Contro le classifiche

Qualcuno vorrebbe forse chiedermi di fare una classifica dei migliori cantautori o dei migliori album dell’anno? Mi risparmio volentieri la fatica. Non perché mi manchino opinioni — quelle, purtroppo o per fortuna, non mi sono mai mancate — ma perché considero le liste la forma più pigra e, spesso, più ingannevole di critica. Sono il trionfo dell’ordine apparente, quella bella gabbia numerata dentro cui si immagina di aver messo in fila il disordine meraviglioso della musica. Un’illusione comoda, quasi domestica. E dunque sospetta.

Prendiamo l’ultima lista del New York Times sui trenta più grandi cantautori americani viventi. Polemiche prevedibili, come il cambio di stagione: chi è stato escluso, chi avrebbe meritato più in alto, chi è finito in una posizione che offende la sensibilità dei fedeli del genere e chi, invece, vi compare con l’aria di chi è stato convocato per errore alla festa sbagliata. Ma il vero problema non è l’assenza di questo o quel nome. Il problema è l’idea stessa che un’opera d’arte possa essere ridotta a una classifica come se si trattasse di valutare i cavalli al palio o le verdure al mercato.

Come si fa, seriamente, a mettere sullo stesso piano artisti che lavorano con obiettivi diversi, linguaggi diversi, sensibilità diverse e persino con una diversa concezione del tempo? Un cantautore non è un velocista, né un sollevatore di pesi. Non si misura con il cronometro e non si giudica a colpi di metro. Alcuni costruiscono mondi, altri li sbriciolano, altri ancora li osservano con una malinconia che vale più di cento slogan. Metterli in graduatoria significa fingere che tutti rispondano alla stessa domanda. Ma la musica, per fortuna, è più intelligente dei suoi recensori frettolosi: risponde a domande diverse, spesso persino contraddittorie.

E poi, diciamolo, certe classifiche finiscono inevitabilmente per premiare fattori che con la qualità hanno un rapporto alquanto elastico: il successo commerciale, il tempismo, la notorietà, la capacità di stare nel dibattito del momento, la simpatia del personaggio, il suo posizionamento nel grande teatro delle appartenenze. Perfino il genere o l’etnia di chi vota, o di chi viene votato, entra nel meccanismo come una variabile che spesso viene spacciata per consapevolezza culturale. In realtà, molto spesso, è soltanto una forma raffinata di conformismo. Si chiama inclusione, ma troppe volte ha il sapore di un bilancio da compilare in fretta.

Poi c’è la piccola industria quotidiana del voto, quella che ormai accompagna ogni disco, ogni film, ogni libro, ogni cosa che osi presentarsi al mondo con la velleità di essere giudicata. Stelline in fondo alle recensioni, medie degli utenti, ranking, grafici, percentuali, playlist costruite per algoritmo con la tenerezza di un ragioniere e la sensibilità di un tostapane. L’intenzione, certo, era nobile: democratizzare il giudizio, dare voce a tutti, aiutare l’ascoltatore smarrito a orientarsi nella giungla. Il risultato, come spesso accade quando si confonde la quantità con la lucidità, è stato opposto.

La musica è stata trasformata in una gara di sopravvivenza numerica. Non conta più tanto cosa un disco dica, come lo dica, in quale stagione della vita lo incontri e che ferita ti apra o ti chiuda. Conta quanto vale. Quante stelle ha. Dove si colloca. Se supera la soglia del 7,5 o se rischia di finire nella zona grigia del “carino ma non imperdibile”, che è una delle formule più vigliacche mai inventate dalla critica moderna. Come se un capolavoro dovesse chiedere permesso a una media aritmetica prima di entrare nella storia.

Il guaio vero è che questo sistema non si limita a semplificare: educa male. Insegna all’ascoltatore a leggere prima il voto e poi il disco, quando non addirittura a sostituire l’ascolto con la statistica. L’opera d’arte viene così schiacciata sotto il peso di un numero, e il numero — che è una cosa utilissima per calcolare la spesa o dividere il conto al ristorante — comincia a pretendere di spiegare l’emozione, la complessità, il carattere di una voce, la bruttezza o la bellezza di un arrangiamento, la forza quasi misteriosa di una canzone che arriva nel momento giusto e ti cambia la giornata. Una pretesa ridicola, se non fosse così diffusa.

C’è però un effetto ancora più subdolo, e qui la faccenda si fa quasi sociologica. Si chiama Paradosso di Abilene. È quella dinamica per cui un gruppo decide collettivamente di fare qualcosa che nessuno, singolarmente, desidera davvero. Ognuno crede che gli altri vogliano quella cosa, così nessuno osa opporsi per primo. E alla fine ci si ritrova tutti a compiere un’azione che nasce da un consenso immaginario. Un bel capolavoro di vigliaccheria condivisa, va detto.

Ebbene, la cultura delle liste e dei voti ha trasformato la musica in un gigantesco Paradosso di Abilene. Si ascoltano certi artisti e si dichiarano “grandi” non perché ci emozionino davvero, ma perché sono in cima alle classifiche, perché sono già stati canonizzati, perché la loro grandezza è stata approvata da una catena infinita di giudizi precedenti. I critici li inseriscono per non sembrare fuori moda. I lettori li difendono per non sentirsi ignoranti. Gli altri li citano per non restare esclusi dal salotto. E così nessuno ha davvero scelto nulla. Si è solo aderito a un consenso fantasma, uno di quelli che sembrano fortissimi proprio perché non hanno mai avuto il coraggio di pronunciare il loro nome ad alta voce.

La vera critica, invece, vive nella prosa. Non nel bollettino. Non nel podio. Non nel voto in decimalesimo, come se l’arte fosse una verifica di algebra. La critica autentica vive nel racconto, nell’argomentazione, nel dettaglio che illumina un disco meglio di qualsiasi “top ten”, nell’incontro personale con una canzone ascoltata in un momento preciso della vita. È lì che accade il miracolo: una frase ben scritta può aprirti un mondo, una pagina può farti riascoltare un album con orecchie nuove, una riflessione può trasformare un semplice gusto personale in esperienza condivisibile.

Ecco perché le grandi critiche come Pauline Kael o Susan Sontag diffidavano delle liste. Non perché avessero un’indole aristocratica, come amano dire certi moralisti da tastiera, ma perché sapevano che il giudizio autentico non si impacchetta in un numero. La prosa permette il dubbio, la sfumatura, il contraddittorio, persino l’errore fertile. Una lista, al contrario, chiude. Non ti invita a capire perché un cantautore costruisca un personaggio, come una melodia riesca a spezzarti il cuore, o in che modo una voce sappia contenere l’epoca che l’ha generata. Ti costringe a discutere di posizioni e omissioni, come in un condominio litigioso. E della musica, poverina, non resta che il portinaio.

Poi c’è una verità molto semplice, che ogni tanto andrebbe ricordata a chi scambia la cultura per un sistema di classificazione permanente. Se a mio figlio dicessi: “Questo è il miglior cantautore vivente”, lui probabilmente ascolterebbe con il metro del giudizio già in mano. Non con la curiosità, non con la disponibilità al rischio, non con quella meravigliosa ingenuità che ci fa innamorare di qualcosa prima ancora di sapere se sia giusto amarla. E invece l’amore vero per l’arte nasce quasi sempre per caso: da un consiglio di un amico, da una canzone sentita in macchina per sbaglio, da una playlist fatta con affetto e non con la smania di ottimizzare il mondo. Non da una classifica. Le classifiche servono a rassicurare chi ha paura di perdersi. La musica, per fortuna, chiede esattamente il contrario.

Quindi la prossima volta che vi trovate davanti un elenco dei “migliori” o una media di voti appiccicata a un disco come una targhetta da magazzino, alzate le spalle con eleganza. Diffidate del numero quando pretende di sostituire il giudizio, dell’algoritmo quando si atteggia a gusto, del consenso quando non ha il coraggio di chiamarsi conformismo. Mettetevi le cuffie. Ascoltate quello che vi emoziona davvero. E poi, semmai, parliamone con le parole. Perché sono le parole, quando sono giuste, a spiegare la musica. Non i decimali.

In fondo, la differenza è tutta lì: un numero dice dove sta un disco. Una frase ben scritta dice perché conta.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: Qualcuno vorrebbe forse chiedermi di fare una classifica dei migliori cantautori o dei migliori album dell'anno? Io di solito rifiuto. Non perché non abbia opinioni – ne ho eccome – ma perché credo che le liste siano la forma più pigra e fuorviante di critica.

parte 1: Prendiamo l’ultima lista del New York Times sui trenta più grandi cantautori americani viventi. Ha scatenato polemiche prevedibili: chi è stato escluso, chi avrebbe dovuto essere più in alto. Ma il problema vero non è chi manca. È l’idea stessa di ridurre l’arte a una graduatoria. Come si fa a mettere sullo stesso piano artisti che lavorano con obiettivi, generi e sensibilità completamente diverse? Si finisce per dare peso a fattori che non c’entrano nulla con la qualità: successo commerciale, tempismo, notorietà, persino il genere o l’etnia dei votanti.

parte 2: E non parliamo solo delle grandi liste istituzionali. Anche la piccola cultura quotidiana delle stelline in fondo alle recensioni, dei voti medi degli utenti, delle playlist costruite per algoritmo ha fatto danni incalcolabili alla musica. So che l’intento era positivo: dare voce a tutti, rendere la critica più democratica, aiutare l’ascoltatore a orientarsi. Invece ha prodotto l’effetto opposto. Ha trasformato l’ascolto in una verifica continua – quanti voti ha, che posizione occupa – e ha schiacciato l’opera d’arte sotto il peso di un numero.

parte 3: Ma c’è un effetto ancora più subdolo, e si chiama Paradosso di Abilene. Forse lo conoscete: è una dinamica di gruppo per cui un insieme di persone decide collettivamente di fare qualcosa che nessuno di loro, singolarmente, vuole davvero fare. Succede perché ognuno crede che gli altri la vogliano, e nessuno osa dire il primo “no”. Ecco, la cultura delle liste e dei voti ha trasformato la musica in un gigantesco Paradosso di Abilene. Ascoltiamo certi artisti e li dichiariamo “grandi” non perché ci emozionino, ma perché sono in cima alle classifiche o hanno la media più alta. I critici inseriscono nomi per non sembrare fuori moda. I lettori li difendono per non sentirsi ignoranti. E alla fine nessuno ha davvero scelto nulla. Abbiamo solo seguito un consenso fantasma che nessuno ha mai espresso con sincerità.

parte 4: La vera critica, per me, vive nella prosa. Nel racconto, nell'analisi, nell'incontro personale con una canzone ascoltata in un momento preciso della vita. Le grandi critiche come Pauline Kael e Susan Sontag evitavano le liste proprio perché sapevano che il giudizio autentico non si impacchetta in un numero. Una frase ben scritta può aprirti un mondo. Una lista, invece, lo chiude: ti spinge a discutere di posizioni e omissioni, non di come quel cantautore costruisce un personaggio o perché quella melodia ti spezza il cuore.

parte 5: E poi c'è una verità semplice. Se a mio figlio dicessi “questo è il miglior cantautore vivente”, lui ascolterebbe con il metro del giudizio già in mano, non con la curiosità di lasciarsi sorprendere. L'amore vero per l'arte nasce per caso: da un consiglio di un amico, da una canzone sentita in macchina, da una playlist fatta con affetto. Non da una classifica.

parte 6: Quindi la prossima volta che vedete una lista dei “migliori” o una media di voti accanto a un disco, alzate le spalle. Mettetevi le cuffie e ascoltate quello che vi emoziona davvero. Poi parliamone, con le parole. Non con i numeri.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.

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