And the winner is…

Gli avvenimenti corrono più veloci della nostra capacità di interpretarli. Scrivi un articolo e mezz’ora dopo sei già costretto a correggerlo, limarlo, a volte riscriverlo da capo. Sic transit gloria mundi, verrebbe da dire, con un certo gusto amaro. Ma se c’è un punto fermo in questo caos apparente, è uno: il presidente degli Stati Uniti esce da questa crisi iraniana molto più ridimensionato di quanto i suoi sostenitori vogliano ammettere. Donald Trump non ha raggiunto l’obiettivo principale — la decapitazione del regime di Teheran — e si ritrova davanti un Iran che, paradossalmente, ha rafforzato la propria narrativa interna: ha resistito, ha incassato, ha dimostrato di non crollare sotto la pressione congiunta di due delle macchine militari più sofisticate del pianeta. Non è una vittoria militare, sia chiaro. Ma è una vittoria politica, che spesso conta molto di più.

La Casa Bianca, in questo frangente, ha dato il peggio di sé. Volubile, imprevedibile, incapace di costruire una linea coerente. Gli alleati si sono trovati a navigare a vista, pagando costi economici enormi e rischiando una crisi energetica che definire “evitabile” è quasi un eufemismo. La sensazione è che la politica estera sia stata trattata come un servizio a pagamento: tu versi, io agisco. Israele e le petromonarchie bussano, Washington risponde. Non più una superpotenza con una visione strategica, ma una piattaforma on demand: esercito in abbonamento, intervento su richiesta. Una specie di Deliveroo della guerra, con la differenza che qui non si consegnano hamburger ma instabilità.

Il lato quasi comico — se non fosse tragico — è che questa impostazione sta iniziando a presentare il conto anche sul piano interno. Trump, che vive di iperboli e narrazione, si ritrova intrappolato nella sua stessa retorica. Quando prometti vittorie facili e rapide e poi ti fermi a metà strada, diventi inevitabilmente bersaglio. Non solo degli avversari, ma anche di chi ti aveva sostenuto. L’immagine dell’uomo forte, del negoziatore infallibile, si incrina. E dietro resta un leader impulsivo, narcisista, privo di una strategia che vada oltre il breve termine. Gli elettori americani, prima o poi, dovranno fare i conti con l’altra faccia della medaglia: inflazione, instabilità, effetti collaterali che non si cancellano con un post sui social.

E poi c’è Israele. Qui il discorso si fa più scomodo, e proprio per questo necessario. Benjamin Netanyahu guida un governo che, più di qualsiasi nemico esterno, sta erodendo la posizione internazionale del Paese. L’isolamento cresce, la legittimità si assottiglia, e certe scelte — dall’uso disinvolto della forza alla gestione dei territori — rischiano di trasformare una necessità di sicurezza in un boomerang politico. La questione della pena di morte “a targhe alterne”, applicata di fatto solo ai palestinesi, è il simbolo perfetto di questa deriva: una misura che non rafforza lo Stato, ma ne mina i principi. E quando perdi il terreno morale, anche la forza militare comincia a pesare di meno.

Detto questo, chi analizza seriamente la situazione non può permettersi il lusso della superficialità. Israele vive da decenni sotto minaccia esplicita, e l’Iran non ha mai nascosto le proprie ambizioni né il proprio linguaggio distruttivo. Il programma nucleare, le dichiarazioni pubbliche, il sostegno a gruppi ostili: tutto contribuisce a creare una percezione di accerchiamento che non è propaganda, ma esperienza concreta. Se fossi israeliana, probabilmente anch’io vedrei nella caduta del regime iraniano una soluzione desiderabile. Il punto è che desiderabile non significa fattibile. E soprattutto non significa privo di conseguenze.

Perché le guerre non sono desideri esauditi, ma sistemi complessi. Richiedono pianificazione, gestione, una visione che vada oltre il colpo immediato. Qui, invece, si è avuto spesso l’impressione di assistere a una partita giocata sul tavolo sbagliato, con mosse impulsive e obiettivi non allineati agli strumenti. Il risultato è quello che vediamo: nessuna vittoria definitiva, molti rischi aperti, equilibri ancora fragili.

Guardando avanti, la vera variabile sarà politica. Le elezioni in Europa centrale, quelle americane di medio termine, il rinnovo della Knesset: appuntamenti diversi, ma legati da un filo comune. La possibilità — non la certezza — che questa stagione di leadership impulsive, personalistiche, a tratti autocratiche, incontri finalmente un limite. Non sarà un cambio immediato, né indolore. Ma se c’è una lezione da portarsi a casa è questa: la realtà, prima o poi, presenta il conto anche ai leader più convinti di poterla piegare. E quando lo fa, non guarda in faccia nessuno.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: gli avvenimenti si susseguono a velocità della luce. Scriviamo un articolo per poi dover rivedere le posizioni dopo mezz'ora. Sic transit... Comunque, volevo focalizzarmi sul presidente USA. A me pare evidente che Trump – ancor prima degli USA – abbia perso la guerra in Iran. Non è riuscito a decapitare il regime di Teheran, che era l’obiettivo principale, e gli ayatollah ne sono usciti politicamente rafforzati, dimostrando di poter resistere agli attacchi congiunti di due degli eserciti più potenti del mondo. Hanno anche mostrato di saper colpire l’economia mondiale sotto una pioggia di bombe, costringendo Trump a fermarsi.

parte 1: La Casa Bianca si è rivelata un partner volubile e inaffidabile, causando danni economici enormi agli alleati e portando il mondo sull’orlo di una nuova crisi energetica del tutto evitabile. Tutto questo in completa subordinazione agli interessi della destra israeliana e, forse, degli stati del golfo. Trump concepisce lo stato come un servizio "pay" da erogare ai clienti: Israele e petromonarchie mi hanno sganciato fiori di dollaroni e io gli offro il servizio richiesto. Esercito come Deliveroo o Netflix.

parte 2: il lato positivo è che Trump è ormai ridicolo anche in patria, deriso persino dai suoi ex sostenitori e punito dai sondaggi. Un narciso dall’ego smisurato, tutto iperboli e autocelebrazioni, ma totalmente privo di strategia, raziocinio e logica. Spero che gli elettori lo caccino a pedate, quando si accorgeranno dell’inflazione causata dalla sua bravata mediorientale.

parte 3: E su Israele non posso tacere. Nessun governo più di quello di Netanyahu sta mettendo a rischio la sopravvivenza di quel popolo, determinandone l’isolamento internazionale. Una leadership criminale che ignora le vittime civili, legittima i coloni e ha persino istituito una pena di morte che vale solo per i palestinesi. Terroristi, ok. Ma una pena di morte a targhe alterne non si può sentire.

parte 4: io li capisco, gli Israeliani, che approvano la guerra all'Iran. Israele è una piccola nazione che da decenni viene pubblicamente minacciata di distruzione totale proprio dall'Iran, guarda caso, nazione che ha sviluppato il famoso programma nucleare. Anch'io, fossi israeliana, molto probabilmente vedrei di buon occhio la distruzione del regime iraniano.

parte 5: queste cose però sono difficili, complesse, pericolosissime. Ci vogliono piani, preparazione, gestione. Qui non c'è nulla se non un tavolo da gioco. E pensando al futuro prossimo, mi auguro che le imminenti elezioni in Ungheria, quelle di medio termine negli USA e il rinnovo della Knesset segnino la fine della generale sbornia autocratica.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo. 

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