
Ogni volta che si torna a parlare di riforma della giustizia in Italia, sembra di assistere al solito copione: un tema cruciale per la modernizzazione del Paese diventa teatro di uno psicodramma nazionale. Grida d’allarme, complotti immaginari, retorica incendiaria e accuse reciproche che finiscono per seppellire ogni possibilità di dialogo serio. Eppure, il disegno di legge proposto dal governo, pur con tutti i suoi limiti, contiene alcune misure che avvicinerebbero l’Italia agli standard europei.
Cosa prevede la riforma?
Il cuore del disegno di legge è il separare le carriere tra magistratura giudicante e requirente, una misura che, se approvata, riorganizzerebbe in modo significativo il nostro sistema giudiziario. I magistrati non potrebbero più oscillare tra il ruolo di PM e quello di giudice, creando una maggiore chiarezza nei percorsi professionali e, si spera, garantendo una maggiore imparzialità.
La riforma tocca anche il sistema disciplinare, cercando di aumentare la responsabilità dei magistrati, e introduce una maggiore trasparenza nei criteri di valutazione. In teoria, tutto questo dovrebbe garantire un sistema più efficiente, meno politicizzato e più vicino alle esigenze dei cittadini.
Ma qui inizia il dramma. Ogni qualvolta questo tema emerge, ci troviamo sommersi in un mare di sospetti e polemiche, come se modernizzare un sistema che funziona a stento fosse un crimine contro l’identità nazionale.
Psicodramma all’italiana
Eppure, il modello della separazione delle carriere non è una diavoleria da laboratorio neoliberista, né un’invenzione da televendita americana. È una realtà in molti Paesi europei, come la Francia e la Germania, che pure non appartengono al mondo della common law, sempre così lontano dalla nostra tradizione giuridica. Lì, questa distinzione è un fatto acquisito, una garanzia di equilibrio tra accusa e difesa. E no, non ci sono cospirazioni in salsa hollywoodiana dietro questa scelta: semplicemente, si è capito che un sistema così organizzato funziona meglio.
In Italia, però, ogni tentativo di discutere seriamente la separazione delle carriere si trasforma in una battaglia campale. Da un lato, c’è chi grida al golpe giudiziario, dall’altro chi teme un’invasione di cavallette al soldo dei politici corrotti. Il risultato? L’Italia resta un Paese dove la giustizia è lenta, inefficiente e, spesso, politicizzata. Ma provate a dirlo, e vi ritroverete sommersi da accuse di voler distruggere la democrazia.
Le ombre del passato
Il problema, naturalmente, è culturale. Questa riforma porta con sé un retaggio ingombrante: fu proposta per la prima volta da Silvio Berlusconi, il che basta a far scattare campanelli d’allarme in una buona parte della classe dirigente e dell’opinione pubblica. Peggio ancora, la separazione delle carriere era anche uno degli obiettivi della P2 di Licio Gelli, e qui si entra direttamente nel territorio del mito e della maledizione.
L’ombra della P2 è un fardello pesante. È sufficiente menzionarla perché qualsiasi idea, anche la più sensata, venga marchiata come il progetto di una cabala oscura. Ma fermiamoci un attimo a riflettere: davvero crediamo che il fatto che un’idea sia stata toccata da Gelli la renda automaticamente cattiva? È come buttare un intero pranzo perché il cuoco aveva la reputazione di raccontare frottole. Forse, dovremmo avere un approccio meno emotivo e più razionale.
La lista della P2: modernizzazione o eresia?
Se prendiamo la celebre lista degli obiettivi della P2 e li leggiamo senza pregiudizi, scopriamo qualcosa di sorprendente. Molti di questi punti somigliano al programma di una qualsiasi destra liberale degli anni ’50 o ’60. Centralità dello Stato nelle decisioni economiche, un sistema giudiziario più efficiente, snellimento della burocrazia, liberalizzazioni: non sono forse obiettivi condivisibili per un’Italia che voleva modernizzarsi già negli anni ’80?
Il problema, forse, non era tanto il programma in sé, quanto il fatto che venisse portato avanti da un faccendiere di provincia come Gelli, che amava presentarsi come burattinaio del destino italiano. Era un’Italia che, se voleva cambiare, doveva farlo nei salotti oscuri, perché ogni tentativo alla luce del sole veniva stroncato sul nascere da resistenze culturali e politiche insormontabili. E qui si apre un’altra riflessione: forse la modernizzazione, in questo Paese, non è mai stata possibile senza un pizzico di autoritarismo dietro le quinte.
La riforma della giustizia, per quanto imperfetta, rappresenta un passo necessario per portare l’Italia fuori dalle sabbie mobili di un sistema antiquato. Ma finché ci lasceremo paralizzare da fantasmi e complotti, non faremo altro che alimentare lo psicodramma infinito che ci tiene ancorati al passato. Forse è arrivato il momento di smettere di vedere ombre ovunque e iniziare a discutere seriamente delle riforme di cui questo Paese ha disperatamente bisogno. Altrimenti, continueremo a farci male da soli, inseguendo i nostri incubi, mentre il resto del mondo va avanti.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: si ritorna a parlare di riforma della giustizia - spiega un attimo il disegno di legge e cosa prevede. Secondo te sarebbe una cosa positiva, e spiega perché.
Psicodramma: ogni volta che questo argomento viene toccato, comincia uno psicodramma nazionale. Eppure si tratta di una cosa già esistente in tante nazioni, e non parli di quelle anglosassoni, che sono sistemi common law difficilmente paragonabili al nostro, ma di altre (fai esempi).
Ombre: naturalmente il problema è culturale. Questo tipo di riforma fu proposta in tempi remoti da Berlusconi ed era presente pure nel programma della P2 di Licio Gelli, quindi, nonostante sarebbe una cosa positiva per il paese, è maledetta alla base.
P2: se prendiamo la celebre lista degli obiettivi della P2 (fai un elenco sommario dei più noti) e li proponiamo come programma politico, otteniamo niente altro che un programma vicino a quello di qualsiasi destra liberale degli anni '50 o '60, che avrebbe modernizzato (negli anni '80!) l'Italia. Forse Licio Gelli, faccendiere di provincia che millantava poteri, aveva capito una cosa: che l'Italia poteva sì essere modernizzata, ma da dietro le quinte, altrimenti i modernizzatori avrebbero incontrato troppe resistenze.
Articolo: intro, psicodramma, ombre, P2.
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