Diritto vs. Sicurezza: L’Equilibrio del Medio Oriente

Dico la verità: quello che fa Itamar Ben-Gvir, come l’intera postura dell’attuale governo israeliano, mi fa orrore. Non per un vezzo morale da salotto buono, ma perché è una politica che calpesta diritti, esaspera il conflitto e pretende pure di chiamarsi sicurezza mentre somiglia sempre più a un nazionalismo cieco, muscolare e tossico. Detto questo, se vogliamo capire davvero dove sta andando il Medio Oriente, dobbiamo fare quello sforzo che molti si rifiutano perfino di nominare: separare ciò che vorremmo vedere da ciò che, molto più banalmente, sta accadendo. Altrimenti restiamo prigionieri della solita indignazione da social, quella che si consuma in otto secondi e si evapora alla velocità di un hashtag.

Perché mentre in Europa ci scandalizziamo, giustamente, davanti al linguaggio di Ben-Gvir e ci chiediamo se Israele stia smarrendo il suo volto occidentale, il resto della regione sta giocando un’altra partita. E non è una partita sentimentale. È brutale, concreta, interessata. Israele, piaccia o no, ha sempre avuto due anime: una che rassicura l’Occidente, fatta di costituzionalismo evocato a intermittenza, immaginario novecentesco e lessico democratico; l’altra, più antica e più dura, hobbesiana fino al midollo, fondata su deterrenza, intelligence, forza e sopravvivenza. E indovinate un po’ quale delle due osservano con maggiore attenzione le monarchie sunnite? Esatto. Non quella che fa felici i commentatori europei.

A Riyad, Abu Dhabi o Il Cairo non interessa più di tanto se una dichiarazione incendiaria scandalizza Bruxelles o Roma. Nel loro lessico, quel linguaggio del dominio simbolico, del controllo psicologico e della dimostrazione di forza non è una stravaganza patologica. È grammatica del potere. In una regione dove la debolezza percepita equivale quasi sempre alla debolezza reale, e quindi al suicidio politico, il problema non è quanto una frase sia elegante. Il problema è se dietro c’è capacità di imporre la propria volontà. E mentre l’Europa si esercita nel suo sport preferito — produrre risoluzioni morali e indignarsi con un tono da catechismo laico — Arabia Saudita, Emirati, Marocco ed Egitto firmano contratti miliardari con Israele su cybersecurity, difesa missilistica, gas, intelligenza artificiale e gestione dell’acqua. La morale resta ai convegni. Gli affari, come sempre, prendono il volo.

Il punto è che il Medio Oriente contemporaneo non si sta riorganizzando attorno ai diritti umani, che pure restano fondamentali sul piano etico e politico, ma attorno alla stabilità, alla sicurezza energetica, all’eradicazione del terrorismo e al contenimento dell’Iran. Che è molto meno rassicurante da scrivere, ma infinitamente più utile da capire. Israele, in questo quadro, sta smettendo di essere “un pezzo d’Europa” proprio mentre diventa il baricentro tecnologico e militare di un nuovo ordine mediorientale post-ideologico. Post-ideologico, sì. Non post-spietato. Non post-interesse. Non post-cinismo. Solo post-favole.

E allora la domanda vera è questa: possiamo continuare a criticare, anzi a denunciare, la deriva etica di questo governo? Sì, dobbiamo. Possiamo accettare che un leader come Ben-Gvir renda il quadro ancora più cupo, più aggressivo, più indecente? No, non dobbiamo. Ma possiamo anche permetterci il lusso dell’ingenuità, fingendo che quel disgusto basti a spiegare la realtà? Assolutamente no. Perché una parte significativa del mondo arabo guarda oggi a Tel Aviv con un pragmatismo strategico che non ha nulla di romantico e niente di edificante. Non c’è simpatia. C’è necessità. Non c’è conversione morale. C’è interesse. E nel teatro del Medio Oriente, dove tutti recitano la parte dell’offeso mentre si stringono la mano dietro le quinte, questa è forse la sola lingua davvero condivisa.

Il mondo sta cambiando, e le categorie morali dell’Occidente protetto fanno sempre più fatica a contenere ciò che vedono. Non perché siano inutili, ma perché sono insufficienti. Servono ancora, eccome, per giudicare, per criticare, per distinguere. Ma non bastano a descrivere il gioco. E il gioco, oggi, è questo: Israele si sposta sempre più lontano dall’immagine rassicurante che l’Europa avrebbe voluto conservare, mentre diventa sempre più centrale nella costruzione di un ordine regionale fondato sulla forza, sulla tecnologia e sulla paura dell’avversario comune. Possiamo dirlo con rabbia, con disgusto, persino con orrore. Ma non possiamo dirlo con sorpresa. Perché chi continua a leggere il Medio Oriente come un’aula universitaria è destinato a non capire niente. E il bello, si fa per dire, è che la regione se ne accorge ogni giorno con una lucidità che a noi continua a mancare.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: Dico la verità: quello che fa Itamar Ben-Gvir, così come la linea generale dell'attuale governo israeliano, a me fa orrore. È una politica che calpesta i diritti, esaspera il conflitto e si muove su binari di un nazionalismo cieco e intollerabile per chiunque creda nei valori democratici e liberali. Ma se vogliamo capire dove sta andando il mondo, dobbiamo fare uno sforzo e separare quello che vorremmo che fosse da quello che è. Altrimenti restiamo confinati nella solita indignazione da social che lascia il tempo che trova.

parte 1: Mentre noi in Europa continuiamo a scandalizzarci – giustamente, dal nostro punto di vista – e a chiederci se Israele stia smarrendo il suo volto occidentale, il resto del Medio Oriente sta facendo un'altra partita. Una partita brutalmente pragmatica. Israele ha due anime. Quella che piace a noi (socialdemocratica, costituzionale, novecentesca) e quella hobbesiana (fatta di deterrenza pura, intelligence, forza e logica di sopravvivenza). Ed è a questa seconda anima che le monarchie sunnite guardano oggi.

parte 2: A Riyad, ad Abu Dhabi o al Cairo non interessa se una provocazione di Ben-Gvir scandalizza Bruxelles o Roma. Per loro quel linguaggio – fatto di dominio simbolico, controllo psicologico e dimostrazione di forza assoluta – non è "barbarie irrazionale", ma grammatica del potere in una regione dove la debolezza percepita equivale alla debolezza reale, e dunque al suicidio. E mentre l'Europa produce risoluzioni morali e discute di boicottaggi al supermercato, Arabia Saudita, Emirati, Marocco ed Egitto firmano contratti miliardari con Israele su cybersecurity, difesa missilistica, gas, intelligenza artificiale e gestione dell'acqua.

parte 3: Il Medio Oriente contemporaneo non si sta riorganizzando attorno ai diritti umani, ma attorno alla stabilità, alla sicurezza energetica, all'eradicazione del terrorismo e al contenimento dell'Iran. Israele sta smettendo di essere "un pezzo d'Europa" proprio mentre diventa il baricentro tecnologico e militare di un nuovo ordine mediorientale post-ideologico.

parte 4: Possiamo (e dobbiamo) continuare a criticare la deriva etica di questo governo. Ma non possiamo essere così ingenui da non vedere che, dietro la propaganda, una parte significativa del mondo arabo guarda oggi a Tel Aviv con crescente pragmatismo strategico. Non per simpatia, ma per necessità. Il mondo sta cambiando, e le categorie morali dell'Occidente protetto non bastano più a spiegarlo.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo.

Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento