OpenAI e il mito del gigante invincibile

Pensavamo che OpenAI fosse l’unica vera vincitrice della corsa all’intelligenza artificiale. Il nome più forte, il marchio più riconoscibile, il prodotto più usato dal grande pubblico. Insomma: il padrone del tavolo. E invece i conti stanno cominciando a raccontare un’altra storia. Molto meno epica, molto più sporca. Perché dietro l’aura da rivoluzione tecnologica si sta affacciando un problema molto più brutale: la sostenibilità economica. E quando un’azienda tecnologica vale più per la sua promessa che per la sua tenuta reale, il rischio è sempre lo stesso. Prima il mercato applaude. Poi presenta il conto.

Il primo campanello d’allarme è finanziario, e suona forte. OpenAI si troverebbe davanti a un buco da 20 miliardi di dollari solo per il 2026, con la prospettiva di un disavanzo che potrebbe arrivare a 130 miliardi nei prossimi due anni. Numeri da capogiro, che raccontano una realtà semplice: l’IA non è gratis, e la magia di ChatGPT poggia su una macchina industriale costosissima. Contratti enormi, infrastrutture mastodontiche, fornitori che pesano come macigni sul bilancio. E il paradosso è quasi comico, se non fosse tragico: più persone usano il prodotto, più l’azienda brucia risorse. Non proprio il sogno dell’imprenditoria moderna. Non a caso è arrivata anche la pubblicità sulla versione gratuita, che sa tanto di toppa messa in fretta su una falla che comincia a farsi seria.

E mentre la cassa sanguina, la concorrenza fa quello che la concorrenza fa meglio: mangia spazio. La quota di mercato di ChatGPT nel traffico web dell’IA generativa sarebbe scesa dall’86,7 per cento di gennaio 2025 al 64,5 per cento di gennaio 2026. Un calo pesante, soprattutto perché i colpi arrivano da più fronti. Google con Gemini sta recuperando terreno in modo aggressivo, Anthropic si sta prendendo una fetta sempre più importante nel mercato enterprise, e poi c’è la Cina, che come al solito non entra nel gioco per partecipare, ma per abbassare il tavolo. DeepSeek e MiniMax offrono prestazioni comparabili a costi molto più bassi, e questo sta rendendo la guerra dei prezzi spietata. Per OpenAI, che già fatica a trasformare l’uso enorme in profitti veri, è una pessima notizia. Quando il prodotto diventa una commodity, il vantaggio del primo arrivato dura il tempo di un paio di trimestri.

Poi c’è il fronte interno, che spesso è quello che fa più male. Sam Altman ha dichiarato il codice rosso dopo che Google ha superato OpenAI su alcuni benchmark, e ha deciso di concentrare tutto su ChatGPT. Una scelta comprensibile, certo. Ma anche rivelatrice. Quando la pressione sale, si sacrifica la ricerca di lungo periodo per inseguire il presente. E così arrivano i malumori, le fratture, la fuga dei talenti. Il vicepresidente della ricerca se n’è andato dopo che le richieste di maggiori risorse per l’AI reasoning sarebbero state respinte. I team di Sora e DALL-E si sarebbero sentiti trattati come reparti secondari, utili finché fanno scena, marginali quando bisogna decidere dove mettere i soldi veri. E Sora, il progetto video, è diventato il simbolo perfetto del problema: enorme consumo di potenza di calcolo, ritorni economici insufficienti, entusiasmo evaporato in fretta. Quando i download crollano da milioni a poco più di un milione nel giro di pochi mesi, il messaggio è chiaro. La novità non basta. La meraviglia non paga il conto elettrico.

Ma OpenAI non ha solo problemi industriali. Ha anche problemi legali, reputazionali e persino affettivi, che per un’azienda come questa sono quasi più pericolosi dei numeri. Una compagnia assicurativa giapponese l’ha citata in giudizio accusandola di aver esercitato abusivamente la professione legale, perché ChatGPT avrebbe aiutato un ex dipendente a intentare cause senza competenza giuridica. E poi c’è la causa di Elon Musk, sempre pronto a ricordare al mondo che le grandi amicizie tecnologiche finiscono spesso in cause miliardarie. Musk chiede 109 miliardi di dollari di danni e sostiene di essere stato ingannato quando finanziava OpenAI all’epoca del non profit. Il risultato è il solito: il grande laboratorio dell’innovazione finisce dentro un’arena di tribunali, diffidenze e rivendicazioni. Altro che missione quasi salvifica. Qui siamo nel regno classico delle startup che crescono troppo in fretta per restare pure e troppo in fretta per restare sane.

E poi c’è il malcontento degli utenti, che è il termometro più crudele di tutti. Perché puoi avere investitori entusiasti, giornali adoranti e keynote pieni di aggettivi, ma se chi usa il prodotto comincia a storcere il naso, il castello trema. GPT-5.2 sarebbe stato accolto freddamente, giudicato piatto, troppo filtrato, meno brillante. E quando OpenAI ha annunciato l’addio a GPT-4o, il modello percepito come più umano e creativo, è scoppiata una piccola rivolta digitale: oltre 20.000 firme per chiedere di non cancellarlo. Che tradotto significa una cosa banalissima e devastante: l’utente non vuole solo un modello più potente. Vuole un modello che sembri vivo. E se il prodotto nuovo appare più freddo del precedente, il progresso tecnico smette di sembrare progresso.

Ma forse il problema vero, quello che sta sotto a tutto il resto, è ancora più grande. Riguarda l’idea stessa che ci siamo fatti dell’intelligenza artificiale. Per anni l’abbiamo trattata come una specie di motore onnipotente del futuro imminente. Doveva cambiare tutto, subito, in ogni settore, con ritorni economici rapidi e rivoluzioni a catena. I capitali sono arrivati in massa proprio perché quella promessa era irresistibile. Il punto è che la realtà è meno cinematografica. L’IA è impressionante quando genera testi, immagini, video, sintesi. Molto meno quando deve entrare nei processi aziendali veri, quelli dove un errore costa soldi, clienti, reputazione, a volte anche cause legali. Lì non basta essere brillante. Bisogna essere affidabile. E affidabile, oggi, l’IA non lo è abbastanza. La maggior parte dei pilot aziendali fallisce o resta bloccata in una zona grigia fatta di demo, slide e aspettative gonfiate.

Ed è qui che il quadro si chiude. OpenAI non sta soltanto affrontando problemi propri. Sta mostrando, con una certa crudeltà, i limiti del racconto generale sull’IA. Il primo arrivato non è necessariamente il più solido. Il più famoso non è necessariamente il più redditizio. Il più ammirato non è necessariamente quello che regge meglio l’urto della realtà. E così il 2026 rischia di essere ricordato come l’anno della resa dei conti: per OpenAI, certo, ma anche per l’intera industria che ha venduto il futuro come se fosse già in saldo. La verità è meno elegante, ma molto più utile: quando i costi sono enormi e i ricavi veri arrancano, il castello di carte non crolla all’improvviso. Prima scricchiola. Poi comincia a perdere pezzi. E infine, come sempre, qualcuno finge sorpresa.

(Giovanni Sarpi)

Prompt:

intro: Pensavamo che OpenAI fosse l'unica grande vincitrice di questa corsa all'intelligenza artificiale, ma i conti non tornano più. Anzi, negli ultimi mesi sono emersi problemi talmente seri da far sembrare l'azienda di Sam Altman un gigante con i piedi di argilla. Il primo campanello d'allarme è finanziario e suona fortissimo. Secondo quanto riportato da fonti vicine al mercato, OpenAI si troverebbe ad affrontare un buco nero da 20 miliardi di dollari solo per il 2026, a causa di contratti milionari con fornitori come Nvidia e Oracle che stanno iniziando a scadere tutti insieme. La situazione è così grave che le banche d'investimento prevedono un disavanzo che potrebbe arrivare a 130 miliardi di dollari nei prossimi due anni. Il paradosso è amaro: più utenti usano ChatGPT, più soldi l'azienda perde, perché i costi di gestione del modello superano già i ricavi generati. Non a caso hanno dovuto introdurre la pubblicità sulla versione gratuita, una mossa che sa più di disperazione che di strategia commerciale.

parte 1: A complicare il quadro c'è la concorrenza, che sta divorando la leadership di OpenAI da tutte le direzioni. La quota di mercato di ChatGPT nel traffico web dell'IA generativa è crollata dall'86,7 per cento di gennaio 2025 al 64,5 per cento di gennaio 2026. A rubare terreno sono soprattutto Google con Gemini, passato dal 5,7 al 21,5 per cento, e Anthropic, che sta dominando nel settore enterprise con una quota del 40 per cento contro il 27 di OpenAI. Ma la minaccia più insidiosa arriva dalla Cina: modelli come DeepSeek e MiniMax offrono prestazioni simili a quelle di OpenAI a una frazione del costo, tanto che la loro quota di consumo di token sul mercato globale è cresciuta del 421 per cento in un anno. Per un'azienda che già fatica a essere redditizia, questa guerra dei prezzi è semplicemente devastante.

parte 2: Non mancano i problemi interni e le scelte strategiche discutibili. Sam Altman ha dichiarato il codice rosso dopo che Google lo ha superato su alcuni benchmark, e ha deciso di concentrare tutte le risorse su ChatGPT, sacrificando i progetti di ricerca a lungo termine. Il risultato è stato una fuga di talenti: il vicepresidente della ricerca se n'è andato dopo che le sue richieste di più risorse per l'AI reasoning sono state respinte, e i team di Sora e DALL-E si sono sentiti trattati come cittadini di seconda classe. Proprio Sora, il progetto di generazione video, è stato chiuso dopo appena due anni perché consumava una potenza di calcolo mostruosa senza generare i ritorni economici sperati, con i download crollati da 6,1 milioni a novembre a soli 1,1 milioni a marzo. Persino un accordo da un miliardo di dollari con la Disney è saltato.

parte 3: A completare il quadro ci sono le grane legali e il malcontento degli utenti. OpenAI è stata citata in giudizio da un'assicurazione giapponese con l'accusa di aver esercitato abusivamente la professione legale, perché ChatGPT avrebbe aiutato un ex dipendente a intentare cause senza alcuna competenza giuridica. E poi c'è la causa di Elon Musk, che chiede 109 miliardi di dollari di danni sostenendo di essere stato ingannato quando ha donato soldi all'epoca in cui OpenAI era ancora un'organizzazione no-profit. Nel frattempo, gli utenti più fedeli si stanno arrabbiando: l'ultimo modello GPT-5.2 è stato accolto con freddezza perché scrive in modo piatto e troppo filtrato, e quando OpenAI ha annunciato che avrebbe dismesso il modello GPT-4o, il più amato e considerato più umano e creativo, è nato un movimento con oltre 20.000 firme per chiedere di tenerlo vivo.

parte 4: Ma forse il problema più grande di tutti è un altro, e riguarda l'intero settore. C'è una crescente sensazione che l'intelligenza artificiale sia stata enormemente sopravvalutata, almeno nelle sue applicazioni pratiche e nei tempi di ritorno economico. Per anni ci hanno raccontato che l'IA avrebbe rivoluzionato ogni aspetto della nostra vita in pochi mesi, e gli investitori hanno pompato miliardi di dollari in base a questa promessa. Eppure, oggi ci troviamo di fronte a una realtà scomoda: molti dei cosiddetti use case rivoluzionari non si sono ancora materializzati, o si sono rivelati molto più limitati del previsto. L'IA è straordinaria nel generare testi e immagini, ma fatica terribilmente a integrarsi in modo affidabile nei processi aziendali complessi, dove i margini di errore devono essere zero. Il risultato è che la maggior parte dei progetti pilota nelle aziende fallisce, e i soldi veri, quelli dei clienti disposti a pagare profumatamente, non stanno arrivando con la velocità promessa. Quando i costi sono astronomici e i ricavi reali stentano a decollare, prima o poi il castello di carte deve crollare. Insomma, l'azienda che ha dato il via alla rivoluzione dell'IA sta scoprendo che essere il primo non significa essere il più solido, e il 2026 si sta rivelando l'anno della resa dei conti non solo per OpenAI, ma per l'intera industria dell'intelligenza artificiale.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Giovanni Sarpi,  scrivi un Articolo; usa un tono brillante

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