
Se c’è qualcosa che si sta facendo finta di non vedere — e che nel migliore dei casi viene liquidata con un’alzata di spalle e una vignetta da social — è la postura dell’Occidente di fronte al vero vincitore morale, narrativo, simbolico del conflitto Israele–Palestina: Hamas.
Sì, Hamas. Quell’organizzazione fondamentalista, misogina, antidemocratica e omicida che, nonostante tutto, è riuscita a trasformarsi nel volto globalmente compatito della resistenza.
Altro che “decimata”: ha fatto centro. Non militarmente. Culturalmente.
La guerra si gioca nei feed, non nei bunker
Il campo di battaglia oggi non è Rafah. È TikTok. È Instagram. È quel rettangolino luminoso dove uno scroll al secondo plasma coscienze più di qualsiasi analisi ONU. Hamas questo lo ha capito. Israele no. O meglio: Netanyahu l’ha capito, ma ha pensato bene di rispondere con la grazia e la lungimiranza di un bulldozer guidato da un ideologo.
Il 7 ottobre doveva essere la linea rossa. Lo è stata per qualche settimana. Poi, basta un bambino insanguinato su una barella — e il gioco si ribalta. Hamas passa da carnefice a martire. Israele, da vittima a macellaio.
E il bello è che — attenzione — non è una favola buonista: il governo israeliano, Netanyahu in testa, ha fatto esattamente quello che ci si aspettava da lui. Ha approfittato della tragedia per blindare la sua agenda. Ha represso il dissenso interno. Ha bombardato senza scrupoli. Ha calpestato le leggi di guerra con la stessa disinvoltura con cui piega la magistratura in casa sua.
Sono stati commessi crimini di guerra. Sì, crimini di guerra. Ma genocidio? No. Non usiamo parole che hanno un peso storico e giuridico preciso solo perché stanno bene su un cartello durante un corteo.
Hamas, su questo, ha giocato una partita magistrale: ha iniettato il termine nel dibattito globale come si fa con un virus ben progettato. E l’Occidente, emotivo e suggestionabile, ha reagito come previsto: panico, semplificazione, rimozione.
Colpa e click: il nuovo binomio sacro
Hamas ha capito l’Occidente meglio dell’Occidente stesso. Sa che qui non ragioniamo più per fatti, ma per frame. E che basta inserire la sofferenza dentro uno schema già noto — l’oppressore, l’oppresso, la colpa — perché la narrazione si scriva da sola.
Non importa se tu hai lanciato razzi contro civili, se nascondi armi negli ospedali, se perseguiti donne e dissidenti. Se riesci a mettere un’immagine potente al momento giusto, il mondo ti crede. Anzi, il mondo vuole crederti. Perché confermi l’idea che già si è fatto.
E Israele? Ha risposto con il peggior governo della sua storia recente: corrotto, ipernazionalista, strategicamente cieco. Un governo che ha risposto alla sfida terroristica con la brutalità, dimenticando che anche le democrazie possono essere giudicate per come usano la forza.
L’Occidente si fida delle lacrime, non dei contesti
Qui sta la vera vittoria di Hamas. Non nei tunnel, non nei lanci di razzi, non nella resistenza armata — che pure esiste. Ma nella colonizzazione dell’immaginario.
Ha trasformato l’indignazione in arma. Ha dimostrato che basta far piangere abbastanza gente nel modo giusto, e l’Occidente comincerà a marciare. Anche se non sa perché. Anche se non ha letto nulla. Anche se, paradossalmente, appoggia indirettamente chi nega i suoi stessi valori.
La dinamica è inquietante e replicabile. Domani potrebbe bastare un’altra causa, un altro frame, e chiunque potrà orientare la politica globale sfruttando l’indignazione automatica del consumatore occidentale medio.
E ora? Che si fa?
Il rischio è che questa estetica della vittima — spinta all’estremo — diventi un modello operativo per tutti. A quel punto l’Occidente diventerà il prossimo bersaglio. Perché è identitariamente debole, frammentato, e sempre più incapace di distinguere giustizia da propaganda.
Il paradosso è che gli unici a poter funzionare da diga in questo scenario potrebbero essere — ironia della storia — alcuni Stati arabi moderati, autoritari sì, ma pragmatici. Stati che, pur lontani dalla democrazia, hanno compreso perfettamente il potenziale distruttivo della narrazione emotiva senza contesto.
E no, non sto dicendo che dobbiamo copiare i regimi. Sto dicendo che dobbiamo svegliarci.
Il nemico non è solo quello che spara. È anche quello che ti convince che sparare è stato l’unico gesto possibile. E poi, ti ringrazia mentre condividi la sua causa in una story.
(Serena Russo)
Prompt:
Intro: se c'è una cosa con cui dobbiamo fare i conti, e mi sembra che sia stata ben poco analizzata, è la postura occidentale nei confronti del vincitore de facto del conflitto Israele-Palesina: Hamas. Che può anche esser stata decimata, ma ha conquistato definitivamente cuori e menti occidentali.
parte 1: Nel conflitto tra Hamas e Israele, la vittoria più netta non si è consumata sul campo di battaglia, ma nello spazio simbolico e mediatico. Hamas ha saputo imporsi come protagonista assoluto della narrazione globale, sfruttando con precisione chirurgica le fragilità culturali e ideologiche dell’Occidente.
parte 2: Hamas ha compreso e sfruttato i codici simbolici dell’Occidente contemporaneo, erede di una cultura cristologica fondata sulla colpa e sulla redenzione. In questo schema, la storia si racconta come lotta tra oppressi e oppressori, dove la complessità viene rigettata e il contesto ignorato. Basta un’immagine di sofferenza – un bambino ferito, una madre in lacrime – per mobilitare l’indignazione pubblica, trasformata in click, post, slogan e cortei. Netanyahu e il suo governo hanno approfittato della situazione per portare avanti la loro agenda di estrema destra, compiendo crimini di guerra con nonchalance. Questo tuttavia non significa "genocidio". Ma Hamas è stata magistrale a vendere questa immagine.
parte 3: La forza di Hamas non risiede nelle alleanze geopolitiche, ma nella sua capacità di manipolare l’immaginario collettivo di un Occidente smarrito, identitariamente fragile e permeabile alla suggestione visiva. L’attacco del 7 ottobre, pur orribile e deliberato, è stato neutralizzato sul piano simbolico da una contro-narrazione efficace, che ha trasformato Israele da vittima a carnefice agli occhi dell’opinione pubblica.
parte 4: La dinamica è inquietante: una quantità limitata ma ben rappresentata di vittime civili può generare una pressione politica e diplomatica tale da isolare moralmente qualunque avversario, anche se legittimamente in guerra. La verità fattuale viene soppiantata dalla potenza della rappresentazione.
parte 5: Il vero rischio è che questo modello diventi replicabile, con l’Occidente stesso come prossimo bersaglio. In un contesto dove l’indignazione è automatica e la riflessione razionale è marginale, il pericolo di radicalizzazione cresce. Paradossalmente, potrebbero essere proprio alcuni Stati arabi – moderati, autoritari ma pragmatici – a costituire l’unico argine credibile contro l’espansione di questa strategia.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove necessario.
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