
Quando si parla dell’Iran e dell’orrendo regime degli ayatollah, arriva immancabilmente il solito redarguitore da salotto: “Sì, però la cultura persiana…”. Giusto. L’Iran è una civiltà raffinatissima, una delle grandi matrici del mondo, patria di poesia, filosofia, architetture da togliere il fiato e di una memoria storica che fa impallidire mezzo Occidente. Ma, detto senza troppi giri di parole, lapidare donne e impiccare omosessuali non mi pare esattamente un biglietto da visita degno di un grande paese. Le due cose possono stare insieme? Sì. E proprio lì sta il punto: sotto la crosta tossica della teocrazia, la Persia continua a esistere. Ferita, compressa, oltraggiata, ma viva.
E per capire questo paradosso bisogna ripartire dall’ultimo Scià, Mohammad Reza Pahlavi. Una figura che, piaccia o no, resta decisiva. Salì al trono nel 1941, quando gli Alleati costrinsero all’esilio il padre Reza Shah, uomo forte della modernizzazione autoritaria e con simpatie tutt’altro che raccomandabili. Il giovane Mohammad Reza non nasce come sovrano solido e carismatico: per anni è un re debole, quasi ornamentale, un monarca più tollerato che rispettato. Poi arriva il 1953, e lì cambia tutto.
Il primo ministro Mohammad Mossadeq, popolare e nazionalista, decide di nazionalizzare il petrolio iraniano. E in quel momento l’Occidente democraticissimo, liberale e pieno di belle parole sui diritti degli altri, mostra il suo volto più familiare: CIA e MI6 orchestrano il colpo di Stato che rovescia Mossadeq e rimette lo Scià al centro del palcoscenico. Da quel momento Mohammad Reza Pahlavi smette di essere un re in affitto e diventa il braccio armato dell’Occidente in Medio Oriente. Un uomo convinto che il destino dell’Iran passasse dalla sua volontà, meglio ancora se accompagnata da polizia segreta e petrolio a fiumi.
Negli anni Sessanta lancia la cosiddetta “Rivoluzione Bianca”, un progetto che sulla carta sembra quasi una favola progressista: voto alle donne, alfabetizzazione nelle campagne, riforma agraria, crescita economica vertiginosa trainata dall’oro nero. Ma qui la storia, come spesso accade, mette il dito nella piaga. Perché le riforme calate dall’alto, senza partecipazione popolare, senza radici sociali, senza una vera legittimazione politica, producono spesso l’effetto opposto a quello dichiarato. E infatti l’Iran dello Scià si modernizza in superficie e si incattivisce in profondità.
Le immagini delle donne in minigonna, che qualcuno sventola ancora oggi come prova definitiva del paradiso perduto, raccontano solo una parte minuscola del paese: le élite urbane, ricche, occidentalizzate, concentrate nelle città. Non certo le contadine analfabete delle province, né quella massa di iraniani che vedeva la modernità come una promessa offerta con il tono del padrone di casa, non con quello del cittadino. Intanto le disuguaglianze crescono, l’urbanizzazione corre in maniera caotica, l’inflazione corrode i salari, la classe media si scopre più fragile di quanto immaginasse. E mentre il clero sciita viene emarginato, la polizia segreta SAVAK, addestrata anche da americani e israeliani, fa il lavoro sporco: arresti, torture, sparizioni. La democrazia? Un elegante soprammobile. La libertà? Una parola da convegno internazionale.
Lo Scià, nel frattempo, si innamora della propria immagine. E quando un sovrano si innamora troppo di sé, comincia quasi sempre a perdere contatto con la realtà. Le celebrazioni dei 2500 anni della monarchia persiana a Persepoli restano l’emblema di quella megalomania: una festa faraonica, sontuosa, quasi grottesca, mentre fuori dal banchetto il paese vero vive tensioni, rabbia e umiliazioni. Più il regime si riveste di gloria imperiale, più diventa estraneo al suo popolo. Più parla di modernità, più assomiglia a un trono che trema.
E qui entra in gioco la questione più interessante: il passaggio dalla Persia all’Iran. Prima del 1935, l’Occidente chiamava quel paese Persia. Nome poetico, evocativo, quasi musicale. Persia voleva dire una civiltà antica, fatta di arte, letteratura, architettura, imperialità, ma anche di una religiosità sciita capace, nei secoli, di dialogare con una tradizione pre-islamica più ampia e stratificata. Fu Reza Shah, il padre dell’ultimo Scià, a imporre il nome Iran, che peraltro è l’endonimo usato dagli stessi abitanti. L’intenzione era chiara: unificare, modernizzare, disciplinare. Sfoltire il passato per costruire uno Stato nazionale forte, laico e autoritario.
Peccato che la modernizzazione imposta a colpi di decreto, quando ignora la società viva, diventi spesso una rapina travestita da progresso. I Pahlavi volevano cancellare la Persia arretrata e costruire un Iran filo-occidentale. Ma per farlo calpestarono tradizioni, opposizioni, corpi intermedi, libertà politiche. Distrussero la possibilità di una modernità pluralista. E quando nel 1979 la rivoluzione esplose, lo Scià si accorse troppo tardi che il regime non aveva lasciato spazio a nessuno, se non ai suoi nemici più organizzati.
Ed ecco il capolavoro dell’ingiustizia storica: avendo schiacciato i laici, i liberali, i socialisti, i riformisti e ogni possibile opposizione civile, lo Scià lasciò il campo quasi soltanto al clero sciita, che aveva mantenuto una rete radicata, capillare, popolare. Khomeini, dall’esilio, capì l’occasione prima degli altri. Lo Scià fuggì nel gennaio del 1979. Morì l’anno dopo in Egitto, senza più rivedere il suo paese. Una fine triste, ma anche inevitabile: chi governa come se la nazione fosse una proprietà privata, alla fine scopre che la storia presenta il conto.
E oggi? Oggi l’Iran non è scomparso, ma vive come una brace coperta dalla cenere. Il regime degli ayatollah ha preso in ostaggio l’eredità culturale persiana, usando a tratti quella grandezza come coperta ideologica per legittimarsi e, contemporaneamente, soffocandola perché rappresenta un’alternativa terribile per chi comanda: un’idea di identità nazionale non ridotta all’islamismo di Stato. La Persia, insomma, è un problema per i teocrati. Perché è troppo antica, troppo colta, troppo vasta per essere rinchiusa nella gabbia di un moralismo armato.
E infatti i giovani iraniani, nelle proteste del 2022, hanno riscoperto simboli che il regime preferirebbe vedere sepolti: la bandiera del leone e del sole, le poesie di Hafez, il Nowruz celebrato come un atto di resistenza. Non folklore. Politica. Non nostalgia. Identità. Quando un popolo è costretto a scegliere tra il buio della teocrazia e il ricordo di ciò che è stato, spesso il ricordo diventa un’arma.
La parabola dello Scià insegna una lezione che i sovversivi del telecomando e i moralisti da tastiera dovrebbero tatuarsi sulla fronte: non si modernizza un paese senza libertà. La dittatura che si traveste da riforma finisce quasi sempre per preparare il terreno a una rivoluzione più cupa. E qui il paradosso si fa tragico. Perché il regime dello Scià era autoritario, arrogante, violento. Ma quello degli ayatollah ha saputo fare di peggio: trasformare la repressione in legge divina e la paura in sistema morale.
Per questo l’Iran non merita slogan, né tifoserie da curva, né il solito manicheismo da chi divide il mondo tra “buoni antiamericani” e “cattivi filo-occidentali”. La realtà è più ruvida. Più contraddittoria. Più storicamente interessante. E oggi, senza fare il tifo per nessuno, mi ritrovo a guardare questo paese con una simpatia che non avrei mai immaginato: non per il regime, che resta un incubo; non per i suoi carnefici in tonaca, che non meritano indulgenza; ma per la Persia profonda, quella che resiste sotto le macerie, quella che sa ancora parlare al mondo con la voce dei poeti e non con quella dei boia.
Ecco perché l’Iran è insieme terribile e affascinante. Perché è un paese che porta addosso una ferita storica enorme, ma anche una grandezza che nessun ayatollah potrà cancellare. La politica passa. Le tirannie passano. Le uniformi e i turbanti finiscono. La civiltà, quando è vera, resta. E aspetta.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: quando si parla dell'Iran e dell'orrendo regime degli Ayatollah, arriva sempre qualcuno che ci corregge: ma come, dice, e la raffinatissima cultura iraniana? Non mi pare che lapidare donne e impiccare omosessuali sia un bel biglietto da visita, penserete (o almeno spero). Però, alla fine, più di un fondo di verità c'è. Un fondo che comincia con la figura di Mohammad Reza Pahlavi, l'ultimo Scià.
parte 1: Mohammad Reza Pahlavi, l'ultimo Scià dell'Iran, iniziò il suo regno come un sovrano incerto, salito al trono nel 1941 dopo che gli Alleati costrinsero all'esilio il padre, un militare filo-nazista. Per quasi un decennio fu considerato un re fantoccio, fino al colpo di stato del 1953: quando il popolare primo ministro Mossadeq nazionalizzò il petrolio, la CIA e l'MI6 britannico organizzarono un golpe che rimise lo Scià saldamente sul trono, trasformandolo nel braccio armato dell'Occidente in Medio Oriente. Da quel momento, Mohammad Reza si convinse di poter modernizzare il paese con il pugno di ferro.
parte 2: Negli anni Sessanta lanciò la cosiddetta "Rivoluzione Bianca", un ambizioso programma di riforme che portò il voto alle donne, l'alfabetizzazione nelle campagne e una crescita economica vertiginosa trainata dal petrolio. Ma quelle stesse riforme furono attuate senza alcuna partecipazione popolare, generando disuguaglianze enormi (le famose foto delle donne iraniane in minigonna ritraggono ricche cittadine di città, non certo povere contadine analfabete della provincia profonda), un'urbanizzazione caotica e un'inflazione che erose il potere d'acquisto delle classi medie. Il clero sciita, storicamente influente, fu deliberatamente emarginato, mentre la polizia segreta SAVAK, addestrata da americani e israeliani, arrestava, torturava e faceva sparire ogni oppositore, reale o presunto. Più lo Scià si circondava di ricchezza faraonica, come le celebri celebrazioni dei 2500 anni della monarchia persiana a Persepoli, più si allontanava dalla gente comune, diventando un dittatore arrogante e isolato.
parte 3: Per capire la sua rovina, bisogna allargare lo sguardo al passaggio dalla Persia all'Iran. Fino al 1935, l'Occidente chiamava quel paese Persia, evocando una civiltà millenaria fatta di poesia, arte, architettura e una religiosità sciita che aveva saputo convivere con la tradizione preislamica. Fu il padre dell'ultimo Scià, Reza Shah, a cambiare ufficialmente il nome in Iran (l'endonimo che gli stessi abitanti usavano da sempre) per sottolineare l'unità di tutte le etnie e proiettare il paese verso una modernizzazione laica e autoritaria. I Pahlavi vollero cancellare la Persia arretrata per costruire un Iran filo-occidentale, ma lo fecero calpestando ogni forma di partecipazione politica e tradizione viva. Quando nel 1979 la rivoluzione esplose, lo Scià non capì che era troppo tardi per concedere riforme: aveva distrutto tutte le opposizioni laiche e liberali, lasciando il campo libero all'unica rete organizzata rimasta, quella degli ayatollah guidati da Khomeini dall'esilio. Fuggito in gennaio, morì l'anno dopo in Egitto, senza mai rivedere il suo paese.
parte 4: Oggi la Persia non è scomparsa, ma cova sotto le ceneri del regime teocratico. Il governo degli ayatollah ha preso in ostaggio l'eredità culturale persiana, usandola a tratti per legittimarsi e al tempo stesso soffocandola perché rappresenta un'alternativa laica e libertaria all'islamismo di stato. I giovani iraniani, nelle proteste del 2022, hanno sventolato bandiere del leone e del sole, recitato poesie di Hafez e celebrato il Capodanno persiano di Nowruz come atto di ribellione. La parabola dello Scià insegna che non si può modernizzare un paese senza libertà, e che la dittatura, anche quando si veste di riforme, prepara il terreno a rivoluzioni ancor più cupe. Ma la Persia, intesa come anima profonda di un popolo, è sopravvissuta a imperi, invasioni e regimi: aspetta solo di trovare uno sbocco politico all'altezza della sua storia.
parte 5: la situazione del paese, anche senza la guerra di Trump, è estremamente complicata. Di sicuro non merita slogan e semplificazioni ad usum tifoseriae. Gli ultimi chiari di luna, e mai lo avrei immaginato, mi portano ultimamente a simpatizzare per questo complesso, affascinante, terribile paese.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
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