La guerra nel Golfo non è quello che sembra

Non sono una fan dell’attuale amministrazione israeliana. E, per evitare equivoci, nemmeno di quella americana. L’idea che alla Casa Bianca sieda un vecchio idiota e mitomane capace di alternare dichiarazioni da comizio a uscite da reality show non mi rassicura esattamente. Ma se vogliamo capire cosa sta succedendo — davvero, non su X — dobbiamo fare uno sforzo intellettuale minimo: smettere di tifare e iniziare ad analizzare. Perché questo conflitto viene raccontato come l’ennesima iniziativa velleitaria destinata al fallimento, quando in realtà è l’ennesimo capitolo di una partita molto più lunga, molto più strutturata e, soprattutto, molto più pericolosa.

Primo punto: il contesto. Questa guerra non nasce il 7 ottobre 2023, ma trova lì la sua accelerazione decisiva. Da quel momento in poi, Benjamin Netanyahu ha fatto una cosa che i suoi critici faticano a riconoscere: ha trasformato un trauma nazionale in una leva strategica regionale. Gaza è stata solo l’inizio. Il vero obiettivo era esporre e logorare l’intero sistema di proiezione iraniano: Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, le milizie in Siria, gli Houthi nello Yemen, fino ad arrivare al cuore stesso dell’Iran. Una pressione cumulativa, calibrata, che sfrutta un vantaggio netto — tecnologia, intelligence, capacità operativa — e lo moltiplica su più fronti. Il risultato? Un Medio Oriente che, almeno nei suoi attori statali più rilevanti, è molto meno indignato di quanto si racconti nei salotti europei. I palestinesi restano una causa simbolica, certo, ma non necessariamente una priorità strategica per chi, oggi, vede in Teheran il problema principale.

Secondo punto: la natura della campagna. Quello a cui stiamo assistendo è, in sostanza, una versione potenziata di operazioni già viste: colpire duro, rapidamente, in profondità. Decapitare catene di comando, distruggere infrastrutture militari, mandare un messaggio chiaro. L’idea — nemmeno troppo nascosta — è semplice: creare abbastanza danno da costringere l’avversario a riconsiderare la propria postura, senza impantanarsi in una guerra totale. Fin qui, uno schema quasi chirurgico. Poi entra in scena la variabile politica americana. E qui il copione si inceppa. Quando inizi a parlare apertamente di “cambio di regime” senza avere né il consenso internazionale né una strategia coerente per gestirne le conseguenze, smetti di fare pressione e inizi a fare confusione. Gli alleati si irrigidiscono, i nemici si compattano, e il margine di manovra si restringe.

Terzo punto: le capacità reali. Stati Uniti e Israele, messi insieme, hanno una superiorità militare schiacciante. Le difese aeree iraniane sono state degradate, l’aviazione opera con relativa libertà, e la capacità di colpire obiettivi sensibili è concreta. Ma — ed è un “ma” grande quanto lo Stretto di Hormuz — questo non significa poter fare tutto. Garantire la sicurezza delle rotte energetiche globali richiede risorse enormi e continuità operativa. Condurre operazioni terrestri in Iran? Un’altra categoria di complessità, e infatti non è sul tavolo, se non come ipotesi teorica. Dall’altra parte, Teheran ha fatto quello che fanno gli attori messi all’angolo: ha cambiato piano di gioco. Niente confronto simmetrico, niente guerra convenzionale. Escalation indiretta, pressione economica, destabilizzazione. In pratica, una versione su scala maggiore della strategia degli Houthi: colpire dove fa male davvero, cioè il flusso delle merci e dell’energia.

E qui arriviamo al quarto punto: gli effetti. La narrativa dominante si concentra sull’impatto globale, ed è giusto. Ma bisogna distinguere. Gli Stati Uniti subiscono pressioni, certo, ma in misura relativamente contenuta rispetto all’Asia, che dipende in modo molto più diretto da quelle rotte. Questo crea una distorsione interessante: chi subisce di più non è necessariamente chi decide di più. E in questo spazio si inserisce una variabile spesso sottovalutata: i Paesi arabi. Proprio quelli che, sulla carta, dovrebbero essere più sensibili alla causa palestinese, sono anche quelli che vedono nell’Iran una minaccia esistenziale. E quindi, mentre l’Occidente discute e si divide, loro — più silenziosamente — spingono perché la pressione su Teheran continui.

Quinto punto: l’Iran. Qui si annida l’errore più comune. L’idea che il regime sia un blocco monolitico che si rafforza sotto attacco è rassicurante nella sua semplicità, ma poco aderente alla realtà. L’Iran è un sistema complesso, con tensioni interne, equilibri fragili, periferie difficili da controllare. Più colpisci le infrastrutture, più metti sotto stress non solo l’apparato militare, ma anche quello politico e amministrativo. A un certo punto, la domanda smette di essere “resisteranno?” e diventa “a quale costo?”. Province periferiche che iniziano a muoversi, catene di comando che si incrinano, una popolazione sempre più stanca: non sono scenari garantiti, ma sono possibilità concrete. E ignorarle significa non capire dove potrebbe rompersi davvero il sistema.

Infine, il punto forse più scomodo: come finisce. Non con una vittoria netta, non con un crollo spettacolare del regime iraniano, e nemmeno con una resa incondizionata. Più probabilmente con un compromesso opaco, costruito in fretta, che permetta a tutti di raccontare una storia accettabile ai propri pubblici. Una tregua travestita da successo, un passo indietro venduto come avanzamento strategico. Perché, alla fine, anche le guerre più dure devono fare i conti con una realtà banale: a un certo punto bisogna smettere di sparare e tornare a vivere.

Il resto — le etichette, le tifoserie, le analisi da social — è rumore di fondo. Utile a riempire il silenzio, meno a capire il mondo.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: non sono affatto un fan dell'attuale amministrazione israeliana, e ancor meno di quella americana. Il presidente USA, per come lo vedo io, è semplicemente un vecchio e stupido mitomane, privo della saggezza della maturità come della curiosità della giovinezza. E certamente le caratteristiche di entrambi i governi si riflettono sulla condotta della guerra, i cui limiti sono stati già ampiamente analizzati. Detto questo, mi pare che questo conflitto venga letto in modo troppo semplicistico, come se ci fosse fretta di archiviarlo sotto l'etichetta "classici fallimenti di iniziative velleitarie". Invece, per valutare la faccenda con un minimo di efficacia, bisognerebbe tenere conto di almeno tre elementi: il contesto in cui si inserisce l'operazione, le effettive capacità dei due contendenti e le opzioni che hanno a disposizione, e infine gli effetti che la campagna sta avendo sui diretti interessati e sui loro alleati.

parte 1: Sul primo punto, questa non è una guerra che nasce dal nulla. Fa parte di un più ampio disegno di ridimensionamento della potenza iraniana, iniziato a partire dal 7 ottobre 2023. E qui, va detto, sta il capolavoro strategico di Netanyahu: ha sfruttato la guerra a Gaza per esporre e mettere in crisi tutti gli ambiti di espansione del regime di Teheran, da Gaza stessa al Libano, dalla Siria allo Yemen, fino ad arrivare a colpire l'Iran direttamente. Al di là dei vantaggi che questa guerra infinita ha portato al suo governo, il gioco è stato quello di sottoporre ciascuno di questi fronti a una pressione cumulativa, sfruttando la superiorità tecnologica e operativa dell'apparato militare israeliano e, allo stesso tempo, creando con i paesi arabi della regione una forte coesione contro il nemico comune. Una coesione capace di superare persino il possibile risentimento per la durezza delle operazioni a Gaza, fermo restando che le sorti dei palestinesi suscitano molto più interesse in Europa e America che tra gli arabi, in particolare quelli che contano.

parte 2: In questo quadro, la campagna attuale appare come una riedizione in versione potenziata della "guerra dei 12 giorni", grazie alla partecipazione americana. L'idea era quella di sferrare una serie di colpi pesanti contro l'apparato militare, organizzativo e industriale del regime, accompagnati da un'impressionante serie di eliminazioni ai massimi livelli, per poi dichiararsi soddisfatti e vedere se alla fine l'edificio crolla o se ha bisogno di un'altra spinta. Credo che questa fosse la linea su cui gli apparati militari di Israele e Stati Uniti avevano pianificato l'operazione. Poi, però, ci si è messo di mezzo Trump con le sue dichiarazioni deliranti sul cambio di regime, una totale incapacità di mantenere una linea coerente e un'estrema efficienza nell'indisporre gli alleati.

parte 3: Per quanto riguarda le capacità in campo, USA e Israele sono perfettamente in grado di proseguire le operazioni offensive. Le difese aeree iraniane sono fortemente degradate in tutto il paese e l'aviazione alleata può ormai muoversi senza particolari problemi. Allo stesso tempo, però, non sono in grado, se non impegnando molte risorse anche esterne, né di assicurare la navigazione nello Stretto di Hormuz, né di svolgere operazioni terrestri che non siano di brevissimo respiro. Dal canto loro, gli iraniani hanno reagito nell'unico modo possibile: con un all-in che ha compattato il regime sulla sua ala più intransigente e, soprattutto, prodotto un'escalation strategica che colpisce l'economia mondiale in uno dei suoi punti nevralgici. Ormai impossibilitati a reagire con le forze armate classiche, e sostanzialmente privi di marina e aeronautica, si sono di fatto trasformati in una versione più grossa degli Houthi.

parte 4: Sappiamo bene quali siano le conseguenze sull'economia globale e le pressioni che queste esercitano sugli Stati Uniti. La chiusura del Golfo Persico, però, procura danni diretti relativamente limitati agli USA, mentre colpisce duramente l'Asia. Da questo punto di vista, l'egoismo e la miopia di Trump e dei suoi potrebbero paradossalmente ridurre l'impatto della strategia iraniana, tanto più che ora sono proprio gli arabi, cioè i più colpiti, a voler andare fino in fondo.

parte 5: La vera incognita, però, è l'Iran. Troppi, a mio avviso, commettono l'errore di considerare il regime come un monolite che, più colpi riceve, più si compatta, dando per scontato che possa continuare a imporre la propria pressione economica senza problemi, incurante delle bombe e delle distruzioni progressive. In realtà ci sono almeno tre interrogativi da porsi: siamo sicuri che tutte le leve siano davvero in mano agli oltranzisti e che possano portare avanti il conflitto senza difficoltà? Che possibilità ci sono che, a forza di indebolire le strutture e gli apparati del regime, magari con una campagna aerea di supporto tattico ben fatta, qualche provincia periferica cominci a ribellarsi sul serio, mettendo a rischio l'unità nazionale? E infine, a un certo punto, toccherà smettere di sparare e ricominciare a campare: se lo scontro andasse avanti ancora, il livello di distruzione delle infrastrutture sarebbe tale da rendere ancora più difficile controllare il paese, con una popolazione sempre più esasperata.

parte 6: Questi interrogativi non mi portano a pensare che il regime possa crollare per effetto diretto di questa guerra. Mi suggeriscono piuttosto che, forse già nel giro di un paio di settimane, si cercherà un modo per permettere a tutti i partecipanti di salvare la faccia. Che, in fondo, è quello che tutti stanno cercando.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo. 

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