
Ammirando la performance mirabolante della nostra Nazionale nelle qualificazioni ai mondiali, mi è scappato da ridere. E poi, come spesso accade quando si ride troppo, dopo arriva il sospetto che forse non sia solo una risata: forse è una diagnosi. Perché sentirsi dire che è “colpa della sinistra che non insegna più l’orgoglio patrio” — o qualunque variante della stessa sciocchezza televisiva — è quasi commovente. Non per la profondità dell’analisi, naturalmente. Per la sua comicità involontaria. Poi però ci si ferma un secondo. E la domanda vera arriva, fastidiosa come un tackle mal riuscito: perché l’Italia fa così schifo, ormai, anche nel calcio?
La risposta più rassicurante è sempre la più stupida: colpa della sfortuna, colpa dell’arbitro, colpa dei giovani, colpa della scuola, colpa della sinistra, colpa della destra, colpa del destino cinico e baro. La risposta seria, invece, è molto meno poetica e molto più italiana: il problema è il corporativismo. Ovunque. Nel pallone, nella politica, nella magistratura, nel giornalismo, nei corpi intermedi e nelle sacche di potere che si autoconservano con la stessa tenacia con cui un vecchio difensore di provincia si aggrappa alla maglia dell’attaccante. In Italia nessuno vuole davvero cambiare il sistema, perché il sistema funziona benissimo per chi ci sta dentro.
Nel calcio questo vizio è sotto gli occhi di tutti. I grandi club difendono i propri interessi come feudi medievali. I piccoli difendono le briciole, ma le difendono con la stessa ferocia. I dirigenti parlano di riforme con la bocca piena di slogan e le mani già occupate a proteggere il proprio orticello. Si discute di ridurre il numero delle squadre, di dare una struttura più seria al campionato, di costruire stadi di proprietà, di distribuire i diritti TV in modo più razionale. E ogni volta succede la stessa cosa: tutti dicono che sì, sarebbe bello. Poi però arriva il momento di rinunciare a una rendita, e improvvisamente la riforma diventa “complicata”, “non prioritaria”, “da valutare con attenzione”. Traduzione: non se ne fa nulla.
La Federcalcio, in questo senso, è un perfetto laboratorio dell’Italia contemporanea. Una macchina piena di correnti, sottocorrenti, alleanze provvisorie, veti incrociati e facce che cambiano ma logiche che restano immutabili. Nessuno ha un vero interesse a cambiare davvero, perché il cambiamento crea vincitori e vinti. E qui sta il punto: in un paese serio, questa sarebbe la funzione naturale della politica e delle istituzioni. Premiare i migliori, punire gli incapaci, forzare un sistema a migliorarsi. In Italia, invece, il meccanismo tende a fare l’opposto: preserva gli equilibri, protegge i mediocri, neutralizza i talenti che disturbano il quieto vivere.
E qui il calcio smette di essere calcio e diventa metafora nazionale. Perché la stessa identica logica si ritrova in politica. Là dove dovrebbe esistere il conflitto democratico, il ricambio, la selezione delle classi dirigenti, si forma spesso un centro di potere che vive di rendita e si autoprotegge. Non serve immaginare complotti da romanzo scadente: basta guardare come funzionano certe convergenze tra politica, magistratura e giornalismo. Non sempre c’è un piano segreto. Più spesso c’è qualcosa di peggiore: una consuetudine di potere. Un sistema di convenienze reciproche che blocca ogni riforma reale.
Il risultato è sempre lo stesso: non si riesce a liberare la magistratura dal correntismo, non si riesce a liberare la politica dall’uso distorto della giustizia come arma, non si riesce a liberare il dibattito pubblico dalla recita delle parti. Tutti denunciano il problema, nessuno vuole toccare davvero i meccanismi che lo producono. Perché quei meccanismi servono. Servono a qualcuno, ovviamente. E quando una struttura serve a chi la controlla, smette di essere una struttura da riformare e diventa una fortezza da difendere.
Ma attenzione: non si può neppure fare finta che quei centri di potere non abbiano potere. Ce l’hanno eccome. E lo usano per bloccare, ritardare, diluire, sterilizzare. Questo è il punto che molti non vogliono dire ad alta voce. Non perché ci sia una regia onnipotente, ma perché il blocco è diffuso, strutturale, quasi culturale. L’Italia sembra aver sviluppato una forma raffinata di conservazione dell’esistente: tutti si lamentano del declino, ma quasi nessuno accetta il prezzo del cambiamento.
Ed è qui che entra in scena il tratto più italiano di tutti: la paura. Paura di perdere potere, paura di cambiare assetto, paura di rompere equilibri, paura di fare davvero pulizia. Nel calcio si cambia sempre l’allenatore, perché è il bersaglio perfetto. Costa poco, fa scena, consente di fingere una svolta senza toccare il problema vero. In politica si cambiano i nomi, si rinfrescano i simboli, si riscrivono gli slogan, ma le logiche restano identiche. E il cittadino, che dovrebbe essere il soggetto sovrano, assiste alla stessa pantomima con la rassegnazione di chi ha già capito come va a finire.
Il dramma, però, è che questa rassegnazione non produce solo immobilismo. Produce declino. E il declino, a differenza delle crisi vere, non fa rumore. Scivola. Logora. Normalizza la mediocrità. Ti abitua all’idea che non si possa fare meglio, che non esista una via d’uscita, che ogni tentativo di riforma sia ingenuo o pericoloso. Così si finisce per considerare “realismo” quella che in realtà è solo codardia istituzionalizzata.
Forse qualcosa cambierà solo quando il costo della stagnazione diventerà più alto del costo della trasformazione. Quando perdere farà meno paura di restare fermi. Quando il declino sarà così evidente da rendere ridicola perfino la difesa degli interessi di corto respiro. Per ora, però, siamo lì: la Nazionale fuori dai mondiali, la politica inchiodata, i centri di potere al loro posto, ognuno a proteggere la propria fetta di niente. E noi a guardare tutto questo come se fosse una stranezza. Non lo è. È il sistema che funziona esattamente come è stato progettato: per non cambiare mai.
(Giovanni Sarpi)
Prompt:
intro: ammirando la performance mirabolante della nostra nazionale per le qualificazioni ai mondiali mi è scappato da ridere. A leggere le dichiarazioni di Italo Bocchino per cui sarebbe "colpa della sinistra che non insegna più l'orgoglio patrio" (o qualche idiozia del genere) sono quasi morto, dalle risate. Poi mi sono messo a pensarci un attimo: perché l'Italia fa così schifo ANCHE nel calcio, ormai?
parte 1: Il problema, a quanto pare, non è la mancanza di talento o di risorse. È il corporativismo. Nel calcio, i grandi club e i detentori del potere economico bloccano qualsiasi riforma che potrebbe rendere il sistema più competitivo: riduzione delle squadre, stadi di proprietà, distribuzione equa dei diritti TV. Ognuno difende il proprio orticello. E la Federcalcio è un labirinto di correnti dove nessuno ha interesse a cambiare davvero.
parte 2: in politica succede la stessa identica cosa. La convergenza tra certa magistratura, certa politica e certo giornalismo ha creato un centro di potere che blocca ogni riforma. Non per complotto, ma per rendita di posizione. Così non si riesce né a rendere la magistratura libera dal correntismo, né a liberare la politica da questo strumento illegittimo di lotta politica.
parte 3: Ma attenzione: non si può neppure far finta che quei centri di potere non abbiano, appunto, potere. E possono bloccare qualsiasi iniziativa. Il punto è un altro: a questo paese, collettivamente, manca il coraggio del cambiamento. Il coraggio di affrontare i "poteri forti" – non quelli della narrazione complottista, ma quelli di alcuni gruppi che monopolizzano settori interi e, impedendone il cambiamento, li condannano a scomparire.
parte 4: Nel calcio si cambia l'allenatore, il capro espiatorio. Mai il sistema. In politica si cambiano i nomi, ma le logiche restano le stesse. Si vota "no" per paura del cambiamento, senza offrire un'alternativa credibile. Si preferisce declinare lentamente piuttosto che perdere anche solo un pezzetto del proprio potere.
parte 5: e ne esce? Forse sì, ma solo quando il declino diventerà così insopportabile che il cambiamento smetterà di fare più paura della stagnazione. Per ora, guardiamo la Nazionale fuori dai mondiali e la politica ferma. E aspettiamo che qualcuno abbia il coraggio di rompere il blocco.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Giovanni Sarpi, scrivi un Articolo; usa un tono brillante
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