
Partiamo dalla premessa, che in questi casi è tutto e spesso è anche la sola parte ragionevole della faccenda. I Red Hot Chili Peppers mi sono piaciuti parecchio, almeno fino a One Hot Minute, e quindi non ho nessun pregiudizio ideologico contro Flea. Anzi: Flea è sempre stato un bassista inventivo, originale, uno di quelli che nei momenti migliori non si limitava a fare il lavoro sporco ma provava perfino a farlo con una certa fantasia. E non mi sono dispiaciute nemmeno le sue piccole sortite da attore, che in genere per i musicisti sono una forma elegante di autolesionismo, ma nel suo caso avevano almeno una loro bizzarra dignità.
Ora capita che una delle uscite musicali più chiacchierate del momento sia il suo esordio solista, Honora: un album jazz in cui il nostro eroe si mette a soffiare nella tromba, lasciando il basso alle capaci mani di Anna Buttress. Già qui la storia prende quella piega tipica da epoca contemporanea: non importa se il disco sia davvero necessario, importante o memorabile; basta che l’oggetto sia accompagnato dal nome giusto e il circo si mette in moto. E il nome giusto, in questo caso, è uno solo: Flea.
La cosa migliore che si possa dire di Honora è che applaudo Flea per il coraggio di uscire dalla comfort zone. Lo dico senza ironia, e persino con una certa benevolenza. Non è poco, in un’epoca in cui tanti artisti vivono con la stessa audacia di un notaio in pensione. Spostarsi dal basso alla tromba, dal rock da stadio al jazz, non è una passeggiata per nessuno. Il problema è che il coraggio dell’intenzione non coincide automaticamente con la qualità del risultato. E qui il risultato, musica alla mano, è talmente modesto da chiedere quasi scusa per la propria esistenza.
Non è un disco strepitoso. Non è un disco scandaloso. È peggio: è un disco anemico, evanescente, insignificante. Non fa gridare al capolavoro, ma nemmeno al disastro; e questa neutralità, nel mondo dell’arte, è spesso il modo più elegante per non lasciare traccia. Il che è un peccato, perché il jazz è una lingua severa: tollera poco i travestimenti, e ancora meno le mezze convinzioni. Se un disco jazz non ha una voce, un’urgenza, un’idea formale o emotiva che lo renda inevitabile, finisce per sembrare quello che è: un esercizio di presenza. E gli esercizi di presenza, di solito, interessano solo chi li sta facendo.
Poi, però, arriva il punto decisivo: Honora esce a nome di Flea. E qui cambia tutto, anche se nulla cambia davvero sul piano musicale. Flea non è un dilettante qualsiasi che si presenta al mondo con la tromba sotto braccio e la speranza negli occhi. Flea è pur sempre un quarto dei Red Hot Chili Peppers, cioè di una band che da sola muove più pubblico di quanto faccia l’intero scenario del jazz messo insieme, con tutto il rispetto per il genere e per i suoi fedelissimi. Questo, nel sistema industriale contemporaneo, vale come un lasciapassare. Altro che curriculum.
Una casa discografica come la Nonesuch non si fa sfuggire un’occasione del genere, ed è facile capirne il motivo. Il nome vende. Il nome attira attenzione. Il nome spalanca porte che a un musicista normale restano chiuse con tre mandate, un chiavistello e anche un cartello con scritto “riprovare più tardi”. Se Honora fosse stato il debutto di un qualsiasi John Smith, un gentile A&R gli avrebbe indicato l’uscita con la stessa cordialità con cui si accompagna fuori un venditore porta a porta arrivato all’ora di cena.
Qui entra in scena il meccanismo più vecchio del mondo, soltanto un po’ più profumato e meglio fotografato: la rendita di posizione. Non c’è altro. La forza del nome trascina la copertura stampa, la curiosità dei fan, la benevolenza preventiva di chi dovrebbe giudicare con distacco e invece si lascia suggestionare dalla biografia. E allora un disco modestissimo diventa “interessante”, “coraggioso”, “rivelatore”, magari persino “tra i più importanti dell’anno”. La critica rock, nella sua infinita capacità di scambiare l’anagrafe per l’estetica, si spertica in elogi comici, e uno si immagina certe recensioni lette con la voce di Paolo Villaggio: solenni, gonfie, un po’ servili, come certi complimenti fatti al capo ufficio quando passa davanti alla scrivania.
La critica jazz, almeno in teoria, dovrebbe essere un po’ più severa. E invece no, spesso si adegua. Il settore ha un terrore quasi patologico di sembrare vecchio, rigido, “gatekeeper”, cioè di apparire come quella categoria di persone che osa distinguere tra un disco riuscito e uno semplicemente famoso. Così ci si affretta ad accogliere con sorrisi larghi e sopracciglia alzate ogni operazione che venga dall’esterno, purché sia firmata da qualcuno che faccia rumore nel rock o nel pop. Perché? Per vendere qualche copia in più, certo. Ma anche per non sembrare chiusi, per non passare da custodi del tempio. Il guaio è che, nel timore di apparire antiquati, si finisce spesso per smettere di esercitare il giudizio. E senza giudizio non resta che la pubblicità travestita da sensibilità culturale.
Ora, avallare il dischino di un trombettista dilettante è davvero il modo giusto di dimostrarsi aperti? Mi permetto di dubitarne. Anzi, dubito con una certa serenità. L’apertura mentale non consiste nell’applaudire qualsiasi prova venga da un nome illustre; significa riconoscere ciò che funziona e ciò che non funziona, anche se il fallimento proviene da un’icona con milioni di dischi venduti alle spalle. Altrimenti non è apertura: è riverenza. E la riverenza, in musica, è quasi sempre una pessima consigliera.
Il punto, se si vuole essere seri senza diventare pedanti, è che l’industria musicale ha imparato da tempo a scambiare il prestigio per il valore. Un personaggio noto che si avventura nel jazz genera la favola perfetta: il ribelle che si reinventa, il gigante del rock che “si mette in discussione”, il celebre che si sporca le mani con il linguaggio dei puristi. Funziona sempre, perché il pubblico ama le conversioni purché siano ben illuminate e fotografate da un bravo ufficio stampa. Ma il jazz, poveretto, non ha bisogno di questi teatrini. Ha bisogno di personalità, di rischio vero, di disciplina, di una visione che non sia soltanto la voglia di cambiare costume per una sera.
Ed è qui che Honora mostra tutte le sue fragilità. Non c’è abbastanza tensione, non c’è abbastanza forma, non c’è abbastanza necessità. Soprattutto, non c’è quella sensazione per cui un disco jazz ti prende per il bavero e ti costringe ad ascoltare, perché ha qualcosa da dire che non sai ancora formulare. Qui, al contrario, tutto scorre con una cortesia disarmante e per questo un po’ sospetta, come una conversazione in cui nessuno vuole davvero esporsi. Si ascolta, si annuisce, si passa oltre. E passare oltre, in arte, equivale spesso a emettere una sentenza.
Però sia chiaro: il problema non è Flea in quanto Flea. Non mi interessa il tribunale del gusto, con la sua piccola liturgia dei permalosi. Il problema è il sistema di protezione che si mette in moto attorno a certe uscite, solo perché portano un nome ingombrante. Il nome copre le crepe, attenua i difetti, gonfia il peso specifico di ciò che, senza quel nome, resterebbe un appunto laterale. E quando questo accade, il giudizio critico diventa una decorazione. Una di quelle belle, lucide, perfettamente inutili.
Anch’io, per carità, ho i miei debutti da elogiare. Nel 2025, per esempio, il pianista Paul Cornish ha pubblicato You’re Exaggerating, un disco eccellente. Peccato soltanto che Cornish abbia studiato, suonato e fatto gavetta con Joshua Redman invece che con i Red Hot Chili Peppers. Dunque non è cool. E non essendo cool, il rischio è che qualcuno ne parli meno di quanto meriterebbe. Del resto, temo che molti non conoscano nemmeno Joshua Redman, e questa non è una colpa morale: è soltanto la fotografia piuttosto disperante del nostro presente.
Ecco allora la lezione, se vogliamo chiamarla così, di questa faccenda. Non tutto ciò che esce firmato da una celebrità merita attenzione. Non tutto ciò che arriva da un’area “nobile” del mercato culturale possiede automaticamente spessore. E non basta cambiare strumento per reinventarsi artista. Il coraggio di provarci è una virtù; il risultato, però, resta il solo tribunale che conta. In fondo, la musica non dovrebbe essere una cerimonia di omaggi reciproci fra famosi in cerca di nuova luce. Dovrebbe ancora, ogni tanto, sorprenderci davvero. E quando non ci riesce, il modo migliore di rispettarla è dirlo senza inciampare in troppi inchini.
Honora, alla fine, non è un disastro. Peggio: è un disco che vive di un credito che non si è guadagnato fino in fondo. E se questo vi sembra un dettaglio, siete già perfettamente allineati con il problema.
(Luigi Colzi)
Prompt:
Intro: partiamo dalla premessa. Mi sono sempre piaciuti molto i Red Hot Chili Peppers, per lo meno fino a "One Hot Minute", e quindi non ho proprio nulla contro Flea, bassista inventivo ed originale. Ne ho pure apprezzato le piccole parti da attore. Capita adesso che una delle uscite musicali più chiacchierate sia proprio l'esordio della carriera solista di Flea, "Honora", un album jazz in cui il nostro eroe si cimenta con la tromba, lasciando il basso alle capaci mani di Anna Buttress.
parte 1: onestamente, la cosa migliore che possiamo dire è che applaudiamo Flea per la volontà di mettersi in gioco e uscire dalla sua comfort zone. Detto questo, "Honora" è un lavoro talmente modesto che non merita nemmeno di essere trattato, musica alla mano. Non è strepitoso, non fa vomitare, è proprio anemico ed insignificante.
parte 2: Ma, e qui casca l'asino, esce a nome di Flea. E Flea è pur sempre un quarto dei RHCP, una band che da sola totalizza più pubblico di quanto faccia l'intero scenario del jazz sulla faccia del pianeta. Come può una casa discografica farselo scappare? Ed infatti ecco che la Nonesuch lo pubblica. Perché se "Honora" fosse stato il debutto di un qualsiasi John Smith, un gentile A&R gli avrebbe indicato la porta.
parte 3: si tratta del potere della rendita di posizione, niente più, niente meno. Potremmo dimenticare rapidamente tutto ciò non arrivasse poi la critica a metterci il carico da cento. Posso capire la critica rock che, nella sua infinita ignoranza, si spertica in comici elogi, parlando in certi casi di più grande disco jazz dell'anno e oltre (lo immagino detto con la voce di Paolo Villaggio). La critica di settore, quella del jazz, molto meno. Addirittura la copertina su Downbeat e mille arrampicate sugli specchi.
parte 4: Il mio sospetto è che se da un lato sperano di vendere qualche copia in più pescando nel fandom dei RHCP (un gruppo da 120 milioni di copie vendute, mica bruscolini), dall'altro abbiano il terrore di apparire "vecchi", di sembrare degli odiosi "gatekeeper". Ma avallare il dischino di un trombettista dilettante sarebbe il modo giusto? Mi permetto di dubitare.
parte 5: Anch'io ho i miei debutti da elogiare. Nel 2025, per esempio, lo straordinario pianista Paul Cornish ha pubblicato un disco eccellente, "You're Exaggerating". Peccato che lui abbia studiato e fatto gavetta con Joshua Redman, anziché coi Red Hot Chili Peppers, e quindi non sia cool. Ma temo che non conosciate nemmeno Joshua Redman, a pensarci bene.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.
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