Appunti di Capitalismo Clientelare

“Hai visto che combinano i tuoi amici Trump e Musk? :)”

Il messaggio mi è arrivato su WhatsApp da un’amica, con quella faccina finale che in genere significa: preparati, perché quello che stai per leggere è talmente assurdo che non so se ridere o preoccuparmi. Ho aperto le notizie e, in effetti, le due cose non si escludevano affatto. Lo spettacolo era penoso. Due uomini abituati a occupare il centro della scena mondiale che, invece di affidarsi a comunicati ufficiali, consiglieri, negoziatori o almeno a un minimo di autocontrollo, si sono messi a litigare pubblicamente sui social, trasformando un rapporto istituzionale in una specie di separazione coniugale consumata davanti ai vicini di casa. Ma al di là del lato grottesco della vicenda, quello che mi ha colpito è stato altro. Perché la rissa Trump-Musk è una piccola, quasi perfetta dimostrazione pratica di che cosa significhi capitalismo clientelare. E soprattutto di quanto sia lontano dalla caricatura che spesso ne facciamo. Il capitalismo clientelare non è semplicemente “lo Stato che aiuta le imprese”. Sarebbe una definizione talmente larga da comprendere buona parte delle economie occidentali moderne. Lo Stato finanzia ricerca, infrastrutture, innovazione, difesa, transizione energetica. È perfettamente legittimo, e talvolta indispensabile, che lo faccia. Il problema nasce quando l’accesso a quelle risorse dipende dalla prossimità personale al potere, dalla capacità di costruire rapporti privilegiati con chi decide, oppure dal fatto che un imprenditore sia diventato così potente da poter trattare direttamente con il governo quasi da pari a pari. Ed è precisamente questo l’aspetto interessante della vicenda.

Tutto comincia con un rapporto personale. Trump e Musk, fino a pochi giorni prima, erano alleati strettissimi. Musk aveva sostenuto finanziariamente la campagna di Trump con una cifra superiore ai 250 milioni di dollari e, dopo la vittoria elettorale, era entrato direttamente nell’orbita della nuova amministrazione attraverso il progetto DOGE. Poi qualcosa si rompe. Trump dichiara che il rapporto con Musk potrebbe essere finito e arriva persino a minacciare di interrompere i contratti e i sussidi pubblici destinati alle sue aziende. Musk reagisce attaccando apertamente il presidente. Nel giro di poche ore, quella che sembrava una collaborazione fra due uomini potentissimi diventa una guerra personale combattuta davanti a milioni di spettatori. E Wall Street ascolta. Tesla perde circa il 14% in una sola seduta. A seconda del momento preso come riferimento, la capitalizzazione bruciata supera i 150 miliardi di dollari. Fermiamoci un istante. Non stiamo parlando di una nuova tecnologia che non funziona, di un bilancio truccato, di un’improvvisa recessione mondiale o della scoperta di un difetto strutturale nelle automobili Tesla. Stiamo parlando, almeno in parte, di una lite fra il presidente degli Stati Uniti e il principale azionista e amministratore della società.

Naturalmente il mercato non è così ingenuo da reagire soltanto al litigio in sé. Gli investitori stavano valutando qualcosa di molto concreto: che cosa sarebbe successo alle attività di Musk se il suo rapporto privilegiato con l’amministrazione fosse venuto meno? La questione riguardava contratti federali, autorizzazioni, regolamentazione e soprattutto le prospettive delle sue aziende nei settori maggiormente dipendenti dalle decisioni pubbliche. E infatti, quando il tono fra i due ha cominciato a raffreddarsi, Tesla ha recuperato rapidamente una parte delle perdite, arrivando a guadagnare oltre il 5% nelle contrattazioni del giorno successivo. È un dettaglio straordinariamente istruttivo. Perché significa che una parte del valore attribuito dal mercato all’impero Musk era legata anche alla sua relazione con il potere. Non possiamo quantificare con precisione quanto valesse quella relazione, e sarebbe scorretto fingere di poterlo fare. Ma possiamo osservare il comportamento degli investitori: quando il rapporto con Washington sembrava solido, il rischio appariva minore; quando si è incrinato, il rischio è stato immediatamente prezzato. E questo dovrebbe far riflettere anche chi considera ogni critica alle grandi imprese una forma di invidia sociale.

Io sono liberale. Proprio per questo non mi piace il capitalismo clientelare. Il mercato funziona quando un’impresa compete per conquistare clienti, sviluppare prodotti migliori, ridurre i costi, innovare e assumersi il rischio delle proprie decisioni. Se invece una parte significativa del vantaggio competitivo deriva dalla capacità di ottenere contratti pubblici, incentivi, protezioni regolatorie o condizioni favorevoli grazie alla propria influenza, abbiamo cambiato gioco. Non siamo più nel territorio della concorrenza pura. Siamo nel territorio della rendita. E Musk è un caso particolarmente interessante proprio perché rappresenta, contemporaneamente, due facce apparentemente opposte della questione. Da una parte abbiamo l’imprenditore visionario che ha costruito aziende tecnologicamente rilevanti e ha affrontato rischi enormi. Dall’altra abbiamo imprese che hanno beneficiato in misura considerevole del sostegno pubblico.

Un’analisi del Washington Post pubblicata nel 2025 ha stimato in almeno 38 miliardi di dollari il valore complessivo di contratti, prestiti, sussidi e crediti d’imposta ricevuti nel tempo dalle aziende di Musk. SpaceX, in particolare, è diventata un fornitore fondamentale del governo americano. Secondo dati federali analizzati da ABC News, Tesla e SpaceX hanno ottenuto almeno 18 miliardi di dollari in contratti federali nell’ultimo decennio, con SpaceX largamente dominante. E sia chiaro: non c’è nulla di scandaloso nel fatto che SpaceX venda servizi alla NASA o al Dipartimento della Difesa. Se un’azienda privata realizza un servizio migliore e lo Stato lo acquista attraverso procedure corrette, questa è semplicemente economia di mercato. La questione diventa molto diversa quando il principale beneficiario di quei contratti entra contemporaneamente nell’amministrazione, contribuisce massicciamente alla campagna del presidente e partecipa alle decisioni sulla spesa pubblica. A quel punto il problema non è più Musk. Il problema è il sistema. Perché proviamo a immaginare la scena al contrario. Un piccolo imprenditore di provincia dona una somma enorme alla campagna del presidente, diventa suo consigliere, partecipa alle riunioni governative e, contemporaneamente, le sue aziende hanno miliardi di dollari di rapporti economici con lo Stato. Sono abbastanza certa che nessuno parlerebbe di meritocrazia.

Il punto fondamentale è proprio questo: il capitalismo clientelare può essere estremamente efficiente nel produrre ricchezza per alcuni. Non è necessariamente un sistema popolato da incapaci. Anzi, spesso le persone che lo abitano sono intelligentissime, ambiziose e straordinariamente capaci. È questo che lo rende pericoloso. Perché la rendita può convivere perfettamente con l’eccellenza imprenditoriale. Un’azienda può essere innovativa e contemporaneamente beneficiare di rapporti privilegiati con lo Stato. Un imprenditore può essere geniale e contemporaneamente cercare vantaggi regolamentari. Una società può produrre tecnologia straordinaria e contemporaneamente essere molto abile nell’intercettare denaro pubblico. Le due cose non si escludono. Il problema è capire dove finisca il merito e dove cominci il privilegio. E questa domanda vale molto più della singola vicenda Musk. Vale per gli Stati Uniti, ma vale anche per noi. Anzi, per noi dovrebbe essere quasi dolorosamente familiare. Per decenni abbiamo costruito un’economia nella quale intere categorie professionali hanno difeso con successo posizioni protette, concessioni, licenze, barriere all’ingresso e privilegi regolamentari. Abbiamo spesso chiamato tutto questo “tutela del tessuto produttivo”, quando talvolta era semplicemente tutela di chi era già dentro. Poi ci stupiamo se la produttività cresce poco.

La concorrenza non è cattiva perché costringe qualcuno a cambiare. È precisamente questo il suo compito. Il problema è che quando una persona o un’impresa acquisisce abbastanza potere da poter influenzare le regole alle quali dovrebbe essere sottoposta, il mercato smette progressivamente di essere un arbitro e diventa una fonte di rendita. Ed è qui che la vicenda Trump-Musk assume una dimensione quasi didattica. Per qualche mese abbiamo visto il più ricco uomo del mondo seduto accanto al presidente degli Stati Uniti, impegnato a ridurre la spesa pubblica mentre le sue aziende avevano rapporti miliardari con lo stesso governo. Poi abbiamo visto i due uomini litigare e il mercato reagire immediatamente alla possibilità che quella relazione producesse conseguenze economiche. Una scenetta da social network, apparentemente. In realtà, una lezione di economia politica. E c’è un’ultima ironia che trovo irresistibile. Musk è diventato uno dei simboli mondiali dell’imprenditore che avrebbe costruito tutto da solo, sfidando lo Stato e la burocrazia. Trump, dal canto suo, ama presentarsi come l’uomo che combatte l’establishment e difende il contribuente. Eppure, quando i due hanno litigato, una delle prime cose finite sul tavolo sono state proprio le risorse e i contratti del governo. Il che ci ricorda una verità piuttosto semplice: nessuna grande impresa moderna vive completamente separata dallo Stato. La domanda seria non è se debba esistere una relazione fra impresa e istituzioni. Deve esistere. La domanda è come. Se lo Stato finanzia ricerca e innovazione perché ritiene che producano un beneficio collettivo, siamo davanti a una scelta di politica economica discutibile magari, ma legittima. Se assegna una commessa a chi offre il miglior servizio, siamo davanti a un normale rapporto commerciale. Se invece il rapporto personale con chi governa diventa una componente del valore economico di un’impresa, allora abbiamo un problema. Perché a quel punto il rischio non viene più assunto soltanto dall’imprenditore. Lo condividiamo tutti. E la cosa davvero poco liberale è proprio questa: privatizzare i guadagni e socializzare il rischio, salvo poi chiamarlo capitalismo.

(Emma Nicheli)

Prompt:

Intro: "Hai visto che combinano i tuoi amici Trump e Musk? :)", mi scrive un'amica su Whatsapp. Vado a leggere. Lo spettacolo in sé è penoso e imbarazzante. Ma è una perfetta lezione di capitalismo clientelare.

parte 1: Tutto è iniziato con un messaggio pubblicato da Trump in cui annunciava di voler riconsiderare i rapporti tra il governo e Musk. Non c’erano dati concreti, analisi economiche o riferimenti al benessere collettivo, solo un dissidio personale. Le azioni Tesla hanno perso il 14%, causando una diminuzione del valore complessivo di circa 120 miliardi di dollari in un solo giorno.

parte 2: Questa cifra è impressionante se confrontata con i 250 milioni di dollari che Musk ha donato alla campagna di Trump. Se il crollo di Tesla fosse solo una mossa strategica, allora i guadagni che Musk potrebbe ottenere da una riappacificazione potrebbero essere ancora più elevati. Infatti, le voci di un possibile accordo hanno già fatto risalire le azioni del 6%.

parte 3: Tesla e le altre aziende di Musk ricevono miliardi di dollari in sussidi pubblici, finanziati in gran parte con la fiscalità generale. Inoltre, le sue imprese sono titolari di contratti federali che valgono cifre enormi. Questo significa che le fluttuazioni nei rapporti politici tra Musk e il governo americano non solo influenzano il mercato azionario, ma incidono direttamente sulle risorse pubbliche.

parte 4: Il capitalismo clientelare non ha nulla a che fare con merito, efficienza, democrazia o giustizia. È un sistema in cui pochi individui riescono a estrarre immense rendite a spese di tutti gli altri. Quando il potere politico viene utilizzato per favorire amici e alleati, anziché per migliorare il benessere collettivo, il sistema economico diventa distorto e profondamente ingiusto.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia.

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