Quando una popstar entra in chiesa

A volte gli eventi che scuotono la scena pubblica nascono da circostanze talmente inaspettate che persino il più fantasioso degli scrittori pulp—quelli che leggete solo se ve li consiglio io, quindi mai—si fermerebbe a riflettere. E non c’è solo Sydney Sweeney, ovviamente: il potere destabilizzante delle bellezze bionde sembra essere una costante antropologica più affidabile del PIL trimestrale. Ne basta una che fa un passo falso (o meglio, un passo in posa), e per rimettere insieme i cocci servirebbe il Campione Eterno di Moorcock. Sì, lo so che non lo conoscete. E nemmeno Poul Anderson. Tranquilli: “divulgare cultura” è un lavoro ingrato e qualcuno deve pur farlo.

È precisamente ciò che è accaduto nel 2024 a New York, dove Sabrina Carpenter—popstar dal sorriso angelico e dalla strategica innocenza estetica—ha avuto l’idea di girare un videoclip in una chiesa di Brooklyn. Santo cielo, letteralmente. Una scelta che a prima vista sembrava solo una mossa di marketing come tante: un po’ di estetica sacrale, un po’ di provocazione da catechismo postmoderno, e il gioco è fatto. Peccato che, come nelle migliori sceneggiature, il dettaglio burocratico—quell’autorizzazione data senza troppe domande—sia diventato il detonatore dell’intera vicenda.

Dopo l’uscita del videoclip, infatti, la diocesi ha iniziato a farsi delle domande. Non quelle teologiche—quelle non se le fanno da secoli—ma quelle molto più concrete: chi ha firmato cosa, e perché quella firma sembra uscita dalla modalità “invio rapido e senza leggere”? Avviata l’indagine interna, è saltato fuori un elegante bouquet di irregolarità, maneggiamenti, autorizzazioni concesse con la stessa leggerezza con cui certi uffici approvano feste scolastiche pseudoculturali.

E qui arriva la parte in cui la realtà supera lo storytelling TikTok-friendly: scavando nelle pieghe dei permessi, la diocesi ha trovato contatti, telefonate, e una catena di “conoscenze” che portavano dritte dritte verso piccoli esponenti del mondo politico cittadino. Una di quelle reti informali che negli Stati Uniti chiamano “community relationships” e che in Italia chiameremmo “il cugino di qualcuno”. A quel punto, ovviamente, l’FBI ha drizzato le antenne. Perché negli USA puoi fare molte cose, ma non puoi far girare un videoclip pop e far finta che non tocchi la politica.

La storia, nel giro di poche settimane, ha iniziato ad allargarsi come una macchia d’olio su un tappeto persiano. E l’onda d’urto ha avuto un esito quasi operistico: le dimissioni del sindaco Eric Adams più di un anno dopo. Sì, Eric Adams, non il cantante dei Manowar—per quanto l’immagine di quest’ultimo che lascia il Municipio con una spada sguainata sarebbe stata meravigliosa. Dimissioni che nessuno si sarebbe aspettato di collegare all’estetica da “pop angelico con sottotesto birichino” di Sabrina Carpenter. Ma tant’è: la politica è un organismo sensibile, e basta un’inquadratura sbagliata per farlo collassare.

Il successore si è insediato in fretta, con l’aria di chi sa bene che dovrà convivere con l’imbarazzo di raccontare ai nipoti che il proprio percorso istituzionale è iniziato perché una popstar ha scelto una location troppo pittoresca. Qualcuno nella burocrazia newyorkese starà ancora ripetendo il mantra: “Poteva andare peggio. Poteva essere un video di Kanye.”

La vicenda, in tutta la sua gloriosa catena di cause ed effetti, resta un esempio perfetto di come cultura, giustizia e politica si intreccino come se partecipassero a una seduta spiritica condotta da un regista con molto tempo libero. Un gesto artistico—una scelta estetica, un’inquadratura, un set sbagliato di dieci metri—può innescare reazioni che vanno ben oltre le intenzioni di chi cantava, ballava o firmava permessi con troppa leggerezza.

E tutto questo senza bisogno di essere Bob Dylan. Anche perché, sinceramente, Dylan non avrebbe mai avuto l’idea di girare un video in una chiesa di Brooklyn. Lui si sarebbe limitato a scrivere una canzone talmente enigmatica da far dimettere l’intero consiglio comunale solo nel tentativo di capirla.

(Margherita Nanni)

Prompt:

Intro: A volte, gli eventi che scuotono la scena pubblica nascono da circostanze inaspettate. E non c'è solo Sydney Sweeny, pure altre bellezze bionde scatenano il caos che poi per ripararlo ci vuole il Campione Eterno (lo so che non conoscete Michael Moorcock e nemmeno Poul Anderson).

parte 1: È quanto accaduto a New York, dove la decisione della cantante Sabrina Carpenter di girare un videoclip in una chiesa di Brooklyn ha dato il via a una serie di conseguenze imprevedibili.

parte 2: Dopo le riprese, la diocesi ha avviato un'indagine interna, riscontrando irregolarità nelle autorizzazioni. Le investigazioni, approfondendosi, hanno rivelato contatti tra le figure coinvolte nei permessi e esponenti del mondo politico cittadino, attirando infine l'attenzione delle autorità federali.

parte 3: L'onda d'urto di questo caso ha avuto un esito politico significativo: le dimissioni del sindaco Eric Adams (non il cantante dei Manowar, se qualcuno fosse interessato) e l'insediamento del suo successore.

parte 4: La vicenda resta un esempio di come le dinamiche culturali, giudiziarie e politiche possano intrecciarsi in modi sorprendenti, dimostrando che l'impatto di un gesto artistico può andare ben oltre le intenzioni iniziali. E senza bisogno di essere Bob Dylan!

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.

assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda

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2 commenti

  1. Ma sì che i lettori conoscono Moorcock.

    Dài, il papà del Renato Zero albino che campeggia sulle copertine dei Cirith Ungol… Moorcock, no?

    Comunque più che “strategica innocenza estetica” questa mi pare una pornostar dei tempi di Cicciolina. Mah.

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