
Ho letto più volte, in questo ultimo anno e mezzo, frasi che suonano come un misto di sorpresa e ingenuità: “ma i contrappesi democratici americani dove sono finiti?”, oppure “ma allora la democrazia americana è fragile!”. L’ho pensato anch’io, sia chiaro. Sarebbe disonesto negarlo. Poi però, come spesso accade quando si torna ai fondamentali — quelli veri, non quelli da talk show — si affaccia una verità tanto semplice quanto scomoda: una Costituzione non è una divinità, non è un idolo che si impone per forza propria, né una gabbia d’acciaio. È, nella sua essenza più nuda, un accordo tra gentiluomini. E i gentiluomini, nella storia, sono sempre stati una minoranza fragile, esposta, facilmente travolta da chi non riconosce altro limite se non quello della propria convenienza.
Il 14 maggio 2003, la NBC trasmise “Twenty Five”, episodio di The West Wing. Diciotto milioni e mezzo di spettatori si sedettero davanti allo schermo convinti di assistere a una lezione di civismo, a una rappresentazione nobile di come il sistema americano avrebbe retto sotto pressione. In realtà — e lo si capisce solo oggi, con il senno amaro del poi — stavano guardando un documento storico. Non di un sistema forte, ma di una fede collettiva ormai prossima all’erosione. Gli autori credevano di mettere in scena la resilienza delle istituzioni; senza saperlo, stavano archiviando l’ultima stagione in cui un numero sufficiente di cittadini e di classi dirigenti credeva davvero che quelle istituzioni avessero muri portanti, e non solo scenografie.
La trama è nota, ma merita di essere ripercorsa perché è lì che si annida il cuore del problema. La figlia del presidente viene rapita. Il presidente Josiah Bartlet — un uomo, non un supereroe — riconosce di non essere in grado di esercitare pienamente le sue funzioni. Invoca il 25º Emendamento, si sospende, consegna il potere allo Speaker della Camera, un repubblicano. E quel repubblicano, Walken, accetta. Non per conquistare, ma per custodire. Non cambia lo staff, non approfitta del momento, non si comporta da vincitore. Governa per cinque giorni con la consapevolezza che il potere non è una proprietà, ma un prestito. “L’ufficio non è un premio. L’ufficio è una fiducia.” Una frase che oggi verrebbe derubricata a retorica da manuale, a ingenuità da liceo classico — e lo dico con una punta di dolore professionale — ma che allora rappresentava un codice condiviso, un patto non scritto tra avversari che si riconoscevano reciprocamente come legittimi.
Ecco il punto che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia. La procedura costituzionale era corretta, quasi didascalica. La finzione non stava nelle regole, ma negli uomini. Un presidente che ammette la propria vulnerabilità, uno Speaker che rinuncia all’occasione, un gabinetto che antepone la Costituzione alla carriera: tutto questo non è impossibile in senso assoluto. È semplicemente improbabile in un contesto in cui l’accordo di fondo — quello tra gentiluomini, appunto — è stato progressivamente eroso. Non esisteva, e non esiste, un meccanismo di enforcement capace di costringere alla virtù. Il meccanismo era la virtù stessa, o se preferite la vergogna, il senso del limite, quella forma di etica pubblica che nasce prima delle leggi e senza la quale le leggi diventano carta decorativa.
Rivedere oggi quell’episodio produce un effetto quasi straniante. Funziona tutto: la tensione narrativa, la precisione istituzionale, la costruzione dei personaggi. Non regge il presupposto antropologico. Non regge l’idea che la vergogna sia ancora un pilastro, che la perdita di reputazione pesi più del guadagno immediato, che un segretario di Stato sia disposto a rischiare il proprio posto per difendere un principio. Se oggi rapissero la figlia di un presidente, quella lettera verrebbe scritta? Il partito la chiederebbe, o si stringerebbe attorno al leader per calcolo? E lo Speaker avversario accetterebbe il potere per restituirlo, o lo trasformerebbe in un’occasione irripetibile? Non serve neppure rispondere: la risposta è già sedimentata nella cronaca degli ultimi anni, nelle torsioni istituzionali che abbiamo visto, negli strappi giustificati a posteriori con una disinvoltura che fa impressione.
Nel 2003, quell’accordo era ancora sufficientemente reale da rendere plausibile la finzione. Non perfetto, non universale, ma diffuso quanto basta perché una serie televisiva potesse darlo per scontato senza apparire ingenua. Oggi, quello stesso episodio somiglia a un fossile intrappolato nell’ambra: intatto, luminoso, ma appartenente a un ecosistema che non esiste più. La trasmissione continua a essere disponibile, possiamo rivederla quando vogliamo, magari con una certa nostalgia per un’America che ci eravamo raccontati anche da questa parte dell’Atlantico. Ma la civiltà politica che l’ha resa credibile si è ritirata, pezzo dopo pezzo, lasciando spazio a un’altra logica: quella in cui la regola vale finché conviene, e il patto è vincolante solo per chi ha ancora il pudore di rispettarlo.
Ed è qui che il discorso torna a noi, all’Italia, alle nostre ansie improvvise sulla fragilità democratica. Fragile non è la Costituzione in sé; fragile è la comunità che dovrebbe incarnarla. Fragile è una classe dirigente che ha smarrito il senso del limite, che scambia il mandato per una delega in bianco, che confonde la vittoria elettorale con un’investitura morale. Senza quel minimo comune denominatore etico — chiamatelo decoro, chiamatelo senso delle istituzioni, chiamatelo, se volete, spirito repubblicano — nessun architrave regge. E allora sì, diventa tutto più chiaro: non abbiamo perso le regole. Abbiamo perso, o stiamo perdendo, la disponibilità a farci vincolare da esse quando costa. Ed è lì, in quel costo, che si misura la qualità di una democrazia. Non quando tutto fila liscio, ma quando qualcuno potrebbe approfittarne — e decide di non farlo.
(Roberto De Santis)
Prompt:
intro: ho letto più volte, in questo ultimo anno e mezzo, frasi tipo "ma i contrappesi democratici americani dove sono finiti?", oppure "ma allora la democrazia americana è fragile!" L'ho pensato pure io, non lo nego. Ma poi mi è venuta in mente una cosa, tanto banale quanto vera: una costituzione non è una divinità né una gabbia, ma un accordo tra gentiluomini che i più spudorati possono sempre ignorare.
parte 1: Il 14 maggio 2003, la NBC trasmise l'episodio "Twenty Five" di The West Wing. 18,5 milioni di persone lo guardarono senza sapere che stavano assistendo a un documentario su un paese già in declino. Gli autori pensavano di mostrare come il sistema avrebbe retto sotto stress, ma in realtà archiviarono l'ultima generazione di americani che credeva che il sistema avesse muri portanti.
parte 2: Nell'episodio, la figlia del presidente viene rapita. Il presidente Bartlet invoca il 25º Emendamento, si dichiara temporaneamente inadatto al comando e cede il potere allo Speaker della Camera, un repubblicano di nome Walken. Walken accetta, mantiene l'intero staff democratico e governa per cinque giorni come custode, non come conquistatore. La frase chiave è: "L'ufficio non è un premio. L'ufficio è una fiducia". Oggi suonerebbe ingenua, ma allora era il fondamento del patto non scritto tra le parti.
parte 3: La procedura mostrata era accurata. La finzione erano le persone: un presidente che ammette la propria debolezza, uno Speaker che non approfitta del potere, un gabinetto che sceglie la Costituzione invece della lealtà. Oggi sappiamo che l'accordo era solo un accordo, e che chiunque fosse abbastanza spudorato poteva revocarlo. Non c'era alcun meccanismo di enforcement: il gentleman's agreement era il meccanismo stesso.
parte 4: Rivedendo l'episodio, regge tutto tranne il presupposto che la vergogna fosse un pilastro portante, che i segretari di stato preferissero invocare il 25º Emendamento piuttosto che tenersi il lavoro. Se oggi rapissero la figlia di un presidente, lui scriverebbe quella lettera? Il suo partito glielo chiederebbe? Lo speaker avversario accetterebbe il potere solo per restituirlo? La risposta è nota. Nel 2003 l'accordo era ancora abbastanza reale, tra abbastanza persone, che la finzione non sembrava tale. Quell'episodio è l'ultimo campione pulito di quella civiltà, conservato nell'ambra. La trasmissione è ancora in onda, ma la civiltà che l'ha registrata non c'è più.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.
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