Il crepuscolo dell’unità MAGA

È abbastanza evidente, ormai, che il mondo MAGA non sia più quel blocco monolitico, granitico, quasi liturgico che aveva imparato a presentarsi al pubblico negli anni dell’ascesa trumpiana. Le crepe ci sono, eccome se ci sono. E il bello — o il brutto, a seconda dei gusti — è che non riguardano solo dettagli tattici, non solo il solito teatrino interno tra egomani e fedelissimi in cerca di una poltrona più vicina al sole. Stavolta il nodo è più serio, più sporco, più rivelatore: il rapporto con la Russia. O, più precisamente, la capacità della destra americana di continuare a tenere insieme due impulsi che ormai si sopportano a fatica: l’ammirazione ideologica per Putin e l’indignazione religiosa per ciò che il suo regime fa ai cristiani nei territori occupati dell’Ucraina.

Per anni una parte della destra statunitense ha guardato a Mosca con gli occhi di chi scorge, nel disordine altrui, un presunto ordine morale. Putin è stato venduto e comprato come il difensore dei valori tradizionali, l’uomo forte che mette al proprio posto liberali, progressisti, femministe, intellettuali e tutto ciò che profuma di modernità occidentale. Una caricatura di statista, certo, ma perfettamente funzionale a un certo immaginario conservatore americano: virile, autoritario, ostentatamente anti-woke, celebrato come una specie di zar da manuale per chi confonde la forza con la virtù. Il problema è che, mentre quel mito faceva comodo nei talk show e nelle conferenze della destra, nelle zone occupate dell’Ucraina la Russia faceva ciò che gli imperi fanno da sempre: reprimeva, controllava, schiacciava. E tra i bersagli non ci sono soltanto gli avversari politici, ma anche i cristiani non allineati, in particolare protestanti, battisti ed evangelici.

E qui la faccenda smette di essere una fantasia da guerra culturale e diventa una contraddizione che puzza. Perché per una parte dell’elettorato trumpiano la fede non è un accessorio identitario: è il centro del discorso, il collante emotivo, il codice morale attraverso cui leggere il mondo. E allora, quando emergono le testimonianze sulla persecuzione religiosa nei territori controllati da Mosca, il castello comincia a tremare. Non si tratta solo di una disputa su chi sia “più duro” con la Russia. Si tratta di una domanda più scomoda: come si fa a venerare un leader che, dietro il volto severo e le pose da difensore della tradizione, finisce per colpire proprio quei credenti che una certa destra americana dice di voler proteggere?

Alla CPAC in Texas, questo cortocircuito è esploso in modo quasi plastico. Interventi come quelli di Sarah Makin e del presidente polacco Karol Nawrocki hanno riportato il tema della persecuzione russa al centro del dibattito, trasformando la guerra in Ucraina in una questione morale prima ancora che strategica. Ed è una mossa tutt’altro che banale, perché parla direttamente al cuore dell’universo trumpiano: il suo lessico religioso, la sua ossessione per la vittimizzazione, il suo bisogno costante di distinguere il bene dal male con una semplicità quasi biblica. Secondo un’inchiesta del Time, a pagare il prezzo più alto sarebbero in particolare battisti ed evangelici, trattati dalle autorità russe come una sorta di “fede americana”, quindi doppiamente sospetta: per il suo contenuto spirituale e per il suo significato simbolico. Chiese distrutte, pastori arrestati, casi di tortura. Il solito dettaglio sgradevole che rovina la favola della grande Russia custode dell’ordine.

Ed è proprio qui che la narrazione putiniana comincia a scricchiolare in modo irreversibile. Perché finché si trattava di fare il tifo per un autocrate che insulta i liberal e manda in crisi le anime belle di Washington, il gioco era facile. Bastava alzare il volume, fare qualche battuta sui media mainstream, accusare l’Occidente decadente e il quadro era servito. Ma quando entrano in scena i cristiani perseguitati, i pastori incarcerati, le chiese sventrate, il discorso cambia tono. Non basta più dire che Putin è “anti-sistema”. Bisogna spiegare perché un sistema che perseguita la fede dovrebbe essere celebrato come argine morale al relativismo occidentale. E questa, per molti nel mondo MAGA, è una spiegazione che non regge neppure con l’ausilio di tutta la buona volontà del trumpismo militante.

La frattura, però, non si ferma alla Russia. Si allarga e prende la forma di un conflitto più profondo: quello tra interventismo selettivo e isolazionismo di ritorno. La durezza mostrata da Trump in Medio Oriente, soprattutto sulla questione iraniana, stride sempre più con l’indulgenza verso Putin. Il messaggio che passa è confuso persino per chi è abituato a non aspettarsi troppa coerenza da questo universo: da un lato il presidente che mostra i muscoli e rivendica una linea durissima contro Teheran; dall’altro lo stesso ecosistema che continua a chiudere un occhio, o entrambi, quando si parla di Mosca. Il risultato è un’idea di forza che si fa selettiva, quasi capricciosa, e che finisce per somigliare meno a una strategia e più a un impulso. E gli impulsi, si sa, durano finché non incontrano una realtà che li contraddice.

A rendere ancora più evidente questo attrito ci sono episodi che, presi singolarmente, potrebbero sembrare marginali, ma messi insieme costruiscono un’immagine inequivocabile. Il via libera a una petroliera russa diretta a Cuba, per esempio, viene letto da molti come l’ennesimo segnale di una politica estera incoerente, se non addirittura schizofrenica. Come si concilia la retorica muscolare anti-avversari con la tolleranza verso operazioni che aiutano indirettamente Mosca a respirare? La risposta, per ora, è il solito miscuglio di convenienza, opportunismo e improvvisazione. E, quando manca una linea leggibile, il sospetto prende il posto della fedeltà. Comincia allora il mormorio nei margini, poi la contestazione aperta, infine lo scontro.

Qui entrano in scena i personaggi che trasformano una faglia ideologica in uno spettacolo pubblico. Laura Loomer, con la sua postura interventista e la sua fedeltà quasi liturgica a Israele, si scontra apertamente con Tucker Carlson, da tempo simbolo di un isolazionismo aggressivo, più attento a evitare nuovi conflitti che a tracciare una linea morale netta. È un duello che racconta molto più di un disaccordo personale. Racconta due Americhe che si contendono il diritto di interpretare il trumpismo: una ancora convinta che la forza debba essere esercitata senza esitazione, l’altra che teme ogni nuovo fronte di guerra e diffida profondamente dell’idea che l’America debba continuare a fare la predicatrice armata del pianeta. E come spesso accade in questi casi, il conflitto non è solo dottrinale. È anche una guerra per il pubblico, per l’attenzione, per il monopolio della rabbia.

In questo paesaggio già abbastanza turbolento, figure come Andrew Schulz rappresentano qualcosa di particolarmente interessante: non tanto una leadership, quanto un sintomo culturale. Il loro peso sta nel segnalare che una parte del mondo trumpiano non vuole più essere arruolata senza riserve nelle crociate simboliche della destra. Niente nuovi conflitti, niente missioni salvifiche, niente entusiasmo per guerre presentate come inevitabili solo perché a qualcuno conviene raccontarle così. È una frattura che rompe il patto anti-establishment su cui il trumpismo ha costruito gran parte del suo consenso: l’idea che il sistema sia corrotto, che le élite mentano, che la guerra sia spesso il prodotto di interessi opachi. Ma quando lo stesso movimento appare incapace di distinguere tra opposizione all’establishment e indulgenza verso un autocrate straniero, allora qualcosa si incrina anche nella sua grammatica più profonda.

Ed ecco il punto decisivo: l’immagine di Putin come difensore dei valori tradizionali sta cedendo non per una disputa accademica, ma per l’impatto concreto delle prove che arrivano dall’Ucraina occupata. Le persecuzioni religiose non sono un dettaglio marginale, non sono una nota a piè di pagina da relegare al dibattito tra specialisti. Sono il colpo di martello che obbliga una parte della destra americana a guardare in faccia la propria contraddizione più imbarazzante. Puoi anche continuare a vendere Putin come il campione dell’ordine morale, ma diventa più difficile farlo quando le chiese vengono abbattute e i pastori vengono trascinati via. A quel punto la propaganda, quella con la P maiuscola, comincia a sembrare una favola detta male.

La verità è che il mondo MAGA si trova davanti a una scelta che finora ha preferito evitare. Può continuare a inseguire il fantasma di un conservatorismo internazionale fatto di uomini forti, simboli virili e nemici inventati; oppure può ammettere che la realtà è molto meno elegante della sua mitologia. La seconda opzione richiede coerenza, la prima soltanto una buona regia. E sappiamo bene quale delle due, finora, abbia vinto più facilmente nei raduni, nei podcast e nei sussurri dei fedelissimi. Ma le crepe, quando si allargano, non chiedono permesso. Prima fanno rumore sottovoce, poi si vedono anche da lontano. E nel mondo MAGA, oggi, si sentono già scricchiolare.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Intro: mi sembra più che evidente che il mondo MAGA non sia più compatto come prima e comincino ad emergere le fratture e le fazioni interne. Ed è interessante come un oggetto del contendere sia l'atteggiamento americano nei confronti della Russia.

parte 1: Da un lato, una parte della destra americana vede Mosca e Putin come un baluardo contro il liberalismo occidentale. Dall'altro, cresce la consapevolezza che la Russia perseguita sistematicamente i cristiani, in particolare i protestanti e gli evangelici nei territori occupati dell'Ucraina.

parte 2: Durante la CPAC in Texas, interventi come quelli di Sarah Makin e del presidente polacco Karol Nawrocki hanno denunciato la repressione russa, trasformando la guerra in una questione morale per l'elettorato trumpiano, per il quale la religione è centrale. Un'inchiesta del Time rivela che la persecuzione colpisce in modo sproporzionato i battisti e gli evangelici, considerati dalla Russia come "fede americana" e quindi sospetti. Decine di chiese sono state distrutte, pastori arrestati o torturati.

parte 3: La frattura è emersa anche rispetto alla guerra in Iran: la durezza mostrata da Trump in Medio Oriente contrasta con l'indulgenza verso Putin. Episodi come il via libera a una petroliera russa diretta a Cuba alimentano la percezione di una strategia incoerente. Il dissidio pubblico tra Laura Loomer (interventista e filo-israeliana) e Tucker Carlson (isolazionista) rende visibile lo scontro interno. Inoltre, influencer e comici come Andrew Schulz rappresentano un'ala del trumpiano che non vuole nuovi conflitti, rompendo il patto anti-establishment su cui si era costruito il consenso.

parte 4: l'immagine di Putin come difensore dei valori tradizionali sta cedendo di fronte alle prove della persecuzione religiosa in Ucraina, creando una spaccatura profonda nel movimento conservatore americano.

Articolo: intro, parte 1 , parte 2 , parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario.

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