
Di solito non parlo di politica. Non perché non abbia opinioni — quelle, purtroppo, le hanno anche gli amministratori dei gruppi Facebook di quartiere — ma perché non mi ritengo abbastanza qualificata per farlo seriamente. E anche se lo fossi, diciamolo, parlare seriamente è una delle cose più sopravvalutate dell’Occidente contemporaneo. Però il wrestling mi piace. Mi piace davvero. Lo considero una delle poche forme d’arte rimaste oneste: ti dice apertamente che tutto è costruito, e proprio per questo riesce a raccontare la realtà meglio di metà dei talk show politici europei. Quindi sì, proverò a spiegare il teatrino di Itamar Ben-Gvir e della flottiglia usando il wrestling. E francamente credo sia il modo più rigoroso possibile.
Partiamo dalle basi, perché noto con dolore che in Italia si studia ancora Pirandello ma non si insegna la differenza tra un face e un heel, e questo spiega molte cose. Nel wrestling ogni rivalità si chiama feud: una guerra narrativa fra personaggi. Il face è il buono, quello che il pubblico dovrebbe tifare. L’heel è il cattivo: arrogante, scorretto, irritante, spesso vestito come un impresario di night club dell’Ohio nel 1987. Naturalmente è quasi sempre il personaggio più carismatico. Poi c’è la storyline, cioè il racconto che tiene insieme tutto. Una buona storyline non serve soltanto a far vincere il face, ma a costruire tensione, a rafforzare le identità, a dare a tutti qualcosa da guadagnare. L’heel deve perdere abbastanza da sembrare vulnerabile, ma non troppo da diventare innocuo. Il face deve soffrire, altrimenti il pubblico si annoia. E soprattutto: ogni feud deve lasciare qualcosa in sospeso, perché il business della narrazione vive di sequel emotivi.
Ora guardiamo il mondo reale, che ormai sembra scritto da sceneggiatori sotto caffeina e rancore algoritmico. Abbiamo un heel praticamente perfetto: Itamar Ben-Gvir. Un estremista così sopra le righe da sembrare creato in laboratorio da una federazione hardcore anni Novanta. Sembra l’incrocio tra un manager della Extreme Championship Wrestling e Maurizio Mosca dopo una notte passata a leggere forum geopolitici. Fa dichiarazioni incendiarie, agita il suo elettorato, interpreta perfettamente il ruolo dell’uomo che “dice quello che gli altri non hanno il coraggio di dire”. Ed è qui che molti sbagliano: pensano che il punto dell’heel sia avere ragione. No. L’heel deve essere efficace nel provocare reazioni. Deve polarizzare. Deve costringerti a parlare di lui anche quando vorresti ignorarlo. Nel wrestling, se odi qualcuno abbastanza da voler vedere il suo prossimo segmento, ha già vinto.
Poi c’è il governo israeliano, che in questa storyline interpreta il face istituzionale. Una parte quasi elegantissima nella sua ambiguità: si richiama alla moderazione, lascia che l’heel faccia il lavoro sporco simbolico, prende le distanze senza prenderle davvero, mantiene la postura internazionale rispettabile. È la classica figura del commissioner WWE che entra sul ring con espressione grave dicendo “questa non è l’immagine che vogliamo dare”, mentre intanto il pay-per-view sta facendo ascolti record. E infine arrivano gli attivisti della flottiglia, che in questo copione escono come face martirizzati ma lucidissimi dal punto di vista comunicativo. Ottengono esattamente ciò che serve alla loro narrativa: immagini forti, tensione, umiliazione pubblica, espulsioni, telecamere, indignazione globale pronta all’uso. I malvagi ebrSIONISTI che si comportano da malvagi ebrSIONISTI davanti al mondo intero. Dal punto di vista della costruzione simbolica è materiale premium. Non importa neppure quanto cambi concretamente la situazione: la storyline produce identità, e oggi le identità valgono più dei fatti.
Ed è questo il punto che trovo irresistibile. Non la politica in sé — che spesso è soltanto burocrazia con cattive luci — ma il modo in cui tutto diventa rappresentazione performativa. Questo feud è scritto benissimo. Nessuno perde davvero. L’heel consolida il proprio pubblico mostrando durezza. Il face istituzionale mantiene la rispettabilità internazionale. Gli attivisti ottengono le immagini e la consacrazione morale che cercavano. Tutti escono dal ring con qualcosa in più rispetto a prima. Il pubblico si divide, urla, commenta, produce meme, indignazione, engagement. E da qualche parte un algoritmo applaude in piedi come Vince McMahon durante il boom della Attitude Era
La cosa meravigliosa del wrestling è che non ha mai avuto paura di ammettere che il mondo funziona così: non vince chi ha ragione, vince chi controlla meglio la narrazione del conflitto. E forse è per questo che continuo a considerarlo infinitamente più educativo di certi editoriali austeri scritti da persone convinte che basti dire “la situazione è complessa” per sembrare intelligenti.
(Margherita Nanni)
Prompt:
Intro: Di solito non parlo di politica perché non mi ritengo abbastanza qualificata per farlo seriamente, e anche se lo fossi, comunque non mi piace parlare seriamente. Però come tutti sanno, a me piace il wrestling. E siccome il wrestling è l’unica lente attraverso cui riesco a capire il mondo, provo a usarlo per spiegare il teatrino di Ben Gvir e della Flottiglia.
parte 1: Partiamo dai fondamentali. Nel wrestling ogni storia si chiama feud: una rivalità tra due o più personaggi. I ruoli sono semplici: il face è il buono (quello che il pubblico dovrebbe tifare), l’heel è il cattivo (quello che tutti odiano, ma spesso è il più divertente). Poi c’è la storyline, cioè l’intreccio narrativo che dà senso ai match. Una buona storyline non serve solo a far vincere il face pulito, ma a far crescere tutti i personaggi coinvolti. L’heel perde ma esce più odiato e quindi più credibile. Il face vince ma non troppo facilmente, altrimenti è noioso. E se possibile, si piantano i semi per il prossimo feud.
parte 2: Ora guardiamo la realtà. Abbiamo un heel perfetto: Ben Gvir – un imbecille estremista che fa vedere al suo elettorato che “con me non si cazzeggia”. Sembra un incrocio tra un cattivo della ECW e Maurizio Mosca con la kippah. È talmente sopra le righe che non capisco come dei normodotati possano prenderlo sul serio, ma nel wrestling funziona così: l’heel deve essere credibile nel suo essere odioso.
parte 3: Poi c’è il governo israeliano, che in questa storia gioca la parte del face istituzionale. Chiama alla moderazione, lascia la piena responsabilità all’heel, difende i diritti umani. È un ruolo comodo: si pulisce la coscienza senza sporcarsi le mani. E infine gli attivisti della flottiglia: anche loro escono da questa storyline come dei face danneggiati ma puri. Ottengono uno scenario migliore di quanto potessero sperare – i malvagi ebrSIONISTI che li umiliano sotto le telecamere per quelle 24 ore prima delle espulsioni. La prova provata che Israele è caccapupú, proprio come diceva la loro narrativa.
parte 4: Insomma, è un feud ben scritto. Nessuno perde veramente, tutti alzano il proprio status: l’heel si guadagna il suo pubblico, il face istituzionale fa bella figura, gli attivisti ottengono le immagini che volevano. Poche cose come il wrestling sanno spiegare un mondo dove rappresentazione e performatività valgono più dell’oro.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci se necessario.
assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.
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