Pare che la pace sia un fastidio

A Gaza e a Tel Aviv, la gente scende in strada.
Non per protestare, non per invocare vendetta — ma per respirare. Si abbracciano, cantano, piangono. Alcuni ballano, altri semplicemente si siedono per terra, a guardare il cielo che, per una volta, non esplode. Dopo mesi di orrore, anche poche ore di calma sono un dono: un lusso che altrove si chiama normalità, ma che qui ha il sapore di un miracolo.

C’è una bellezza quasi primitiva in quel sollievo collettivo. Nessuno parla di “vittoria”, nessuno fa bilanci. Perché la vera vittoria, per una madre che ha tenuto i figli nascosti in un seminterrato per settimane, è poterli far dormire senza allarmi.

Eppure, mentre lì si respira, qui si storce il naso.

La pace che non piace

Nei salotti occidentali, sui social, nei talk show e nelle chat dei professionisti dell’indignazione, la tregua non è accolta con sollievo ma con sarcasmo.
Perché la pace, per certi fanatici, è una minaccia.
Mette in crisi le loro convinzioni prefabbricate, i loro ruoli da “paladini del bene” contro “il male assoluto”. Senza la guerra, non saprebbero più chi essere.

Li riconosci subito: scrivono con tono professorale, si dicono “contro tutte le violenze” ma le loro parole grondano disprezzo selettivo. Hanno un pacifismo di posa, di facciata, quello che serve per sentirsi migliori senza doversi mai sporcare davvero con la realtà.
Il dramma è che la tregua li mette a disagio. Perché, se per un attimo smettono di sparare laggiù, qui si rischia il silenzio. E il silenzio, per chi vive di rumore, è insopportabile.

La realtà, senza sceneggiatura

Nel frattempo, Israele ha approvato a larga maggioranza un cessate il fuoco e un accordo per il rilascio degli ostaggi.
I soliti ben informati avevano già pronosticato la caduta immediata del governo Netanyahu, come se ogni passo verso la pace fosse un atto di resa. Peccato che Israele resti — nel bene e nel male — una democrazia funzionante, con un’opposizione, una stampa vivace e un elettorato che non è fatto di automi.

I falchi della destra, Smotrich e Ben-Gvir, hanno tuonato contro l’accordo, minacciato crisi, gridato al tradimento. Poi si sono fermati. Perché anche il politico più muscolare capisce quando la gente è stanca.
Gli israeliani oggi non vogliono slogan, vogliono casa. Vogliono i figli, i fratelli, gli amici. Vogliono il ritorno degli ostaggi. Tutto il resto è rumore di fondo.

Dall’altra parte del muro

Hamas, invece, continua a essere il principale ostacolo alla pace.
Non è una novità, ma ogni volta sembra scandaloso dirlo.
La leadership del movimento non ha mai mostrato un vero interesse per la sopravvivenza della popolazione civile: usa i palestinesi come scudi, e la loro sofferenza come carburante politico.
Ben-Gvir, il ministro israeliano più controverso, ha detto che “fidarsi di Hamas è come fidarsi di Hitler”. Dichiarazione iperbolica? Certo. Ma è anche lo specchio di un odio che non si disinnesca con un comunicato stampa.

Nel frattempo, gli inviati americani Witkoff e Kushner cercano di tenere insieme i pezzi del fragile accordo, ricordando a tutti che la pace non è mai perfetta, ma è sempre preferibile a un’altra generazione di orfani.

La verità sta nei volti

C’è più verità in una madre che abbraccia il figlio tornato libero che in tutte le analisi strategiche di chi pontifica da un loft milanese.

Il sollievo della gente comune contiene più verità di qualunque hashtag.
E mentre gli analisti continuano a interpretare il mondo come un Risiko ideologico, chi vive davvero in quelle terre cerca soltanto di non morire il giorno dopo.

La pace, quella vera, non è un concetto da seminario. È un bambino che finalmente dorme senza tremare.
E se questa immagine disturba chi ama vivere di conflitti, è solo la prova che la guerra, per alcuni, è diventata un’abitudine.
Ma il mondo — quello reale, non quello dei talk show — non ne può più di chi trova “noiosa” la fine delle bombe.

(Serena Russo)

Prompt:

Intro: A Gaza e Tel Aviv La gente comune scende in strada per abbracciarsi, cantare e piangere di sollievo, celebrando anche poche ore di pace dopo mesi di orrore. Per loro, un momento di calma è un dono prezioso e un barlume di speranza.

parte 1: Nei salotti e sui social occidentali, Una certa categoria di persone fanatiche, ciniche e irriducibili accoglie la tregua con fastidio e sarcasmo. Per loro, la pace è una minaccia perché mette in crisi le loro certezze ideologiche. Vivono di conflitto, Irridono la tregua, Hanno un "pacifismo di posa".

parte 2: intanto però Il governo israeliano ha approvato a larga maggioranza un cessate il fuoco e un accordo per il rilascio degli ostaggi. I soliti ben informati sostenevano le voci che prevedevano la caduta immediata del governo Netanyahu in caso di accordo. Israele è una democrazia con elezioni in programma e la dialettica politica è normale. I ministri di destra Smotrich e Ben-Gvir si sono opposti all'accordo, ma non hanno fatto cadere il governo, anche per non andare contro l'opinione pubblica che vuole il ritorno degli ostaggi.

parte 3: l'ostacolo alla pace è sempre stato Hamas, non il governo israeliano. Il futuro della guerra dipenderà dal rispetto dell'accordo da parte di Hamas. il ministro Ben-Gvir ha espresso profonda sfiducia verso Hamas, paragonandolo a Hitler, mentre gli inviati americani Witkoff e Kushner hanno cercato di difendere l'accordo.

parte 4: la semplicità del sollievo provato dalla gente comune contenga più verità di tutte le complesse e furiose analisi ideologiche di chi, comodamente lontano, preferisce la guerra alla messa in discussione delle proprie certezze.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente, graffiante, ironico. Rendilo immersivo.

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4 commenti

  1. Faccio coming out: a me un po’ rode, il culo.
    Più ci penso e meno mi piace l’idea che passi il precedente che ci si può catapultare a un rave coi deltaplani, stuprare donne e pecore e rapire ostaggi, tenerseli e poi rilasciarli dopo un paio d’anni (ANNI) senza uscirne completamente obliterati, insieme ai propri sostenitori, collaborazionisti e semplici passanti.
    Lo scioglimento per decreto di Hamas a poco servirà; rispunteranno da qualche parte.
    Non sono sicuro che una qualunque forza di peace-keeping, anche con il supporto e le forze dei grandi Paesi sunniti (e la loro capacità di “leggere” la situazione sul campo), finirà troppo diversamente dall’occupazione NATO dell’Afghanistan, dove i talebani sono rispuntati dalle tende dopo femtosecondi.
    Anzi, se rispuntassero le bandiere di Hamas sarebbe un chiaro segno che “i civili di Gaza” e Hamas erano più simbiotici di quanto il bobolo-di-Greda si era fatto convinto.
    Non mi è del resto chiaro come si dovrebbe riamalgamare la Striscia di Gaza con la Cisgiordania (dove Hamas conta un cazzo) per ridare una parvenza di contiguità allo “Stato Palestinese”: è in se un progetto ambizioso più della riunificazione tedesca.
    Quella cosa del resort a cinque stelle non era così campata per aria, a confronto, non fosse che a fare le cose per bene il fallout radioattivo avrebbe creato qualche grattacapo.

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    • La speranza è che Israele li elimini per vie traverse anche a pace fatta. Quelli di Hamas vivranno nella paura della propria ombra. La grande differenza, rispetto al passato, è che Hamas è sola: Hetzbollah e Houti sono macinato, il Qatar ha capito che nessuno lo aiuterà, la Siria ha capitolato e il padrino di tutti costoro, l’Iran, non se la passa benissimo. Insomma, per Hamas non si mette bene.

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      • Per ora, Hamas è riuscita ad affermare, con faccia serissima, “non troviamo i cadaveri degli ostaggi che abbiamo fatto fuori perché sono rimasti nelle macerie degli obbiettivi civili che Israele ha bombardato”.

        Ma certo. Se la Conad ha i cadaveri nel frigorifero e le bombe nel magazzino, è comunque un “obbiettivo civile” perchè, ehi, c’è ancora l’insegna Conad.

        Trovo significativo il silenzio del Club Amici & Sostenitori di Hamas davanti a un’affermazione del genere.

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