E mo va’a bbuco ‘sta “Bbella Ciao”

Oh no, il Concertone. Quella creatura mitologica che ogni anno riesce nell’impresa di mettere insieme musica, piazza, ideologia, nostalgia e una certa dose di sfinimento collettivo. Un rito laico che, per definizione, non può mai restare un semplice concerto: deve per forza diventare un caso, una contesa, una prova generale di guerra civile in miniatura. E quindi sì, ecco la polemica. Puntuale come il raffreddore a febbraio e molto più prevedibile di qualunque line-up.

Immaginiamo pure il futuro, già che la realtà insiste a fare satira da sola. Un futuro non troppo lontano in cui il test di Voight-Kampff non serve più a scovare replicanti, ma a stabilire se un cittadino ha il rapporto corretto con “Bella Ciao”. Ti fanno accomodare in una stanza bianca, molto minimal, molto inquietante, molto ministeriale. Un agente con l’aria di chi ha letto mezzo manuale di semeiotica e tutta la Costituzione ti fissa, parte la base, e lui comincia a leggere le domande come se stesse interrogando il destino della civiltà occidentale: “Se qualcuno sostituisse una parola con un’altra, sentiresti un brivido sulla tempia?”. “Se il ritornello venisse interpretato con una lieve inflessione pop, proveresti vergogna?” “Se un’artista osasse respirare fuori tempo, la tua pupilla tradirebbe pulsioni reazionarie?”. Sudi? Sei fascista. Esiti? Sei sospetto. Ti emozioni? Dipende: se lo fai nel modo giusto, sei del popolo; nel modo sbagliato, sei un sovversivo.

Ed è già abbastanza grottesco così, ma la polemica sul concerto del Primo Maggio riesce comunque a fare un passo oltre, perché il nostro talento nazionale non è tanto la polemica in sé, quanto la sua escalation verso il surreale amministrato. A questo punto Delia, per la prossima esibizione, potrebbe presentarsi sul palco in assetto da partigiana cosmica, con fascia tricolore, stivali da guerra, lanciafiamme che sputa petali di garofano e uno sfondo di nebbia programmaticamente epica. Potrebbe cantare “Bella Ciao” in klingon, mentre dietro di lei un coro di ex concorrenti di survival show esegue una coreografia ispirata ai caduti di tutte le guerre, con la gravità di chi sta difendendo l’ultimo presidio morale del pianeta. E nessuno sarebbe ancora soddisfatto, perché a un certo punto il problema non è più la canzone: è il culto. La liturgia. La necessità di dimostrare pubblicamente, e con la giusta postura, di aver capito tutto.

Perché è lì che si rompe qualcosa. Non nella modifica, non nella versione, non nella reinterpretazione, ma nella trasformazione di un brano in reliquia da usare con i guanti bianchi e il timore dei catecumeni. “Bella Ciao” non è più soltanto una canzone: è diventata un oggetto sacro, una tavola della legge emotiva, una prova di purezza. Devi saperla trattare, devi sapere come entrare, quando respirare, quanto vibrato concederti, quanto rispetto simulare. Se la canti in metropolitana e sbagli un attacco, c’è sempre qualcuno pronto a sentirsi offeso in nome di qualcosa che forse non ha mai davvero conosciuto, ma che oggi esige di custodire con zelo notarile. Se la fischietti mentre aspetti il tram, rischi la convocazione in qualche tribunale dell’intenzione. Se la trasformi in una versione appena più moderna, con un’ombra di ironia o di distanza, diventi automaticamente colpevole di una specie di sacrilegio civile.

Il paradosso è che il risultato, a forza di protezione, è l’imbalsamazione. Quando una canzone smette di vivere e comincia a essere venerata, succede la cosa peggiore che possa capitare a qualunque oggetto culturale: diventa amministrazione. E l’amministrazione, si sa, è nemica giurata del ritmo. Quindi sì, la proposta finale diventa quasi irresistibile nella sua assurdità: dichiarare “Bella Ciao” bene culturale a rischio estinzione, metterla sotto vetro in un museo apposito, vietarne l’esecuzione spontanea e consegnarla a una liturgia certificata. Ogni 25 aprile, un dispositivo centralizzato potrebbe diffondere una versione ufficiale, approvata, timbrata, vidimata e moralmente impeccabile. Nessuna deviazione, nessuna interpretazione, nessuna sorpresa. Finalmente il Paese potrebbe dormire sonni tranquilli, protetto dall’orrore supremo: una canzone cantata da esseri umani veri, con le loro sfumature, il loro cattivo gusto, la loro libertà.

Ed è qui che il Concertone mostra il suo volto più sincero. Non quello della musica, che pure ogni tanto prova a farsi strada tra gli strati di retorica. Non quello della memoria, che meriterebbe ben altro che un tribunale dell’intonazione. Ma quello dell’Italia contemporanea, sempre in bilico tra devozione e caricatura, tra sensibilità e posa, tra partecipazione e bisogno disperato di certificarsi nel modo giusto. Una nazione che riesce a trasformare tutto in una questione di autorizzazione simbolica. Anche una canzone. Anche un coro. Anche un gesto che, in un paese normale, resterebbe un gesto. Qui no. Qui deve diventare una resa dei conti con il sacro, con il pop, con la storia, con la purezza, con il ricatto permanente del “si dice” e del “si fa”.

E allora sì, ridiamoci sopra. Non perché non conti nulla, ma proprio perché conta troppo, e nel modo più italiano possibile: con una serietà esagerata, un’ansia da interpretazione e quella splendida, patetica inclinazione a prendere un simbolo e farlo marcire sotto il peso della propria retorica. Del resto, se dobbiamo scegliere tra la canzone e il suo feticcio, tra la voce e il comitato, tra il canto e la polizia della Memoria, io continuo a preferire il canto. Persino quando è imperfetto. Soprattutto quando è imperfetto. Perché almeno lì dentro c’è ancora vita.

(Margherita Nanni)

Prompt:

Intro: Oh no, il Concertone. Quella roba piena di gente talmente a pezzi che persino i riformati (ma perché, non c'erano già troppi casini al mondo?) Litfiba sembrano i Van Halen del 1978. Poteva passare senza polemiche? Naturalmente no.

parte 1: Immaginate un futuro non troppo lontano. Il test di Voight-Kampff non serve più a smascherare replicanti, ma a verificare se un cittadino ha il “corretto” rapporto con “Bella Ciao”. Agenti in camice bianco ti fanno accomodare in una stanza insonorizzata. Parte la base musicale. Devi guardare dritto nell’obiettivo mentre un ispettore legge la lista delle varianti proibite: “Se qualcuno sostituisse ‘partigiano’ con ‘essere umano’, la tua pupilla si dilaterebbe?”. Se sudi, sei fascista.

parte 2: La polemica sul concerto del Primo Maggio è già a livelli talmente surreali che Delia, per la prossima esibizione, potrebbe salire sul palco travestita da partigiana dell’Universo, con una fascia tricolore in testa e un lanciafiamme che spara petali di garofano. Cantarebbe “Bella Ciao” in klingon, mentre sullo sfondo un coro di ex membri degli Squid Game esegue una coreografia ispirata ai caduti di tutte le guerre, compresa quella dei fiori.

parte 3: A questo punto, il vero problema non è se si possa modificare il testo. Il problema è che la canzone è diventata una reliquia così intoccabile che persino pronunciarla con un accento sbagliato ti rende sospetto. Se la canti in metropolitana e sbagli un ritornello, qualcuno potrebbe chiamare la polizia della Memoria. Se la fischietti mentre cammini, rischi la segnalazione al Comitato per la Purezza Antifascista. E guai a te se la usi come suoneria del telefono con il ritmo di una trap: verrai processato per vilipendio della Resistenza.

parte 4: La soluzione, per uscire da questo incubo burocratico-liturgico, sarebbe semplice: dichiarare “Bella Ciao” bene culturale a rischio estinzione, metterla sotto teca nel Museo della Canzone Immodificabile, e vietare chiunque di cantarla in pubblico, perché ogni esecuzione è potenzialmente eretica. In cambio, ogni cittadino riceverà un dispositivo che, ogni 25 aprile, emette una versione registrata ufficialmente dall’Anpi con il timbro del notaio. Nessuna interpretazione, nessuna variante, nessun rischio di finire nei guai. Potremo finalmente stare tranquilli: tutti antispecisti, tutti partigiani, tutti esseri umani... pardon, tutti perfetti esecutori. Come replicanti, appunto.

Articolo: Intro, Parte 1, Parte 2, Parte 3, Parte 4; approfondisci dove e quando necessario.

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