
In Gran Bretagna si sono appena tenute importanti elezioni locali, e il risultato è stato devastante per i due grandi partiti tradizionali. Il Labour, oggi al governo, è uscito ridimensionato. I Conservatori, che speravano di capitalizzare il malcontento, hanno fatto persino peggio. A vincere sono stati soprattutto i due poli populisti: da un lato Reform UK, la destra radicale di Nigel Farage; dall’altro i Verdi, ormai trasformati in un contenitore di protesta anti-sistema molto più che ambientalista.
Insomma: l’ennesima vittoria del populismo occidentale.
Naturalmente, arriverà subito la spiegazione standard: “è voto di protesta”. Formula comodissima, perché permette di evitare qualsiasi riflessione seria. Come se milioni di persone entrassero nella cabina elettorale in trance mistica, premendo simboli a caso per sfogare frustrazioni cosmiche.
Fermiamoci invece un momento e ragioniamo.
Se sei un elettore laburista deluso — e posso capire perfettamente perché molti lo siano — hai parecchie alternative democratiche e coerenti. Vuoi una linea più progressista? Puoi votare Verdi. Vuoi un centrismo moderato? Esistono i Liberal Democrats. Vuoi punire Starmer senza incendiare il sistema? Hai opzioni.
E invece no. Una quota crescente di elettori sceglie Reform: una destra nazionalista, confusa economicamente, spesso incompetente, e popolata da personaggi che guardano con simpatia a Trump, Orbán e alle versioni più tossiche del sovranismo contemporaneo.
Qui il problema non è più “mandare un segnale”. Qui siamo già nella fase “i leopardi mangiafacce non mangeranno mai la mia faccia”.
E invece lo faranno. Lo abbiamo già visto negli Stati Uniti con il secondo trumpismo: persone convinte di votare contro le élite che si ritrovano con tagli ai servizi, caos istituzionale, guerre culturali permanenti e una politica economica fatta a colpi di meme e vendette personali.
E quei leopardi stanno attraversando l’Atlantico.
La grande coalizione anti-sistema
Il punto interessante è che destra e sinistra populista, pur odiandosi reciprocamente, condividono una stessa pulsione di fondo: il rifiuto della democrazia liberale e del capitalismo moderato.
Non amano i compromessi.
Non amano i corpi intermedi.
Non amano la gradualità.
Non amano l’idea stessa che governare significhi scegliere tra vincoli.
Vogliono “cambiare tutto”. E spesso non importa nemmeno troppo in quale direzione, purché il sistema salti.
La destra populista parla di invasione migratoria, decadenza morale, élite globaliste.
La sinistra populista parla di collasso climatico, plutocrazia, capitalismo terminale.
Ma entrambe condividono la stessa struttura mentale: la convinzione che esista una soluzione semplice a problemi complessi, e che ogni moderazione sia codardia o complicità.
Il paradosso è che, storicamente, le società liberali occidentali sono state le più prospere, stabili e inclusive mai esistite. Imperfette? Certamente. Ma immensamente migliori di quasi tutte le alternative sperimentate nella storia umana.
Eppure oggi una parte crescente dell’elettorato sembra considerare insopportabile proprio quella normalità liberale che ha garantito settant’anni di prosperità relativa.
Le spiegazioni facili non bastano più
A questo punto arrivano gli esperti televisivi con il kit Ikea delle interpretazioni sociologiche.
“È colpa delle disuguaglianze.”
Davvero? Francia e Germania restano tra i paesi più redistributivi al mondo, eppure il populismo prospera magnificamente anche lì.
“È la frattura città-campagna.”
Sì, grazie. Lo sappiamo dagli anni Sessanta, da Rokkan in poi. Non è esattamente una rivelazione paragonabile alla scoperta del bosone di Higgs.
Il problema è che queste spiegazioni descrivono dove si manifesta il fenomeno, non perché stia esplodendo adesso.
Secondo me — e lo ripeto da anni, ormai con la rassegnazione di chi vede arrivare un treno mentre tutti discutono del colore dei sedili — il nodo centrale è un altro: il crollo della crescita della produttività.
Per decenni le economie occidentali sono cresciute abbastanza rapidamente da consentire una specie di patto implicito: ogni generazione avrebbe vissuto meglio della precedente. I salari aumentavano, il welfare si espandeva, il debito era sostenibile, le aspettative salivano.
Oggi quel meccanismo si è inceppato.
Le economie mature crescono dell’1-1,5% annuo quando va bene. Un tempo erano abituate al 2,5-3%. Può sembrare una differenza piccola, ma su orizzonti lunghi cambia completamente il mondo sociale e psicologico di una società.
Nel frattempo, lo Stato ha raggiunto dimensioni gigantesche. In paesi come Italia e Francia, direttamente o indirettamente, oltre il 60% dell’economia passa dalla mano pubblica. E oltre una certa soglia, semplicemente, la complessità amministrativa diventa ingestibile.
Il risultato è devastante: cittadini con aspettative costruite sul mondo del boom economico e governi che sanno benissimo di non poterle più soddisfare.
I partiti tradizionali lo capiscono.
I populisti no. O peggio: lo capiscono benissimo, ma promettono comunque l’impossibile.
E vincono.
La stagnazione e la guerra per il reddito
Poi sono arrivati due shock enormi.
Il primo è stata la crisi finanziaria del 2008, che ha congelato redditi e mobilità sociale per anni. Intere generazioni hanno smesso di percepire il futuro come miglioramento automatico.
Il secondo è stato l’aumento dei flussi migratori verso economie già stagnanti.
Qui bisogna essere lucidi e non ideologici. Il problema non è “i migranti cattivi” né “i ricchi avidi”. Il problema è che quando la crescita rallenta, la società entra inevitabilmente in competizione più feroce per quote di reddito relativamente ferme.
Una dinamica quasi marxiana, paradossalmente.
La destra populista offre una risposta semplice: “cacciamo i migranti”.
La sinistra populista ne offre un’altra: “tassiamo i ricchi”.
Entrambe sono scorciatoie emotive. Nessuna affronta il vero nodo: la produttività stagnante.
Perché senza crescita reale, ogni redistribuzione diventa una guerra tra gruppi sociali che si contendono una torta che non aumenta abbastanza.
Nessuno vuole dire la verità
La soluzione teorica sarebbe relativamente chiara.
O riduci il gap tra aspettative e realtà — operazione politicamente dolorosissima — oppure aumenti drasticamente la produttività attraverso innovazione tecnologica, automazione, liberalizzazioni, riforme del lavoro, semplificazione amministrativa e investimenti seri.
Ma chi vuole davvero affrontare una discussione del genere?
Gli elettori arrabbiati non vogliono sentirsi dire che alcune aspettative non sono più sostenibili.
I governi tradizionali hanno paura del consenso.
E i populisti prosperano promettendo miracoli incompatibili con la matematica.
Naturalmente, quando arrivano al governo, scoprono rapidamente che non possono fare nemmeno il 20% di ciò che avevano promesso. Perché la realtà, a differenza dei social network, ha il brutto vizio dei vincoli.
A quel punto vengono percepiti come traditori.
E nasce un populismo ancora più radicale.
È una spirale.
I trumpiani accusano Trump di essere troppo moderato.
I sovranisti europei vengono accusati di non essere abbastanza sovranisti.
I Verdi britannici crescono proprio mentre Starmer cerca di governare responsabilmente.
La rabbia diventa permanente. E una società permanentemente arrabbiata finisce inevitabilmente per consumare sé stessa.
L’Europa rischia di diventare una grande Argentina elegante
La mia paura è che l’Europa imbocchi lentamente una traiettoria sudamericana: crescita debole, deficit cronici, inflazione ricorrente, redistribuzione inefficiente, Stato ipertrofico e sfiducia diffusa.
Naturalmente continueremo a raccontarci che siamo più sofisticati. Lo faremo con ottimo vino, festival culturali e convegni sul futuro sostenibile. Ma la sostanza rischia di essere quella.
Ricordo ancora quando Beppe Grillo citava il “modello argentino” quasi come esempio positivo. Una frase che all’epoca sembrava solo folclore da comizio. Oggi, sinceramente, fa un po’ meno ridere.
Schumpeter, nel 1942, aveva previsto qualcosa di simile: il capitalismo avanzato genera prosperità, la prosperità genera aspettative crescenti, le aspettative producono frustrazione verso il sistema che le ha rese possibili.
Saperlo, purtroppo, non basta a evitarlo.
E mentre i leopardi si avvicinano, l’Occidente continua serenamente a discutere se il problema siano le stoviglie d’argento o il colore delle tende.
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: in Gran Bretagna si sono tenute elezioni comunali importanti. Il risultato è stato disastroso per il Labour (governo) e anche per i Conservatori (opposizione). A vincere sono stati i due partiti populisti: Reform (estrema destra) e i Verdi (estrema sinistra). L’ennesima vittoria del populismo, insomma.
parte 1: C’è chi chiama tutto questo "voto di protesta". Ma facciamo un ragionamento semplice. Se sei un elettore laburista deluso, e capisco perché lo sei, hai alternative: vuoi una svolta a sinistra? Voti Verdi. Sei moderato? Voti Lib Dem. E invece no: molti scelgono l’estrema destra fascista, corrotta e incompetente, che farà l’esatto contrario di ciò in cui credono. Questo non è voto di protesta, è il voto di coloro che si devono preparare ad una invasione di leopardi mangiafacce - quelli che abbiamo visto all'opera in USA con il secondo governo Trump e che si preparano ad attraversare l'Atlantico.
parte 2: Ma non è un caso isolato. Lo abbiamo già visto. Cosa unisce i populisti d'occidente? Il rifiuto della democrazia liberale e del capitalismo moderato. Il desiderio di cambiare il sistema a ogni costo, anche a quello di distruggerlo.
parte 3: Le solite spiegazioni non bastano. Qualcuno dice: è colpa delle disuguaglianze. Ma Francia e Germania sono fortemente egualitari eppure hanno un bel po’ di populismo. Altri dicono: frattura città-campagna. Ma lo sappiamo dagli anni ’60 grazie a Rokkan. Acqua calda.
parte 4: Secondo me il problema vero è un altro, e lo ripeto, a costo di sembrare noiosa. Il tasso di crescita della produttività è crollato: oggi viaggiamo sull’1-1,5% annuo, quando eravamo abituati al 2,5-3%. Lo stato ha raggiunto il limite di competenze gestibili (in Italia e Francia oltre il 60% dell’economia è pubblico). I cittadini hanno aspettative di benessere irreali, tarate su tassi di crescita che non torneranno più. Nessun governo razionale può promettere quello che la gente si aspetta. I partiti tradizionali lo sanno e sono bloccati. I populisti se ne fregano e promettono tutto. E vincono.
parte 5: Poi arrivano due colpi extra: la crisi bancaria del 2008 che ha bloccato i redditi per anni e milioni di rifugiati che entrano in un mercato del lavoro con reddito stagnante. Una lotta marxista per il reddito. La destra populista dice "cacciamo i migranti", la sinistra populista dice "tassiamo i ricchi". Sbagliano entrambi: il problema non sono né i migranti né i ricchi, ma la produttività e le aspettative.
parte 6: Necessario, in realtà, sarebbe ridurre il gap di aspettative o aumentare la produttività con nuove tecnologie e riforme liberiste. Ma nessuno vuole farlo. Gli elettori arrabbiati non vogliono sentire parlare di riforme dolorose. E i populisti, una volta al governo, non fanno neppure il 20% di quel che promettono (altrimenti farebbero danni enormi). Vengono percepiti come traditori e nascono populismi ancora più estremi. Vannacci, MAGA duri e puri, Verdi inglesi che crescono con Starmer: una spirale senza fine.
parte 7: Nel frattempo rischiamo di diventare un’Europa sudamericana: deficit, inflazione, redistribuzione inefficiente, crescita zero - ma il "Modello Argentino" funziona, dichiarava Beppe Grillo, quindi perché preoccuparsi, giusto? Schumpeter lo aveva previsto nel 1942. Saperlo non ci salva. Si salvi chi può.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6, parte 7; approfondisco dove necessario.
Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.