Disinformazione e fastidio

Avevo preparato un articolo su Artemis II, sulle prossime tappe del ritorno dell’essere umano verso la Luna, su quella straordinaria miscela di ingegno, rischio e disciplina che ogni missione spaziale porta con sé. Un tema bellissimo, quasi necessario, in tempi in cui guardare in alto sembra spesso l’unico modo per non restare schiacciati dal rumore di sottofondo. E invece lo rimando. Perché una cosa letta sui social mi ha davvero fatto imbestialire.

C’è un ragazzo italiano, con un piccolo canale YouTube, poche visualizzazioni e molta più fretta che competenza, che ha pubblicato un video basandosi su una notizia sentita in rete: dal 1° gennaio, avrebbe detto, gli uomini tedeschi tra i 17 e i 45 anni non possono lasciare il Paese senza avvisare l’esercito. Dieci minuti di allarmismo confezionato male, con il solito sottofondo da fine del mondo: guerra con la Russia, Germania che torna indietro di ottant’anni, follia generale. Il classico meccanismo perfetto per ottenere clic da chi non ha voglia, o tempo, di verificare.

Peccato che bastino trenta secondi per scoprire la verità. Non c’è nessuna mobilitazione generale. Non c’è nessuna misura da stato di guerra. C’è, molto più banalmente, il rinnovo di una prassi burocratica che esiste da decenni, nata nel clima della Guerra Fredda e aggiornata nel tempo come si aggiornano tante norme amministrative: non per preparare un’invasione, ma per gestire in modo ordinato eventuali obblighi militari in uno Stato che conserva un sistema di difesa regolato da legge. Niente apocalisse, niente ritorno del Reich, niente sceneggiatura da film pessimo. Solo un’informazione deformata fino a diventare una caricatura.

Ed è qui che il problema smette di essere un video sciocco e diventa qualcosa di più serio. Perché questa non è solo la storia di un piccolo youtuber ansioso di farsi notare. È un’abitudine molto più diffusa: prendere una notizia, strapparla dal contesto, piegarla alla propria narrazione e poi rilanciarla con sicurezza, come se il tono bastasse a sostituire la verifica. Succede nei canali improvvisati, certo. Ma succede anche altrove, in spazi che dovrebbero essere più affidabili, in testate che avrebbero tutti gli strumenti per controllare, in volti noti del giornalismo che condividono prima di leggere, o leggono solo ciò che serve a far numero. E quando questo accade, la differenza tra professionismo e dilettantismo si assottiglia pericolosamente.

La parte più deprimente è che, da un certo punto in poi, perfino tentare di correggere il rumore diventa un esercizio di resistenza fisica e mentale. Avevo provato a disintossicarmi dal debunking, perché è davvero una fatica di Sisifo. Spingi il masso su per la salita, credi di aver raggiunto una piccola vetta di chiarezza, e un attimo dopo eccolo rotolare giù, travolto da un altro post, da un altro video, da un’altra certezza urlata con zero prove. Milioni di scimmie con il telefono in mano produrranno sempre più merda di quanta tu possa spalarne. E scusate la delicatezza, ma a volte la realtà ha bisogno di parole brutte per essere detta bene.

Eppure ci ero quasi riuscita. Quasi. E poi le reazioni al post di questo imbecille di youtuber mi hanno riportata indietro, a quando ancora provavo a ragionare con le persone una per una, come se bastasse mostrare un documento, un testo originale, una fonte, per far crollare il castello di sabbia. Solo che non funziona quasi mai così. Perché il vero motore della disinformazione non è soltanto l’ignoranza. È la disponibilità a credere a ciò che conferma il nostro stato d’animo, la nostra rabbia, la nostra paura, il nostro pregiudizio. In altre parole: non ci caschiamo solo perché qualcuno mente. Ci caschiamo perché, una parte di noi, vuole che quella menzogna sia vera.

Qui bisogna essere onesti fino in fondo. Sì, esistono infrastrutture della disinformazione. Sì, esistono strategie, interessi, apparati, intermediari e attori politici che usano la manipolazione come una tecnologia del consenso. Sì, Cambridge Analytica, Peter Thiel, La Bestia, la propaganda russa e cinese, il populismo algoritmico, Donald Trump, Steve Bannon, Nigel Farage: tutto questo è reale, documentabile, studiato, e merita di essere raccontato senza ingenuità. Ma fermarsi lì è comodo. Perché consente di vedere il male solo come qualcosa che viene dall’alto, da fuori, da un sistema astratto. E allora ci sentiamo innocenti, vittime passive di un’epoca avvelenata.

No. Questa è solo metà della colpa.

L’altra metà sei tu, caro lettore. E sono io. E siamo tutti noi, ogni volta che premiamo “condividi” prima di controllare, ogni volta che confondiamo un sospetto con una prova, ogni volta che lasciamo che una storia si adatti troppo bene alla nostra rabbia per meritarsi una verifica. La disinformazione non prospera solo perché qualcuno la produce. Prospera perché qualcuno la accoglie, la rilancia, la premia. Perché oggi l’attenzione vale più dell’accuratezza, e il sospetto vende più della complessità. Perché la realtà, quasi sempre, è meno spettacolare di una bugia ben costruita.

E qui la questione diventa persino etica, non soltanto mediatica. Ogni volta che una notizia falsa viene trasformata in indignazione, qualcuno monetizza. Ogni volta che un contenuto fuorviante ottiene visibilità, il sistema impara che quella è la strada giusta. Ogni volta che rinunciamo a controllare, addestriamo l’ecosistema a essere più superficiale, più aggressivo, più pigro. È un circolo vizioso che non si spezza con un indignarsi occasionale, ma con una disciplina quasi artigianale della verifica.

La scienza, in fondo, ci insegna proprio questo: non fidarsi del primo dato che ci piace, ma delle prove che resistono al controllo. Non è un invito al cinismo; è un invito alla responsabilità. E la stessa responsabilità dovrebbe valere per l’informazione, per il giornalismo, per il dibattito pubblico. Perché un Paese che smette di distinguere tra un fatto e un’impressione non diventa soltanto più confuso. Diventa più manipolabile. E quando la manipolazione diventa abituale, anche le democrazie iniziano a parlare con voce più debole.

Per questo il video di quel ragazzo non mi interessa per quello che è, ma per quello che rappresenta. Rappresenta una cultura in cui si pensa che basti “aver visto qualcosa in giro” per sentirsi autorizzati a trasformarlo in verità. Rappresenta la fretta che divora il controllo. Rappresenta la comodità emotiva della narrativa già pronta. E rappresenta, soprattutto, la nostra complicità quotidiana in un ambiente informativo sempre più fragile.

Poi, certo, io volevo scrivere di Artemis II. Di tecnologia, di coraggio, di precisione. Di esseri umani che preparano il ritorno verso la Luna con una pazienza che sembra quasi un atto di fede nella conoscenza. Ma forse non è così fuori tema, alla fine. Perché anche nello spazio, come nella scienza e nel giornalismo, il punto non è farsi trascinare dall’entusiasmo cieco. Il punto è controllare, misurare, verificare, correggere. È questo che ci salva dagli errori. È questo che ci distingue dal rumore.

E allora sì, oggi invece della Luna ho parlato di una bugia. Perché a volte per guardare più lontano bisogna prima ripulire bene il terreno sotto i piedi.

(Giulia Remedi)

Prompt:

intro: ho preparato un articolo su Artemis II, ma lo devo rimandare perché una cosa letta sui social mi ha davvero fatto imbestialire.

parte 1: Un ragazzo italiano con un piccolo canale YouTube, poche visualizzazioni e tanta fretta, ha pubblicato un video basato su una notizia sentita in rete: "Dal 1° gennaio gli uomini tedeschi tra i 17 e i 45 anni non possono lasciare il Paese senza avvisare l'esercito". Dieci minuti di allarmismo: guerra con la Russia, Germania che torna indietro di 80 anni, follia generale.

parte 2: Peccato che bastino 30 secondi per scoprire la verità: si tratta solo del rinnovo di una prassi burocratica in vigore fin dalla Guerra Fredda. Niente mobilitazione generale. Niente guerra imminente.

parte 3: Il problema però è più grande. Questo comportamento – accettare una notizia senza verificarla perché si adatta alla propria narrazione – non è solo dei piccoli YouTuber. Succede anche in grandi testate e volti noti del giornalismo, che condividono a loro volta per fare numero. Ovviamente.

parte 4: Avevo cercato di disintossicarmi dal debunking, perché è davvero una fatica di Sisifo. Milioni di scimmie col telefono in mano faranno più merda di quanta tu possa spalarne (e scusate la delicatezza). E ci ero quasi riuscita, ma le reazioni al post di questo imbecille di YouTuber mi hanno riportata indietro a quando ancora provavo a ragionare con le persone.

parte 5: Voglio essere chiara: va bene, Cambridge Analityca, Peter Thiel, La Bestia, la disinformazione russa e cinese, il populismo, Donald Trump, Steve Bannon, Nigel Farage, di tutto e di più, tutto vero e documentabile e sacrosanto. Ma questa è solo la metà esatta della colpa. L'altra metà sei TU, caro lettore.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove necessario.

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