
Se analizzate i dati di un sito web, prima o poi vi imbatterete in un piccolo spettacolo dell’assurdo: la Teoria dell’Internet Morto. E no, non è solo una suggestione da paranoici del digitale. È una fotografia sempre più credibile di ciò che il web è diventato: una massa enorme di traffico artificiale, bot, scraper, siti fantasma e automi lasciati andare avanti per inerzia, come vecchie fabbriche con le macchine ancora accese dentro capannoni vuoti. La maggior parte dei link che puntano a un blog non arriva da lettori in carne e ossa. Arriva da una fauna invisibile che nessuno vede, nessuno ferma, nessuno spegne. Il web, in molti suoi angoli, non è vivo. È inanimato ma operativo. Peggio: è inanimato e produttivo.
È un cimitero di elefanti digitali. Script ciechi che scansionano la rete, intercettano feed RSS, copiano testi, li riversano dentro contenitori senza volto e poi ripartono. Non c’è una coscienza, non c’è un progetto culturale, non c’è neppure un vero obiettivo economico in senso classico. C’è solo la ripetizione meccanica del gesto, l’eco di una funzione rimasta in piedi dopo che il suo scopo è evaporato. Le macchine leggono altre macchine per alimentare database che serviranno ad altre macchine ancora. È il trionfo della comunicazione senza destinatario. Una filiera perfetta del nulla.
Il paragone con la fantascienza viene quasi da sé. John Sladek, nel suo Il sistema riproduttivo, immaginava computer militari che iniziano a replicarsi all’infinito per una pura inerzia meccanica, consumando risorse perché così dice il codice, non perché esista un senso. E per chi preferisce le icone pop del presente, basta pensare allo sciame robotico di Horizon: Zero Dawn: una macchina che divora tutto ciò che incontra, non per odio, non per ambizione, ma perché è stata costruita per farlo. Il bello — o il tragico, dipende dal vostro umore — è che il web reale si sta avvicinando più alla satira di Sladek che a qualsiasi promessa luminosa dei pionieri di Internet.
Per capire come ci siamo arrivati bisogna fare un salto indietro. Nei primi anni Duemila, nell’età dell’oro del PageRank di Google, la SEO era una guerra tra umani veri. Smanettoni, marketer improvvisati, piccoli truffatori eleganti e ingegneri del link costruivano reti di blog, directory, pagine satelliti e contenuti farlocchi per ingannare l’algoritmo. Era una truffa, certo. Ma era una truffa artigianale, umana, quasi romantica nella sua rozzezza. C’erano mani, intelligenza, furbizia, persino una certa inventiva criminale. Poi il gioco è cambiato. Google ha imparato. I trucchi di ieri hanno perso efficacia. Gli umani si sono stancati, sono andati altrove, hanno lasciato dietro di sé gli script accesi, come soldati che abbandonano una trincea e dimenticano il grilletto premuto. E quegli script continuano a sparare nel vuoto.
Il risultato è una guerra fantasma. Non si combatte più contro un algoritmo ingenuo, ma contro un nemico che ha già cambiato pelle. Gli automi, però, non se ne sono accorti. Continuano a copiare, rilanciare, ripubblicare, rilinkare. Muovono traffico, gonfiano statistiche, simulano attenzione. In realtà stanno solo girando a vuoto, come ruote che slittano nel fango. È il tipo di attività che piace alle dashboard e ai report, ma non alla realtà. La realtà, quella vera, non si impressiona per i numeri quando dietro quei numeri non c’è nessuno.
Ed è qui che il quadro diventa quasi comico, se non fosse energeticamente osceno. Questo immenso teatro dei fantasmi consuma. Consuma elettricità, raffreddamento, infrastrutture, banda, manutenzione. Centrali che bruciano combustibile, data center che vomitano calore, cavi sottomarini che spingono pacchetti di dati da un continente all’altro per permettere a uno script di rubare un articolo che nessuno leggerà mai e depositarlo in un database che nessuno aprirà mai. Stiamo letteralmente surriscaldando il pianeta per dare un tetto a dei senzatetto digitali fatti di codice orfano. È la burocrazia termodinamica elevata a sistema: bruciare energia reale per produrre il nulla più assoluto, e farlo con efficienza industriale.
E nel frattempo i contenuti veri diventano biomassa. I nostri articoli, le nostre analisi, le nostre parole finiscono nel pascolo di queste mandrie di algoritmi senza stomaco e senza cervello. Lo sciame non capisce il pensiero, non distingue una tesi da una caricatura, non conosce il peso di una frase ben costruita. Però si nutre. Divora pixel, stringhe, titoli, estratti, metadati. Ha bisogno di alimentarsi per giustificare la propria esistenza sui server di mezzo mondo. Non esiste per leggere. Esiste per copiare. Non vive di senso. Vive di replica.
A questo punto l’apocalisse cibernetica non assomiglia più ai Terminator o alle grandi guerre tra uomo e macchina. È molto più banale, e proprio per questo molto più inquietante. Non arriva con i droni armati né con le intelligenze ribelli. Arriva con la piccola burocrazia di stringhe pigre che continuano a ballare da sole nella periferia deserta del web. Un’umanità di secondo ordine, o forse di nessun ordine, che abita i margini del sistema e ne consuma le risorse senza aggiungere un grammo di senso.
La parte più divertente, naturalmente, è che mentre scrivete un post per denunciarli, lo scraper di turno lo sta già copiando in automatico su un sito stock di Singapore, di Dallas o di chissà quale altro centro di smistamento del nulla. È una satira perfetta, quasi elegante nella sua stupidità cosmica. L’algoritmo copia l’analisi sull’algoritmo che copia l’analisi dell’algoritmo. Un loop perfetto, una danza sterile, un eterno ritorno del contenuto senza lettori. Buon appetito, ferro vecchio.
Se questo è il futuro del web, allora non abbiamo costruito una civiltà digitale. Abbiamo solo lasciato aperta la porta di un deposito di macchine che continuano a lavorare da sole, per abitudine, per inerzia, per un riflesso ormai scollegato da qualsiasi scopo. E il risultato è questo: una rete enorme, costosa, rumorosa, apparentemente viva. Ma sotto la superficie, sempre più spesso, non c’è nessuno.
(Giovanni Sarpi)
Prompt:
intro: Se analizzate i dati di un sito web, farete un incontro ravvicinato con la Teoria dell'Internet Morto. La stragrande maggioranza dei link che puntano a un blog non arriva da lettori umani, ma da una rete invisibile di siti fantasma, scheletri in stock e automi programmati anni fa che nessuno si è mai preso la briga di spegnere.
parte 1: È una specie di cimitero di elefanti digitali. Script ciechi che scansionano la rete, intercettano i feed RSS puliti e copiano i testi per incollarli dentro contenitori vuoti. Non c'è una coscienza, non c'è un fine commerciale reale, non c'è un pubblico. Sono solo macchine che leggono altre macchine per fare felici i database di altre macchine ancora.
parte 2: Il fenomeno ricorda da vicino la fantascienza satirica di John Sladek ne "Il sistema riproduttivo", dove computer militari iniziano a replicarsi all'infinito per pura inerzia meccanica, consumando risorse solo perché il codice dice di farlo. Oppure, per i più giovani, lo sciame robotico di Horizon: Zero Dawn, che fagocita la biomassa del pianeta per alimentare i propri motori. C'è stato un tempo in cui tutto questo aveva un senso. Nei primi anni Duemila, nell'età dell'oro del PageRank di Google, la SEO era una guerra tra pionieri in carne e ossa: gli smanettoni creavano manualmente reti di blog per "imboccare" l'algoritmo con migliaia di link e scalare le classifiche. Era un'astuta, primordiale truffa umana. Ma quel web è morto. Google ha smesso di cascarci da un pezzo e quegli umani se ne sono andati, lasciando i loro script accesi a combattere una guerra fantasma contro un nemico che ha già cambiato le regole del gioco.
parte 3: questo immenso teatro dei fantasmi consuma. Centrali elettriche bruciano combustibile, server scaldano l'aria nei data center e cavi sottomarini sparano gigabyte di dati da una parte all'altra del globo solo per permettere a uno script di copiare un articolo che nessuno leggerà mai, immettendolo in un database che nessuno consulterà mai. Stiamo letteralmente surriscaldando il pianeta per dare un tetto a dei senzatetto digitali fatti di codice orfano. È il trionfo della burocrazia termodinamica: bruciare energia reale per produrre il nulla cosmico.
parte 4: In questo esatto momento, i nostri articoli sono diventati biomassa fresca per il pascolo di queste mandrie di algoritmi. Lo sciame non capisce il pensiero, non ha opinioni, ma ha bisogno di nutrirsi di pixel per giustificare la propria esistenza sui server di mezza Asia.
parte 5: L'apocalisse cibernetica non è arrivata con i Terminator, ma con una burocrazia di stringhe di codice pigre che ballano da sole nella periferia deserta del web. E la cosa più esilarante è che mentre scrivo questo post per denunciarli, lo scraper di turno lo sta già copiando in automatico su un sito stock di Singapore. Buon appetito, ferro vecchio.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Giovanni Sarpi, scrivi un Articolo; usa un tono brillante
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