
Il Movimento contro l’Antisemitismo, il Combat Antisemitism Movement, ha appena sollevato un problema che dovrebbe far gelare il sangue a chiunque creda ancora che i social network siano soltanto luoghi di balletti idioti e ricette veloci. Su TikTok esiste una rete coordinata di account gestiti dall’intelligenza artificiale che impersonano rabbini e figure religiose ebree. Non parliamo di quattro troll chiusi in una cameretta umida con la foto profilo di Joker. Parliamo di 49 profili fake, quasi un milione di follower complessivi e circa dieci milioni di “mi piace”. Un’infrastruttura. Una macchina narrativa. Un’operazione costruita per infiltrarsi nella fiducia delle persone usando il volto rassicurante dell’autorità religiosa. E qui il punto non è più soltanto l’antisemitismo: è la capacità della propaganda moderna di indossare maschere sempre più sofisticate.
La strategia è tanto semplice quanto tossica. Gli avatar AI si presentano come rabbini autorevoli, guide spirituali, insider capaci di “svelare la verità nascosta”. Uno dei casi più emblematici è quello del falso “Rabbi Goldman”, un personaggio generato artificialmente che diffonde teorie del complotto presentandole come confessioni interne al mondo ebraico. È una tecnica vecchia quanto la propaganda stessa: rendere il veleno più credibile facendolo uscire dalla bocca di chi dovrebbe esserne bersaglio. Ma oggi il meccanismo è infinitamente più potente, perché gli algoritmi social fanno il resto. Il giovane utente medio di TikTok non vede un volantino ciclostilato distribuito da un fanatico ai margini della società; vede un volto realistico, una voce calma, una estetica curata, un linguaggio “autorevole”. E il cervello umano, purtroppo, continua a essere programmato per fidarsi delle apparenze. I ricercatori del CAM parlano infatti di una rete coordinata: stessi format visivi, messaggi ripetitivi, amplificazione sincronizzata. Non spontaneità, ma regia. Non opinioni isolate, ma propaganda industriale.
Ed è qui che la faccenda smette di essere una curiosità tecnologica e diventa un problema sociale serio. Perché TikTok non è un bar di provincia dove il vecchio paranoico urla contro il mondo davanti a un bicchiere di vino. TikTok è una piattaforma frequentata da milioni di adolescenti che formano lì la loro percezione della realtà. Se l’antisemitismo riesce a travestirsi da contenuto “educativo”, il rischio di radicalizzazione diventa enorme. E il problema non riguarda solo TikTok: tattiche simili sono già emerse sui social di Meta, dove account automatizzati, reti coordinate e propaganda mascherata prosperano da anni sotto gli occhi di tutti. Il CAM chiede interventi immediati: rimozione degli account, maggiore trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale, strumenti più efficaci contro la disinformazione organizzata. Richieste assolutamente ragionevoli, il che probabilmente significa che verranno ignorate il più a lungo possibile. Dopotutto, le piattaforme social sembrano capaci di identificare un capezzolo nel giro di tre secondi, ma improvvisamente diventano cieche quando si tratta di reti d’odio sofisticate. L’algoritmo ha priorità molto precise.
La riflessione più amara riguarda però l’Europa. Un continente costruito sulle macerie morali della Shoah dovrebbe avere anticorpi immediati contro certe derive. E invece no. Gli ebrei tornano a essere bersagli mobili di un odio che cambia linguaggio ma non struttura. Oggi non servono più i pamphlet clandestini dei primi del Novecento: i nuovi “Protocolli dei Savi di Sion” viaggiano in formato verticale, con musica di sottofondo e sottotitoli colorati. Più accessibili, più rapidi, più virali. In Germania, per ragioni storiche evidenti, esiste almeno una certa consapevolezza istituzionale del problema. In altri Paesi europei, invece, il discorso è molto più ambiguo. E sì, bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: in Italia e in Spagna, due nazioni che hanno flirtato a lungo con il fascismo reale e non con quello immaginario da social network, questa consapevolezza spesso manca. Ci si rifugia nella solita autoassoluzione mediterranea: “Noi non siamo come i tedeschi”. Frase comodissima. Peccato che la storia sia un po’ più complicata.
Molti europei vogliono rimuovere il proprio passato e continuare a usare gli ebrei come specchio deformante delle proprie colpe. È un meccanismo antico: il capro espiatorio serve a non guardarsi dentro. Si dimentica, o si finge di dimenticare, che gli ebrei sono stati perseguitati sia dal mondo cristiano-occidentale sia da quello arabo-musulmano. La storia delle espulsioni, delle discriminazioni, dei pogrom e delle umiliazioni non appartiene a una sola civiltà. Ma oggi, in una cultura avvelenata dal fanatismo identitario, questi due mondi sembrano talvolta trovare una convergenza inquietante proprio nei vecchi stereotipi antiebraici. Cambiano le parole, cambiano le bandiere, cambia il lessico politico. Il pregiudizio resta sorprendentemente familiare.
Ed è questo il punto che terrorizza davvero: non l’odio esplicito, che almeno si riconosce subito, ma quello che si traveste da analisi, da “rivelazione”, da contenuto educativo. L’antisemitismo del XXI secolo non si presenta sempre con gli stivali lucidi e il braccio teso. A volte arriva con un filtro TikTok, una voce sintetica rassicurante e un algoritmo pronto a premiarlo. E francamente, se questa immagine non ci inquieta abbastanza, allora significa che abbiamo già abbassato la guardia molto più di quanto siamo disposti ad ammettere.
(Serena Russo)
intro: Il Movimento contro l’Antisemitismo (CAM - Combat Antisemitism Movement) ha appena denunciato una scoperta preoccupante: sulla piattaforma TikTok esiste una rete coordinata di account gestiti dall'intelligenza artificiale che impersonano figure religiose ebree, in particolare rabbini. L'indagine ha identificato 49 profili fake che, insieme, totalizzano oltre 950.000 follower e circa 10 milioni di "mi piace". Non si tratta di semplici troll, ma di un'operazione organizzata.
parte 1: La strategia è subdola. Gli avatar AI si presentano come guide spirituali autorevoli, come nel caso del falso "Rabbi Goldman", e spacciano teorie del complotto spacciandole per "rivelazioni interne". In questo modo, l'antisemitismo diventa più credibile, specialmente per gli utenti più giovani. I ricercatori hanno confermato l'esistenza di un sistema ben oliato: messaggi ripetitivi, una estetica simile tra i vari profili e una amplificazione sincronizzata dei contenuti.
parte 2: Il CAM lancia un allarme chiaro: c'è il rischio concreto di radicalizzazione dei giovani su TikTok, tanto più che tattiche analoghe sono già state osservate sui social di Meta. Per questo l'organizzazione chiede alla piattaforma di intervenire subito: rimuovere immediatamente gli account, garantire maggiore trasparenza sull'uso dell'IA e fornire strumenti più efficaci contro la disinformazione organizzata. Dal momento che non parliamo di donne a seno nudo, dubito che Meta faccia qualcosa.
parte 3: La riflessione finale è amara e necessaria. Nell'Europa costruita sulle macerie della guerra, gli ebrei non sono più al sicuro, nemmeno a Londra. La loro storia – e la nostra – viene deformata da nuovi "Protocolli" diffusi con mezzi infinitamente più potenti di quelli di un secolo fa. In Germania c'è consapevolezza del problema, ma in Italia e in Spagna, le due nazioni storicamente fasciste, questa consapevolezza sembra mancare.
parte 4: Molti europei vogliono rimuovere ciò che hanno fatto agli ebrei e usarli ancora come capri espiatori per tacere i propri rimorsi di colonialisti. Si dimentica che gli ebrei sono stati vittime sia del mondo cristiano-occidentale sia di quello arabo-musulmano. Oggi, in una cultura avvelenata dal fanatismo, questi due mondi sembrano stringere un'alleanza basata sui peggiori pregiudizi del passato.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.
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