votare in base al proprio interesse? Perché c’è sempre una certa ipocrisia in queste discussioni. Quando vota per interesse un imprenditore che vuole meno tasse, si parla di visione economica. Quando vota per interesse un proprietario di casa che non vuole la patrimoniale, si parla di difesa del risparmio. Quando vota per interesse un pensionato che vuole la pensione indicizzata, si parla di diritti acquisiti. Ma quando vota per interesse chi vive di sussidi o di welfare, allora improvvisamente diventa voto clientelare, voto assistito, voto immorale.
parte 3: La verità è che quasi tutti votano per interesse. Cambia solo l’interesse che difendono e, soprattutto, cambia il giudizio morale che diamo a quell’interesse. Chi paga molte tasse difende i propri soldi. Chi riceve trasferimenti difende il proprio reddito. Dal punto di vista strettamente razionale, il meccanismo è identico.
parte 4: Il problema, semmai, non è che le persone votino per il proprio beneficio. Quello è umano, prevedibile, quasi inevitabile in una democrazia. Il problema nasce quando in uno stesso Paese ci sono gruppi molto grandi che vivono in modo strutturale di risorse pubbliche pagate da altri gruppi. A quel punto il voto non è più solo una scelta politica, diventa una specie di negoziazione permanente su chi paga e chi riceve, su quanto Stato ci deve essere e su chi lo deve finanziare.
parte 5: In questo senso, quel famoso 85% di No nei quartieri popolari di Napoli può essere letto non come un mistero sociologico o come una prova di arretratezza civica, ma come un comportamento perfettamente razionale dal punto di vista economico. Se lo Stato per te significa reddito, sussidi, aiuti, case popolari, esenzioni, voterai molto probabilmente per chi promette più Stato o per chi non ti toglie quello che già hai. Se invece lo Stato per te significa soprattutto tasse, burocrazia e controlli, tenderai a votare per chi promette di ridurlo.
parte 6: Alla fine, forse, la verità meno romantica ma più realistica è questa: in democrazia non votano i cittadini ideali dei manuali di educazione civica, quelli che pensano solo al bene supremo della nazione. Votano persone in carne e ossa, con un mutuo, un lavoro precario, una pensione, un’azienda, un sussidio, delle paure e dei conti da pagare a fine mese. E quelle persone, quasi sempre, quando entrano nella cabina elettorale fanno una domanda molto semplice, molto poco filosofica e molto umana: questa scelta politica mi aiuta o mi danneggia?
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6. Approfondisci dove ritieni necessario.
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