
Facciamo un po’ di chiarezza, già che il rumore di fondo si è trasformato, come al solito, in pensiero ufficiale. C’è sempre una parte del paese che si agita per la frase sbagliata, per l’insulto di un propagandista, per il tweet sguaiato del giorno. “Soloviev ha insultato Meloni.” E allora? Gne gne gne, teatro, indignazione a comando, editoriali in saldo. Nel frattempo, però, il punto vero resta lì, immobile e scomodo come un macigno: non l’offesa in sé, ma il sistema di vulnerabilità che la rende possibile. Perché quando ti limiti a contare gli insulti, stai già accettando di stare in superficie. E in superficie ci si affoga benissimo, soprattutto se si finge di nuotare.
In questi anni abbiamo visto entrare in Italia figure vicine alla propaganda del Cremlino con una disinvoltura quasi comica, se non fosse tragica. I nostri apparati hanno mostrato un’elasticità sorprendente nel distinguere tra “rischio” e “imbarazzo”, come se il secondo fosse meno grave del primo. E così certi personaggi hanno potuto circolare, parlare, seminare narrazioni, costruire relazioni, occupare spazi mediatici e politici. Lucidi è solo il nome che oggi torna utile a chi vuole recitare la parte dello scopritore dell’acqua calda. Ma il problema non è il singolo nome: è l’ecosistema che lo rende utile, tollerato, persino spendibile. Razov, Paramonov, i segnali ripetuti, le minacce più o meno velate, e intorno il solito brusio italiano: “vabbè, esageri”. Già, noi italiani siamo bravissimi a chiamare prudenza quella che, spesso, è semplice rimozione.
Alla Farnesina, poi, c’è stato per anni un esercizio degno del miglior surrealismo amministrativo: riconoscere il problema senza mai affrontarlo davvero. E il patto tra Lega e Russia Unita? Una di quelle cose che, se fosse accaduta con un altro paese, avremmo discusso per mesi tra indignazione, commissioni e prime pagine. Ma quando di mezzo c’è Mosca, improvvisamente tutto si fa più sfumato, più “complicato”, più da archiviare nel grande cassetto delle cose imbarazzanti di cui non conviene parlare troppo. E poi c’è la stagione in cui il Copasir era presieduto da Urso, stagione in cui, a sentire il racconto pubblico, la guerra ibrida sembrava una faccenda da convegno più che un problema nazionale. Non è tanto questione di singole responsabilità, quanto della consueta allergia italiana alla parola “sicurezza” quando esce dal perimetro delle passerelle.
Ma no, per molti italiani il dramma è un altro. Il problema nazionale, davvero, sarebbe che un troll di regime ha dato della brutta a Giorgia Meloni. E allora si scatenano i difensori dell’onore, gli esegeti del disgusto, i custodi del decoro istituzionale. Tutto molto pittoresco. Peccato che, mentre ci si commuove per la maleducazione russa, non si riesca a guardare al resto: la penetrazione narrativa, le reti di influenza, la debolezza culturale con cui ci si abitua all’ambiguità, la mancanza di una reazione vera. Restiamo sempre in superficie perché andare in profondità richiede fiato, competenza e soprattutto fegato. E il fegato, in Italia, è spesso impegnato altrove: nel digerire compromessi, nel neutralizzare scandali, nel trasformare tutto in polemica da salotto.
Alla fine il quadro è sempre lo stesso, banale e insieme deprimente. Ci spaventano le parole volgari, ma non le infrastrutture dell’influenza. Ci indignano gli insulti, ma non le infiltrazioni. Ci infiamma l’offesa al leader di turno, ma non il fatto che una parte del paese continui a guardare a Mosca con il solito misto di nostalgia energetica e compiacimento. Perché, diciamolo senza ipocrisie, a molti italiani interessa soprattutto riavere petrolio e gas russi, tornare a respirare l’illusione di un passato comodo, pagare meno benzina e meno bollette, e chiamare tutto questo “realismo”. Poi arriva il troll di turno, butta lì la sua battuta da scantinato, e tutti a fare i giganti. Ma i piccoli, qui, non sono quelli che insultano. Sono quelli che fingono di non vedere.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: facciamo un po' di chiarezza. Secondo molti, il problema nazionale sarebbe che il propagandista russo Soloviev ha insultato Giorgia Meloni. "Gne gne gne gne" – e tutti in agitazione. Ma nel frattempo, nessuno parla delle cose vere.
parte 1: In questi anni di guerra abbiamo fatto entrare russi in Italia come se niente fosse. I nostri servizi segreti non hanno fermato i propagandisti del Cremlino, uno su tutti Lucidi. Prima Razov e oggi Paramonov minacciano l'Italia, e nessuno si scandalizza.
parte 2: Alla Farnesina ci sono più infiltrati russi che post-it sulle scrivanie. Il patto tra Lega e Russia Unita non è mai stato considerato un problema di interesse parlamentare. E Urso, da presidente del Copasir, non ha fatto un bel niente per arginare la guerra ibrida.
parte 3: No, per molti italiani l'emergenza è che un troll di regime abbia detto "Meloni è brutta". Gente, svegliamoci. Restiamo sempre in superficie, perché per andare in profondità ci vogliono fiato e fegato.
parte 4: E a quanto pare, non li abbiamo. Siamo pur sempre italiani. Non vediamo l'ora di riavere petrolio e gas russi, perché tanto ci interessano solo benzina e bollette.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.
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