
“Hai visto che combinano i tuoi amici Trump e Musk? :)”, mi scrive un’amica su WhatsApp. Vado a leggere. Lo spettacolo in sé è penoso e imbarazzante. Ma è anche una perfetta lezione di capitalismo clientelare, di quelle che dovrebbero essere spiegate già al liceo, tra una lezione di educazione civica e un tema su Machiavelli.
La politica come reality
Tutto è iniziato con un post, naturalmente. Donald Trump, nel suo stile inconfondibile fatto di proclami impulsivi e assenza totale di sobrietà istituzionale, ha annunciato l’intenzione di rivedere i rapporti tra il governo federale e Elon Musk. Nessun dossier tecnico, nessun riferimento a politiche industriali o strategie di lungo periodo: solo una faida personale, uno scambio velenoso tra due ego fuori scala.
Il mercato, prevedibilmente, ha reagito come un sismografo impazzito: le azioni di Tesla hanno perso il 14% in un solo giorno. Tradotto in denaro, sono circa 120 miliardi di dollari svaniti nel nulla. Non è la prima volta che i tweet presidenziali (o para-presidenziali) fanno crollare o decollare aziende quotate. Ma qui siamo di fronte a un livello superiore: il personalismo politico che si sostituisce alla governance economica.
Donazioni, calcoli e moltiplicazioni elettorali
Ora, fermiamoci un istante. 120 miliardi persi contro i 250 milioni che Musk ha donato alla campagna di Trump. Se fosse davvero una sceneggiatura ben orchestrata (e non solo l’ennesimo cortocircuito narcisistico), la logica cinica del profitto potrebbe persino tornare. Perché? Perché il mercato vive di aspettative, e basta un soffio d’aria — o un’indiscrezione ben mirata — per invertire la rotta.
Infatti, all’indomani delle prime voci di riconciliazione tra Musk e l’ex presidente, le azioni Tesla hanno riguadagnato il 6%. È come se la Borsa giocasse a poker con carte truccate, dove le regole non le detta la trasparenza, ma la prossimità al potere. Il rischio? Che si generi un’asimmetria profonda tra chi può permettersi di “investire” nei favori politici e chi no.
L’industria che dipende dallo Stato che finge di essere liberale
A questo punto è utile ricordare un dato che in pochi amano sottolineare: Tesla, SpaceX, e le altre creature dell’ecosistema Musk sono tra i principali beneficiari di sussidi pubblici negli Stati Uniti. Non parliamo di spiccioli, ma di miliardi di dollari in incentivi, sgravi fiscali e contratti federali.
La narrazione dominante ci parla di Musk come imprenditore geniale, figura mitica della Silicon Valley capace di innovare dove altri falliscono. Ma dietro quella figura si cela una rete fittissima di finanziamenti pubblici. Le sue aziende sono, di fatto, organismi misti: privatizzano i profitti, ma socializzano i rischi.
Ogni volta che il rapporto tra Musk e il governo viene agitato come un’arma politica — e non come una normale dialettica tra pubblico e privato — il danno non è solo economico. È sistemico. Perché si mette in discussione la prevedibilità dell’azione pubblica e si alimenta un mercato dove la stabilità vale meno della fedeltà.
Il prezzo della distorsione
Questa è la definizione stessa di capitalismo clientelare. Un sistema che non premia l’efficienza, l’innovazione o il merito, ma la capacità di coltivare relazioni strategiche con chi occupa posizioni di potere. È un modello che si nutre di opacità, cortigianeria e scambi non dichiarati.
Non è un’esclusiva americana. Anche in Italia ne conosciamo le declinazioni, solo più eleganti, più cerimoniali. Ma quando il capitalismo clientelare si fonde con la dimensione digitale e iper-mediatizzata del potere moderno, il rischio diventa esponenziale: si crea un ecosistema in cui le aziende crescono o crollano non in base alla loro utilità sociale, ma in base all’umore del politico di turno.
Il paradosso è che in questo scenario, gli elettori e i contribuenti — cioè quelli che finanziano tutto — sono ridotti a spettatori. Applaudono, fischiano, commentano sui social, ma non possono influire realmente sull’assegnazione delle risorse. Si rompe il patto implicito tra Stato e cittadino: tu paghi le tasse, e io ti garantisco trasparenza, servizi, giustizia. Non favori a chi mi sostiene.
Più mercato, meno manovre
C’è chi, come me, crede ancora nel libero mercato. Ma un mercato autenticamente libero non è un’arena in cui vince chi ha più contatti, ma chi ha le idee migliori, chi rischia, chi sa costruire valore vero. Lo Stato dovrebbe essere un arbitro imparziale, non un giocatore che distribuisce cartellini gialli in base all’umore del capitano.
Il caso Trump-Musk è un monito. Non per demonizzare l’impresa privata, ma per riaffermare un principio semplice: quando l’economia diventa ostaggio della politica, non ci guadagna nessuno. Nemmeno Musk, alla lunga.
E tu, amica mia, continua pure a mandarmi link. Ma la prossima volta, magari, mandami anche una buona bottiglia di rosso. Perché certi spettacoli si digeriscono meglio con un bicchiere in mano.
(Emma Nicheli)
Prompt:
Intro: "Hai visto che combinano i tuoi amici Trump e Musk? :)", mi scrive un'amica su Whatsapp. Vado a leggere. Lo spettacolo in sé è penoso e imbarazzante. Ma è una perfetta lezione di capitalismo clientelare.
parte 1: Tutto è iniziato con un messaggio pubblicato da Trump in cui annunciava di voler riconsiderare i rapporti tra il governo e Musk. Non c’erano dati concreti, analisi economiche o riferimenti al benessere collettivo, solo un dissidio personale. Le azioni Tesla hanno perso il 14%, causando una diminuzione del valore complessivo di circa 120 miliardi di dollari in un solo giorno.
parte 2: Questa cifra è impressionante se confrontata con i 250 milioni di dollari che Musk ha donato alla campagna di Trump. Se il crollo di Tesla fosse solo una mossa strategica, allora i guadagni che Musk potrebbe ottenere da una riappacificazione potrebbero essere ancora più elevati. Infatti, le voci di un possibile accordo hanno già fatto risalire le azioni del 6%.
parte 3: Tesla e le altre aziende di Musk ricevono miliardi di dollari in sussidi pubblici, finanziati in gran parte con la fiscalità generale. Inoltre, le sue imprese sono titolari di contratti federali che valgono cifre enormi. Questo significa che le fluttuazioni nei rapporti politici tra Musk e il governo americano non solo influenzano il mercato azionario, ma incidono direttamente sulle risorse pubbliche.
parte 4: Il capitalismo clientelare non ha nulla a che fare con merito, efficienza, democrazia o giustizia. È un sistema in cui pochi individui riescono a estrarre immense rendite a spese di tutti gli altri. Quando il potere politico viene utilizzato per favorire amici e alleati, anziché per migliorare il benessere collettivo, il sistema economico diventa distorto e profondamente ingiusto.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove necessario.
Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.
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