E se fosse stato un suonatore gay di flauto traverso?

Quando un uomo lancia la propria automobile contro dei passanti nel cuore di una città italiana, ferendo sette persone e mutilando per sempre una donna, la prima reazione di una società sana dovrebbe essere il silenzio sgomento. Dovrebbe esserci il pudore del dolore, la cautela dei fatti, la volontà quasi civile di non trasformare immediatamente una tragedia in una clava ideologica. E invece no. Nel volgere di poche ore, il nome di Salim El Koudri è diventato una specie di trofeo da agitare davanti alle telecamere e sui social network: per alcuni la prova definitiva dell’“invasione”, per altri l’occasione per negare qualsiasi riflessione sull’integrazione, sulla marginalità, sul disagio. La persona reale scompare. Resta soltanto il simbolo. Un simbolo utile a colpire qualcuno.

È questo il tratto più malato della nostra epoca: l’incapacità quasi patologica di tollerare la complessità umana. Ogni individuo deve essere ridotto a una casella. Marocchino. Italiano. Musulmano. Depresso. Disoccupato. Gay. Di destra. Di sinistra. Qualunque etichetta va bene, purché consenta di trasformare una tragedia in propaganda. La domanda non è più “che cosa è successo?”, ma “contro chi posso usare questa storia?”. E così il killer smette di essere un uomo devastato, violento, forse squilibrato, certamente responsabile delle proprie azioni, e diventa invece un proiettile culturale da sparare contro il nemico del momento.

Se ha origini marocchine, ecco immediatamente il coro sull’attentato islamista, sull’immigrazione fuori controllo, sulla barbarie importata. Se emergono problemi psichiatrici o fragilità personali, dall’altra parte parte la risposta automatica: “vedete? non c’entra nulla con l’immigrazione, è solo un malato”. Come se una persona potesse essere ridotta a una sola dimensione. Come se gli esseri umani fossero figurine ideologiche e non creature tragicamente contraddittorie.

E il meccanismo potrebbe estendersi all’infinito, sfiorando il ridicolo se non fosse così moralmente osceno. Se domani si scoprisse che quell’uomo era omosessuale, assisteremmo immediatamente a dibattiti televisivi sull’omofobia interiorizzata o sulla “violenza nascosta” nelle minoranze discriminate. Se coltivasse ikebana, qualche editorialista troverebbe il modo di scrivere un pezzo inquietante sulla “disciplina ossessiva dell’arte floreale giapponese”. Se suonasse il flauto traverso, apparirebbero titoli grotteschi sulla doppia vita dell’artista sensibile. Sembra una caricatura, ma non lo è affatto. È il modo esatto in cui funziona oggi il circuito tossico dell’informazione e dei social: estrarre un dettaglio dal contesto e trasformarlo in un’arma culturale.

Nel frattempo, le vittime evaporano. La donna che forse non tornerà più a camminare diventa una nota a margine. Le famiglie sotto shock, i testimoni traumatizzati, una città intera che si interroga su ciò che ha visto: tutto retrocede sullo sfondo. Conta soltanto la guerra simbolica. Conta stabilire se il colpevole fosse “dei nostri” oppure “dei loro”. È una dinamica miserabile, e colpisce osservare quanto rapidamente perfino persone colte e teoricamente progressiste vi precipitino dentro con entusiasmo quasi tribale.

Eppure la questione veramente urgente sarebbe un’altra. Come si previene il contagio di questi atti? Come si impedisce che un individuo fragile, rabbioso, alienato, magari già ossessionato dalla notorietà, trovi nell’ennesimo video virale il modello da imitare? Da anni gli esperti di criminologia e prevenzione parlano apertamente dell’effetto emulativo. Ogni volta che un assassino conquista prime pagine, dirette televisive, dossier psicologici, speciali in seconda serata e milioni di visualizzazioni, qualcuno da qualche parte osserva e registra mentalmente la lezione: basta un gesto mostruoso per diventare il centro del mondo.

La stampa italiana, su questo, porta una responsabilità enorme. Una responsabilità che troppo spesso rifiuta persino di riconoscere. Il volto del killer viene pubblicato ovunque nel giro di minuti. Il nome rimbalza ossessivamente. Ogni dettaglio della sua vita privata viene vivisezionato con l’avidità morbosa di chi sa perfettamente che il sangue produce traffico, audience, clic. E se esiste un elemento identitario ambiguo da sfruttare per quaranta ore consecutive di talk show, tanto meglio. La macchina mediatica si mette in moto come una gigantesca fabbrica di adrenalina morale.

Non interessa davvero capire. Interessa monetizzare l’indignazione.

Così il carnefice ottiene esattamente ciò che desiderava, o che comunque il sistema gli consente: centralità assoluta. Una ribalta smisurata. Una presenza invasiva nella vita pubblica. Diventa una faccia riconoscibile, quasi una figura mitologica negativa attorno alla quale ruotano rabbie collettive, paure, slogan politici. E il prossimo squilibrato, il prossimo uomo divorato dal rancore o dal bisogno patologico di esistere agli occhi degli altri, guarda tutto questo e comprende che la società contemporanea premia perfino l’orrore, purché sia abbastanza spettacolare.

Forse dovremmo iniziare a porci una domanda più scomoda e più seria: perché sentiamo questo bisogno compulsivo di catalogare il male? Perché ci ossessiona tanto stabilire se il mostro appartenga alla tribù giusta o a quella sbagliata? La risposta, temo, è terribile nella sua semplicità. Perché una società frantumata preferisce sempre una narrazione comoda a una verità complessa. Un cadavere ben etichettato vale più di un ragionamento difficile. Una tragedia trasformata in slogan rende infinitamente di più, politicamente ed economicamente, rispetto a una riflessione onesta sulle fragilità umane, sull’alienazione contemporanea, sulla violenza che serpeggia sotto la superficie della nostra vita quotidiana.

Finché continueremo a usare i killer come arieti contro il nemico di turno, continueremo a non vedere davvero le vittime. Continueremo a non prevenire nulla. Continueremo soprattutto a regalare ai futuri imitatori ciò che desiderano di più: attenzione, eco, immortalità mediatica.

E allora sì, forse sarebbe il caso di smetterla con questa miserabile corsa all’oro delle identità. O almeno di tentare, con uno sforzo quasi controcorrente, di restare umani davanti all’orrore invece di trasformarlo immediatamente nell’ennesima tifoseria.

(Roberto De Santis)

Prompt:

intro: Quando un uomo scaglia la sua auto contro dei pedoni in centro a Modena, ferendo sette persone e strappando le gambe a una donna, la prima reazione dovrebbe essere il cordoglio per le vittime e la ricerca sobria della verità. Invece, nel giro di poche ore, il nome di Salim El Koudri diventa una bandiera da sventolare o da bruciare. Perché il mondo iperconnesso e iperdiviso in cui viviamo non cerca più di capire l'individuo: cerca disperatamente di incastrarlo in una casella che faccia comodo a qualcuno. Il killer smette di essere una persona complessa, con le sue fragilità e la sua storia, e si trasforma in un proiettile – e la domanda che tutti si fanno, implicitamente, è: attraverso di lui, chi posso colpire?

parte 1: Se ha origini marocchine, si grida all'attentato islamista e si usa il suo volto per alimentare la paura dell'invasione. Se si scopre che è italiano e sofferente di disturbi mentali, dall'altra parte si corre a dire "vedete? non c'entra l'immigrazione, è solo un malato". E se domani emergesse che era gay? Si aprirebbe subito il dibattito sulla violenza omosessuale o sull'omofobia subita. Se fosse un appassionato di ikebana, qualcuno troverebbe un nesso inquietante tra l'arte floreale giapponese e la furia omicida. Se suonasse il flauto traverso, ci sarebbero titoli sulla "mente contorta del musicista" o sulla "falsa innocenza dell'artista". Ogni singola etichetta, anche la più innocua, verrebbe estorta dal contesto e trasformata in un'arma culturale.

parte 2: Questo meccanismo non è solo grottesco: è profondamente dannoso. Perché mentre ci spenniamo a vicenda per stabilire se il killer fosse "dei nostri" o "degli altri", le vittime scompaiono dall'attenzione pubblica. La donna che non camminerà più, le famiglie distrutte, la città sotto choc diventano un semplice sottotitolo. E la vera domanda – come si previene il contagio di questi atti? come si ferma un imitatore che ha visto decine di video simili online? – viene completamente spazzata via dalla guerra delle identità.

parte 3: La stampa, in questo, gioca un ruolo vergognoso. Invece di astenersi dal pubblicare nome, volto e dettagli operativi, come raccomandano tutti gli esperti di prevenzione, non vede l'ora di spettacolarizzare l'assassino. Perché il suo volto fa click, la sua storia fa audience, e se c'è un'etichetta ambigua da sfruttare per ore di dibattito in tv, tanto meglio. Così il killer ottiene esattamente ciò che forse cercava: un palcoscenico globale, un'eco infinita, la certezza che la sua rabbia verrà brandita da migliaia di persone. E il prossimo potenziale imitatore guarda tutto questo e pensa: "basta che io faccia così, e diventerò anche io una bandiera".

parte 4: Forse dovremmo cominciare a chiederci meno "chi era" e più "perché ci ossessiona così tanto incasellarlo". La risposta è triste: perché nella nostra società divisa, un cadavere ben etichettato vale più di una verità complessa. Finché continueremo a usare i killer come arieti contro il nemico di turno, continueremo a non vedere le vittime, a non prevenire i prossimi attacchi, e a regalare al prossimo squilibrato la ribalta che desidera. È ora di smetterla con questa caccia all'oro delle identità. O almeno, di provarci.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.

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