
Gaza Cola è stata lanciata come simbolo della resistenza palestinese, un’icona frizzante di autodeterminazione imbottigliata. «Una bevanda al 100% palestinese», dice il fondatore Osama Qashoo, regista e attivista. I profitti, viene dichiarato, saranno destinati alla ricostruzione dell’ospedale Al-Karama a Gaza. L’idea è potente: invece di chiedere aiuti, costruire un’attività commerciale capace di finanziare la ricostruzione. Combattere l’oppressione con l’imprenditoria. E con un po’ di caffeina.
Poi si guarda la lattina da vicino. E la prima sorpresa è geografica.
Gaza Cola non viene prodotta a Gaza. La produzione e l’imbottigliamento avvengono in Europa, soprattutto in Polonia, mentre il principale mercato è il Regno Unito. La scelta è comprensibile: produrre industrialmente nella Striscia nelle condizioni attuali sarebbe quasi fantascienza. «Palestinese», dunque, indica la proprietà, l’identità e la finalità dichiarata del progetto, non il luogo in cui la cola viene materialmente fabbricata. Nulla di scandaloso. Ma proprio per questo sarebbe utile separare la filiera dalla narrazione.
Soprattutto perché quella narrazione contiene una promessa molto concreta: i profitti destinati alla ricostruzione di Gaza. E allora arrivano le domande meno spettacolari e più importanti. Quanti profitti sono stati prodotti? Quanto denaro è stato effettivamente trasferito? A chi? Quali opere sono state finanziate? Con quali costi intermedi? Una promessa commerciale non è ancora una rendicontazione. Se il progetto è solido, dovrebbe essere il primo a volerlo dimostrare con numeri e bilanci.
Poi c’è Hamas. Qui sarebbe bene evitare tanto il candore quanto la fantasia. Hamas ha costruito nella Striscia un sistema di controllo economico nel quale tassazione, commercio e controllo delle risorse hanno rappresentato importanti fonti di entrata, accanto a una rete finanziaria internazionale ampiamente documentata. Ma questo non dimostra che Gaza Cola finanzi Hamas. La bevanda viene prodotta e commercializzata prevalentemente fuori da Gaza e non risultano prove pubbliche sufficienti per affermare che una quota delle sue vendite finisca nelle casse del gruppo attraverso la fiscalità della Striscia.
Dire «la lattina finanzia i terroristi» senza poter mostrare un flusso finanziario, un intermediario o un documento sarebbe dunque molto più semplice che dimostrarlo. E il giornalismo dovrebbe occuparsi della seconda cosa, non della prima. Altrimenti basta mettere la parola «Gaza» su un’etichetta per trasformarla in una gigantesca calamita narrativa capace di attirare qualunque accusa.
Il confronto con Coca-Cola è invece interessante proprio perché complica la storia. La multinazionale che Gaza Cola invita a boicottare opera in Palestina dal 1998 e, secondo i dati pubblicati dalla stessa azienda, dispone di tre impianti produttivi e quattro centri di distribuzione, dando lavoro a oltre mille palestinesi e sostenendo migliaia di mezzi di sussistenza attraverso la propria filiera. Il numero di 6.500 lavoratori palestinesi che compare talvolta nelle polemiche non trova riscontro nella documentazione ufficiale disponibile.
Questo non trasforma Coca-Cola nella Croce Rossa con le bollicine: resta un’impresa privata che vende bevande per guadagnare denaro. Ma il confronto mostra quanto conti la storia raccontata intorno a un prodotto. Una multinazionale che produce fisicamente in Palestina può diventare il simbolo dell’oppressione economica; un marchio palestinese prodotto in Europa può diventare quello dell’emancipazione. La differenza, evidentemente, non sta soltanto nella filiera.
Gaza Cola vende quindi anche un’appartenenza. Il consumatore non sceglie soltanto quale cola bere: sceglie quale storia raccontare attraverso ciò che compra. È una forma ormai comune di consumo politico, applicata al caffè, all’abbigliamento, ai ristoranti, alle piattaforme e, naturalmente, alle bibite. Il capitalismo ha scoperto una cosa meravigliosa: persino il senso di colpa può essere venduto al dettaglio.
Lo stesso meccanismo aiuta a leggere la controversia che ha coinvolto Azealia Banks. Nel giugno 2025 la cantante sostenne di essere stata sottoposta a pressioni per dichiarare pubblicamente «Free Palestine» e indossare un hijab in occasione di festival britannici dai quali poi si ritirò; gli organizzatori contestarono almeno parte della sua ricostruzione. La vicenda resta quindi una controversia fra versioni contrapposte. Ma il fenomeno culturale è riconoscibile: la solidarietà può trasformarsi in una parola d’ordine, un codice d’abbigliamento, un test di appartenenza. A quel punto la politica comincia ad assomigliare curiosamente al controllo all’ingresso di una discoteca.
Quanto alla Polonia, il dettaglio è curioso ma poco significativo per giudicare il prodotto. Gaza Cola viene imbottigliata anche lì, in un Paese nel quale le forze nazionaliste e l’estrema destra hanno conosciuto una crescita significativa. Ma attribuire alla bevanda un significato politico sulla base del luogo di produzione sarebbe assurdo. Una fabbrica polacca non trasforma una cola palestinese in una cola nazionalista, così come il colore politico di un camionista non cambia la natura della merce che trasporta. Le catene globali di produzione separano proprietà, identità, fabbricazione e mercato. È precisamente per questo che funzionano.
Alla fine Gaza Cola è un oggetto più interessante della caricatura che ne fanno tanto i sostenitori quanto i detrattori: un progetto commerciale di identità palestinese, prodotto in Europa e costruito esplicitamente intorno al boicottaggio di grandi marchi occidentali e alla promessa di destinare i profitti alla ricostruzione di Gaza.
Ed è proprio quella promessa il punto su cui vale la pena insistere. Non servono accuse spettacolari. Servono numeri.
Quanti profitti? Quanti soldi trasferiti? Quali opere finanziate? Quale rendicontazione?
Una causa politica può avere bisogno di simboli. Un’impresa ha bisogno di bilanci.
Il resto è packaging.
E quello, almeno, Gaza Cola lo sa fare molto bene.
(Serena Russo)
Prompt:
Intro: Gaza Cola è stata lanciata sul mercato come simbolo della resistenza palestinese e dell’autosufficienza economica. Fondata dal regista e attivista palestinese Osama Qashoo, l’iniziativa si presenta come un progetto al 100% palestinese, con l’obiettivo dichiarato di destinare i profitti alla ricostruzione dell’ospedale Al-Karama a Gaza.
parte 1: Nonostante il nome, Gaza Cola non è prodotta a Gaza, bensì imbottigliata in Polonia, in due cittadine dove si trovano anche stabilimenti della Coca-Cola. Inoltre, viene prodotta anche nel Regno Unito e distribuita principalmente lì, con segnalazioni di vendita anche in Italia e Kuwait. Questo solleva interrogativi sull’effettiva trasparenza dell’operazione e sulla coerenza tra il messaggio promozionale e la realtà logistica e commerciale.
parte 2: In un contesto come quello di Gaza, dove Hamas esercita un controllo capillare sull’economia, ogni attività commerciale è soggetta a tassazioni e prelievi che finanziano direttamente l’ala militare del gruppo, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam. Anche iniziative apparentemente indipendenti, come Gaza Cola, rischiano di diventare canali involontari di finanziamento per un’organizzazione che opprime la popolazione locale e alimenta il conflitto con Israele.
parte 3: La Coca-Cola stessa ha stabilimenti in Palestina, dove impiega circa 6.500 lavoratori palestinesi, contribuendo all’economia locale in modo più diretto e trasparente. In questo contesto, Gaza Cola appare più come un’operazione commerciale opportunistica, che sfrutta la causa palestinese per fini di marketing, piuttosto che un autentico strumento di emancipazione economica. A ciò si aggiunge un parallelo inquietante: come Hamas è stato accusato di rivendere a prezzi maggiorati il cibo fornito gratuitamente dall’UNRWA, anche Gaza Cola sembra inserirsi in una logica di sfruttamento della sofferenza palestinese per profitto, in perfetto stile mafioso.
parte 4: Gaza Cola risponde perfettamente alle logiche identitarie e posizionali, contro cui si è recentemente pronunciata Azaelia Banks, che si è vista cancellata da due festival in Inghilterra per il rifiuto di dire "Free Palestine" e di indossare un hijab "solidale".
parte 5: È interessante notare che la Polonia, dove Gaza Cola viene imbottigliata, è oggi teatro di una crescente ondata di estremismo di destra.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.
Assumendo la personalità e lo stile di scrittura di Serena Russo, scrivi un articolo tagliente e brillante, con sarcasmo.
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