L’Italia e la sindrome del “ricco immaginario”

Di nuovo, il dibattito pubblico sui temi economici in Italia sembra seguire una sceneggiatura prevedibile e sterile. Partiamo da un dato di fatto matematico: un taglio percentuale dell’IRPEF, per sua natura, dà un beneficio assoluto maggiore a chi ha un reddito più alto all’interno della stessa fascia. È logica, non ideologia. Ma questo dato ovvio, in un Paese che digerisce male la matematica e adora le crociate morali, viene immediatamente trasformato in un titolo acchiappa-click: “La manovra aiuta i ricchi!”.
E da lì parte la solita danza collettiva: indignazione social, talk show urlati, interviste indignate e infine l’immancabile proposta di tassare “chi ha di più”.

Il problema non è la sensibilità verso l’equità, che è sacrosanta, ma la superficialità con cui la si invoca. Gran parte della politica e dell’informazione rincorre questa narrazione senza neanche prendersi il tempo di aprire un file Excel o leggere due tabelle del MEF. L’episodio finale di questa triste commedia è sempre lo stesso: la comparsa miracolosa della patrimoniale, presentata come la soluzione magica a tutti i mali.
Peccato che, come dimostrano decenni di esperienze internazionali, una patrimoniale mobiliare – sui risparmi, cioè sui soldi che i cittadini hanno già guadagnato e già tassato come reddito – è uno strumento inefficace. Genera un gettito ridicolo, scoraggia il risparmio e, in un mondo dove basta un click per spostare un capitale da Milano a Dublino, non fa altro che incentivare la fuga. È come voler svuotare il mare con un secchiello bucato.

Ma il paradosso più grande è un altro: questa retorica sta portando una parte della sinistra ad attaccare una riforma che, in linea di principio, avrebbe dovuto sostenere. Il taglio di due punti dell’aliquota IRPEF – dal 35% al 33% – riguarda i redditi tra 28.001 e 50.000 euro. Ora, in un Paese dove il reddito medio pro capite è tra i più bassi dell’Europa occidentale, e dove spesso il reddito familiare è unico, non stiamo parlando di “manager in Porsche” ma di insegnanti, impiegati, tecnici specializzati, piccoli professionisti. Quella fascia di ceto medio-basso che tiene in piedi il sistema e che da anni sopporta il peso crescente del fisco, dei servizi carenti e di un costo della vita che lievita come un panettone dimenticato nel forno.

È certamente lecito criticare la struttura degli scaglioni, che oggi è troppo ampia e appiattisce situazioni molto diverse tra loro. Ci sarebbe un lavoro serio da fare, per rendere la progressività più fine e più equa, magari introducendo fasce intermedie. Ma definire “ricco” chi prende 2.500 o 3.000 euro al mese è una follia demagogica, che racconta molto più delle nostre insicurezze culturali che della realtà economica.
Sembra che in Italia il successo, anche solo economico, sia diventato un sospetto morale. Come se ogni persona che riesce a vivere senza ansia da bolletta stesse automaticamente “rubando” qualcosa a qualcun altro. È un modo di pensare che disincentiva il merito e spinge la politica a misurare il consenso in base alla rabbia, non alla ragionevolezza.

Così assistiamo a un cortocircuito surreale: per opporsi “a prescindere” al governo di turno, si finisce per combattere un alleggerimento fiscale per la classe media, che dovrebbe essere la vera alleata di qualunque progetto di progresso sociale. È la grillizzazione definitiva del dibattito economico, quella per cui contano solo gli slogan, mai la sostanza.
La realtà, però, è testarda: senza una classe media che respira, lavora, investe e consuma, nessuna società regge a lungo. E tassare chi ancora ce la fa, per illudersi di aiutare chi non ce la fa più, è come segare il ramo su cui siamo tutti seduti.

Certo, la retorica del “contro i ricchi” funziona. È immediata, gratificante, quasi catartica. Ma non paga le bollette, non riduce il debito e non costruisce opportunità. L’equità non si ottiene distribuendo frustrazione: si ottiene creando le condizioni perché più persone possano salire di livello, non trascinando tutti verso il basso per sentirsi uguali nella mediocrità.

Il resto è rumore di fondo — e di quello, in Italia, ne abbiamo già fin troppo.

(Emma Nicheli)

Prompt:

intro: Di nuovo, il dibattito pubblico sui temi economici in Italia sembra seguire una sceneggiatura prevedibile e sterile. Partiamo da un dato di fatto matematico, come un taglio percentuale dell'IRPEF, che per sua natura dà un beneficio assoluto maggiore a chi ha un reddito più alto all'interno della stessa fascia. Questo dato ovvio viene immediatamente trasformato in un titolo acchiappa-click: "La manovra aiuta i ricchi!".

parte 1: A questo punto, gran parte della politica e dell'informazione rincorre questa narrazione, senza un reale approfondimento. L'episodio finale di questa triste commedia è l'immancabile proposta della patrimoniale, presentata come la soluzione magica. Peccato che, come dimostrato da esperienze internazionali, una patrimoniale mobiliare (sui risparmi) sia uno strumento inefficace: è una doppia tassazione su soldi già tassati come reddito, produce un gettito molto basso e, in un mondo globalizzato, non fa altro che incentivare la fuga di capitali all'estero.

parte 2: La cosa più paradossale è che questa retorica sta portando una parte della sinistra ad attaccare una riforma che, in linea di principio, avrebbe dovuto sostenere. Il taglio di due punti dell'aliquota IRPEF (dal 35% al 33%) riguarda i redditi tra 28.001 e 50.000 euro. In un Paese come il nostro, con ampie sacche di disoccupazione e dove spesso il reddito è unico per famiglia, questa non è la fascia dei "manager" o dei "ricchi", ma del ceto medio-basso.

parte 3: È lecito criticare la struttura degli scaglioni, che è troppo ampia e andrebbe suddivisa per essere più equa (ad esempio creando fasce intermedie). Ma è pura follia demagogica definire "ricco" chi prende 2.500 o 3.000 euro al mese, additandolo come un privilegiato da tassare ulteriormente.

parte 4: Stiamo assistendo a un cortocircuito per cui, per opporsi a ogni costo, si finisce per combattere un alleggerimento fiscale per la classe media, una battaglia che non ha nulla a che fare con la vera giustizia sociale. Grillizzazione senza ritorno.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisco dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo.

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