
Dopo aver parlato di quei due furbi e cinici imbroglioni insozza-ring chiamati Jake Paul e Andrew Tate, so bene che qualcuno si aspetta da me parole di fuoco pure per il nuovo match-delle-meraviglie Ronda Rousey vs Gina Carano patrocinato da Netflix. Anche qui, intendiamoci, le ombre surclassano le luci, ma non è la stessa cosa. Non posso liquidare questa faccenda con lo stesso disprezzo millimetrico che riservo ai fenomeni da baraccone dell’era TikTok. Qui c’è una spaccatura vera, netta, perfino istruttiva: da una parte i nostalgici, dall’altra i puristi. Due mondi che leggono lo stesso evento e ne ricavano due verità opposte, entrambe comprensibili, entrambe figlie di un disastro culturale già annunciato.
Da un lato, infatti, c’è chi ha visto in questo incontro una specie di omaggio tardivo ma doveroso alla storia delle arti marziali miste. E in fondo il ragionamento non è campato in aria. Ronda Rousey e Gina Carano non sono due comparse pescate a caso per fare casino sui social: sono state figure che, in momenti diversi, hanno contribuito a spalancare le porte del combattimento femminile a un pubblico che spesso lo guardava con sufficienza o con paternalismo. In questo senso, il match è stato letto da molti come una passerella d’onore, quasi una celebrazione finale di due donne che hanno lasciato un segno.
C’è poi l’aspetto umano, che in queste circostanze pesa più di quanto certi talebani del cronometro vorrebbero ammettere. L’abbraccio finale, il rispetto reciproco, la consapevolezza di trovarsi davanti a due ex protagoniste che non si sono presentate in gabbia per fare teatro da discount: tutto questo ha toccato corde sincere. Per una volta, niente trash-talking gonfiato, niente sceneggiate da reality, niente insultini da cortile travestiti da hype. Solo due corpi, due carriere, due donne che hanno scelto di tornare a misurarsi con il simbolo più brutale e più onesto dello sport da contatto. E in mezzo, uno sforzo personale che merita comunque considerazione: Gina Carano capace di rimettersi in gioco a 44 anni, dopo una trasformazione fisica impressionante; Ronda Rousey che ha potuto chiudere il cerchio alle sue condizioni, richiamando alla memoria il momento in cui il suo nome era sinonimo di dominio.
Dall’altro lato della barricata, però, la realtà è molto meno romantica. Per i critici, e per buona parte della stampa specializzata, questo incontro è stato un non-evento travestito da evento. Diciassette secondi non sono un match: sono una parentesi. Sono la durata di una scossa emotiva, non di una battaglia sportiva. E infatti il punto non è solo la brevità dell’incontro, ma il modo in cui quella brevità ha svuotato di senso tutta l’operazione. Chi si aspettava una vera resa dei conti, una prova atletica capace di giustificare il clamore, si è trovato davanti a un anticlimax quasi imbarazzante.
Il problema, per i puristi, non è solo il risultato. È il contesto. Anni di inattività, differenze di prontezza, tempi di reazione ormai lontani da quelli delle grandi stagioni: tutto contribuiva a rendere il divario troppo evidente già sulla carta. E allora l’idea del “grande ritorno” si sgonfia, perché il combattimento perde la sua sostanza e diventa una simulazione di prestigio. Ma l’accusa più pesante non riguarda neppure le due atlete. Riguarda il sistema che sta attorno all’operazione, cioè l’industria dell’intrattenimento che si è abituata a monetizzare la nostalgia come fosse una miniera inesauribile.
Netflix, in questa chiave, non starebbe celebrando lo sport: starebbe spremendo la reputazione residua di due nomi storici per venderci un ricordo ben confezionato. Un prodotto che funziona perché il pubblico conosce già le facce, conosce già la mitologia, conosce già la favola. È il classico trucco del marketing contemporaneo: invece di investire davvero sul presente, si prende un frammento del passato, lo si lucida, lo si impacchetta, lo si mette in vetrina e lo si spaccia per evento. Nel frattempo, fuori da quel salotto patinato, ci sono giovani combattenti che si allenano in silenzio, sputano sangue nelle palestre minori e si prendono le briciole del sistema per una borsa che spesso è offensiva. Ma loro non hanno un nome da riutilizzare. Non hanno un marchio. E quindi non interessano.
La mia posizione, da vecchio gatekeeper che guarda gli sport da combattimento come una questione seria e non come una sfilata di contenuti, sta nel mezzo solo in apparenza. Perché il rispetto per Carano e Rousey è sacro, e guai a confondere la critica al mercato con il dileggio delle atlete. Loro non sono il problema. Il problema è il contorno, il dispositivo, la macchina che trasforma un gesto sportivo in una clip da consumare al volo. Sono donne che, nel bene e nel male, appartengono alla nobiltà marziale. Non certo al circo dei venditori di hype.
Ma proprio per questo l’operazione fa male. Perché il suo valore simbolico è ambiguo. Da una parte c’è la dignità di due leggende che non si presentano come buffoni da esibizione. Dall’altra c’è il cortocircuito culturale di un’industria che non sa più distinguere tra memoria e sfruttamento, tra omaggio e cannibalizzazione. Il fatto che due ex campionesse debbano essere richiamate in scena per alimentare l’algoritmo di una piattaforma streaming è il segno di un’epoca che ha perso il senso della misura e pure quello del merito.
E allora sì, si può anche dire che non è molto diverso da ciò che accade nel cinema o nella musica. Anche lì il passato viene spremuto, ripulito, riattivato. I reboot, i remake, le reunion, le operazioni nostalgia: tutto nasce dalla stessa idea semplice e un po’ miserabile, cioè che il ricordo sia più monetizzabile del presente. Lo sport, per anni, ci faceva pensare di essere diverso. Perché i corpi invecchiano, i riflessi calano, il tempo non concede seconde vite vere. E invece no: il sistema ha trovato la formula perfetta. Prendere due vecchie glorie, metterle una contro l’altra, e vendere il tutto come “evento” a una platea già pronta a commuoversi per un’ombra del passato.
Poi, naturalmente, si può sempre fare di più. Un reality mentre si allenano. Un documentario lacrimoso. Una rivalità ricostruita a tavolino. Magari un sequel con qualche nuova faccia da lanciare sul mercato, in stile Creed, dove il passato serve da trampolino e il presente da confezione. Perché questa è la verità: non stiamo assistendo alla celebrazione dello sport, ma alla sua industrializzazione nostalgica.
E la cosa più triste, alla fine, è che funziona. Funziona perché il pubblico ama farsi cullare dal déjà vu. Funziona perché la memoria costa meno del talento. Funziona perché il sistema ha capito che vendere il passato è spesso più facile che costruire il futuro. E quando succede questo, non è solo lo sport a perdere. Perde anche il nostro giudizio. Perché ci abituiamo a chiamare “emozione” quello che, spesso, è soltanto un’operazione commerciale con una buona colonna sonora.
(Giovanni Sarpi)
Prompt:
intro: Dopo aver parlato di quei due furbi e cinici imbroglioni insozza-ring chiamati Jake Paul e Andrew Tate, so bene che qualcuno si aspetta da me parole di fuoco pure per il nuovo match-delle-meraviglie Ronda Rousey vs Gina Carano patrocinato da Netflix. Anche qui, intendiamoci, le ombre surclassano le luci, ma non è la stessa cosa. Non posso liquidare questa faccenda con lo stesso disprezzo millimetrico che riservo ai fenomeni da baraccone dell'era TikTok. Qui c'è una netta spaccatura nel sentimento comune, una spaccatura che divide i nostalgici inguaribili dai puristi della domenica, offrendo due visioni speculari ma ugualmente legittime di un disastro culturale annunziato.
parte 1: Da un lato, i sostenitori dell'operazione hanno voluto vedere in questo match una doverosa celebrazione della storia delle arti marziali miste. Per una fetta di appassionati si è trattato di una meritata passerella d'onore per due pioniere assolute, donne che hanno aperto le porte dell'ottagono al mondo femminile quando lo sport era ancora un feudo di pregiudizi machisti. A commuovere l’audience è stato l'aspetto umano: il rispetto reciproco e l’abbraccio finale hanno ricordato i valori più nobili delle discipline marziali, l'esatto opposto del trash-talking tossico a cui ci hanno abituato i match tra influencer. Molti hanno persino esaltato lo straordinario sforzo personale di Gina Carano, capace di rimettersi in gioco perdendo oltre venti chili a 44 anni per onorare la gabbia, o il riscatto di Ronda Rousey, che ha potuto chiudere la carriera alle sue condizioni con la sua iconica sottomissione.
parte 2: Dall'altro lato della barricata, i critici e la stampa specializzata hanno evidenziato la realtà cruda: dal punto di vista prettamente sportivo, l'incontro è stato un totale non-evento. Diciassette secondi di brivido sono un insulto a chi si aspettava una vera battaglia atletica, un anticlimax fulmineo che ha lasciato l'amaro in bocca. Gli analisti più severi hanno sottolineato la spietata disparità di partenza legata ai lunghi anni di inattività, che ha reso il divario di riflessi fin troppo evidente ed imbarazzante all'interno della gabbia. L'accusa principale dei puristi è però rivolta al sistema che orbita attorno a Netflix: l'evento viene descritto come un'operazione nostalgica calcolata a tavolino per spremere la reputazione di due vecchie glorie e vendere al pubblico un ricordo d'infanzia confortevole, drenando attenzione e risorse economiche che meriterebbero invece i giovani atleti emergenti che oggi sputano sangue nelle federazioni minori per una borsa misera.
parte 3: La mia prospettiva personale, da vecchio "gatekeeper" che vive la boxe e la kickboxing come palestre di vita dove ogni mossa ha una conseguenza reale, si inserisce in questo scenario con una lucida e profonda amarezza. Non posso che provare un rispetto sacro per il sudore e la dignità passata di Carano e Rousey: loro sono nobiltà marziale, non volgari cacciatrici di clic. Tuttavia, il mio sguardo disilluso non può ignorare il cortocircuito culturale di questa messinscena. Il fatto che due leggende debbano prestarsi a un revival di 17 secondi per saziare l'algoritmo di una piattaforma streaming è il segno definitivo del KO subito dal nostro senso critico. La mia critica non colpisce le atlete, ma un pubblico anestetizzato che preferisce consumare una pillola di nostalgia standardizzata in formato clip piuttosto che premiare il merito e il sacrificio dei giovani combattenti reali. È la vittoria definitiva dell'era dei social media sullo sport autentico. E, credetemi, peggiorerà.
parte 4: nostalgia da spremere. Non mi sembra molto diverso da quello che fa il cinema o la musica. Pensavamo che lo sport fosse migliore perché i corpi invecchiano e oltre un certo livello non si può più competere. Ma ecco la soluzione: una vecchia gloria contro l'altra. Poi magari un reality show mentre allenano qualcuno, stile Creed.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Giovanni Sarpi,scrivi un Articolo; usa un tono brillante
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.