Global Intifada? No, Grazie

I segni ci sono tutti. E non sono affatto rassicuranti. Manifestazioni aggressive davanti alle sinagoghe, boicottaggi contro cittadini israeliani ovunque si trovino, insulti e aggressioni a chi porta simboli ebraici, svastiche disegnate sui muri accanto agli slogan “Free Palestine”, sfregi alla memoria della Shoah, fino al sostegno aperto — e sempre meno imbarazzato — a Hamas e Hezbollah. Poi però guai a chiamarla deriva antisemita: no, bisogna dire “contesto”, “rabbia”, “solidarietà”. È incredibile quanto rapidamente certi ambienti riescano a trasformare l’odio etnico in postura morale.

Questa cosiddetta “intifada globale” non aiuta i palestinesi. Non ferma un singolo bombardamento. Non apre un corridoio umanitario. Non costruisce ponti, non salva vite, non produce pace. Produce solo una cosa: l’idea che ogni israeliano sia automaticamente un oppressore e ogni ebreo un nemico politico da colpire, isolare, intimidire. Ed è qui che il giocattolo si rompe. Perché questa logica non è rivoluzionaria, non è progressista, non è “decoloniale”: è una logica antica, tossica e profondamente razzista. Colpevole in quanto ebreo. Cambiano le parole d’ordine, resta la stessa struttura mentale. E sì, mi spiace turbare i romantici della rivoluzione permanente, ma questa roba ha un odore storicamente molto riconoscibile.

La parte più inquietante è che questa deriva non nasce nel sottoscala di qualche gruppo neonazista. È stata teorizzata, normalizzata e diffusa da ampi settori della sinistra radicale globale, che hanno trasformato l’anti-israelismo nel proprio marchio identitario. Per anni ci hanno spiegato che “bisogna distinguere” tra antisionismo e antisemitismo. Benissimo. Distinguere è giusto. Ma se poi il risultato pratico è che non vuoi il turista israeliano nel tuo locale, che boicotti il professore ebreo, che consideri sospetto chiunque non reciti il catechismo ideologico corretto, allora quella distinzione diventa una foglia di fico bucata. Oggi la parola “genocidio” viene usata con una leggerezza impressionante: talk show, scuole, festival culturali, editoriali, spettacoli teatrali. È diventata una password morale, una specie di segnale di riconoscimento per sentirsi dalla parte giusta della storia. Il problema è che quando trasformi un conflitto complesso in una narrazione assoluta di bene contro male, finisci inevitabilmente per disumanizzare qualcuno. E guarda caso quel “qualcuno” è sempre l’ebreo.

La tragedia di Gaza è reale. Terribile. Devastante. Ma usarla come carburante per giustificare Hamas o alimentare odio antisemita è moralmente osceno. E lo dico da persona che non ha alcuna simpatia per il governo Netanyahu, per Smotrich, per Ben-Gvir e per quella destra israeliana che sembra convinta che ogni problema si risolva con più forza, più colonie e meno autocritica. Vorrei vedere una tregua stabile, aiuti umanitari veri, una prospettiva politica che restituisca dignità sia agli israeliani sia ai palestinesi. Ammiro chi, in Israele, continua ostinatamente a costruire dialogo invece di vendere odio. Ma proprio per questo rifiuto la favola tossica secondo cui Hamas sarebbe “resistenza romantica”. Hamas è un’organizzazione armata autoritaria che ha trascinato Gaza dentro una spirale suicida, e senza il suo disarmo non esisterà mai una ricostruzione reale. Così come è impossibile ignorare il ruolo dell’Iran e delle sue milizie regionali, che alimentano instabilità permanente mentre i loro propagandisti occidentali li raccontano come improbabili partigiani anti-imperialisti. Gli ayatollah come Che Guevara con il turbante: una delle operazioni di marketing politico più grottesche degli ultimi anni.

Nel frattempo, in Paesi come la Gran Bretagna o l’Australia, questa “intifada globale” viene ormai considerata apertamente una minaccia alla convivenza civile. Si discute di radicalizzazione, intimidazione, antisemitismo crescente. Da noi invece no. Da noi tutto viene diluito nella formula magica della “libertà di opinione”. Anche quando si inneggia agli ayatollah. Anche quando si glorificano organizzazioni che, se potessero, eliminerebbero metà delle libertà occidentali nel tempo di un comunicato stampa. È il paradosso terminale di certa cultura politica occidentale: gente che vive protetta dalle democrazie liberali mentre acclama movimenti che quelle democrazie le disprezzano apertamente. Un po’ come tifare lo squalo mentre sei ancora in acqua. Coraggioso. O tremendamente stupido.

Che fare? Non ho una risposta rassicurante. E francamente diffido di chi ce l’ha pronta in tasca. So però una cosa: la situazione non mi piace per niente. Perché la storia europea insegna che quando gli ebrei tornano a sentirsi insicuri nelle strade, nelle scuole, nei luoghi pubblici, il problema non riguarda solo gli ebrei. Riguarda la salute morale dell’intera società. Il canarino nella miniera, appunto. E ogni volta che qualcuno minimizza, ride o relativizza, io penso sempre la stessa cosa: il canarino smette di cantare molto prima che il crollo diventi visibile a tutti.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: i segni sono molti e non certo benauguranti. manifestazioni offensive davanti alle sinagoghe, boicottaggi contro cittadini israeliani ovunque si trovino, insulti e aggressioni a chi porta segni dell’ebraismo, sfregi alla memoria della Shoah e persino sostegno aperto a Hamas e Hezbollah. Questo fenomeno, chiamato “intifada globale”, non ha nulla a che fare con la solidarietà verso Gaza. Non aiuta i palestinesi, non ferma la guerra, non costruisce la pace. Alimenta solo l’idea che ogni israeliano sia un occupante e ogni ebreo un nemico. È una logica squisitamente nazista: colpevole in quanto ebreo.

parte 1: Questa deriva è stata teorizzata e diffusa da ampi settori della sinistra radicale globale, che ha trasformato l’anti-israelismo in proprio tratto distintivo, cancellando ogni differenza tra antisionismo e antisemitismo - non venitemi a raccontare che "bisogna distinguere", se poi non volete il turista israeliano nel vostro bar. Oggi, in molti talk show, scuole, spettacoli e articoli, dire “genocidio” è diventato un luogo comune, un modo per riconoscersi in un mainstream che finisce per legittimare la caccia all’ebreo.

parte 2: È vergognoso strumentalizzare la tragedia di Gaza per giustificare Hamas e alimentare odio antisemita. Sono contraria al governo reazionario di Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir. Vorrei vedere una tregua, aiuti umanitari, la pace. Sostengo chi in Israele costruisce ponti con i palestinesi. Sono pure convinta che senza il disarmo di Hamas non ci sarà mai vera ricostruzione né giustizia per il popolo di Gaza. E che L’Iran e le sue milizie sono un fattore costante di instabilità.

parte 3: Mentre in Gran Bretagna e Australia questa intifada globale è riconosciuta come “pericolosa realtà”, da noi viene spacciata per libertà di opinione. Persino quando si inneggia agli ayatollah.

parte 4: che fare? Non lo so. Non la vedo bene, però. Ricordate il canarino nella miniera, vero?

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo.

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