La Casa dei 70.000 Corpi

Settantamila.

È una cifra che ormai compare nelle discussioni sulla guerra di Gaza con la naturalezza con cui si cita la temperatura. Ma proviamo, per un momento, a darle una dimensione concreta. Se immaginiamo una persona occupare mediamente una larghezza di circa 44 centimetri, settantamila persone messe una accanto all’altra formerebbero una fila di oltre trenta chilometri: più o meno la distanza in linea d’aria fra Napoli e Caserta. È solo un modo per visualizzare la grandezza del numero, non una dimostrazione della sua veridicità o della sua falsità. Lo stesso vale per il volume complessivo dei corpi: usando una stima media di circa 70 litri per persona, arriveremmo a qualche migliaio di metri cubi. Ma un corpo sepolto, distrutto, disperso o ancora sotto le macerie non occupa uno spazio misurabile semplicemente sommando dei volumi. La matematica può aiutarci a capire quanto sia grande settantamila. Non può dirci se siano davvero settantamila.

La domanda interessante è un’altra: che cosa significa, esattamente, dire “sono morte settantamila persone”?

In una guerra esiste una differenza enorme fra il numero comunicato da un’autorità sanitaria, il numero delle persone identificate, quello dei corpi materialmente recuperati, quello delle persone considerate morte ma ancora sotto le macerie e una stima complessiva costruita attraverso metodi statistici. Sono categorie diverse, anche se nel linguaggio corrente finiscono spesso dentro lo stesso contenitore.

A fine novembre 2025 il Ministero della Salute di Gaza, inserito nell’apparato amministrativo controllato da Hamas, indicava un bilancio superiore alle 70.000 vittime palestinesi. Il 26 novembre l’OCHA delle Nazioni Unite riportava 69.785 morti segnalati e, separatamente, 67.173 vittime identificate al 7 ottobre 2025. L’OCHA specificava inoltre che i numeri non ancora verificati dalle Nazioni Unite venivano attribuiti alla fonte che li aveva forniti. Il 29 novembre Reuters riferiva che il ministero aveva portato il bilancio oltre quota 70.000, spiegando che centinaia di nuovi casi derivavano anche dall’identificazione di corpi recuperati dalle macerie. Israele contestava l’affidabilità del dato, senza tuttavia fornire un bilancio alternativo complessivo.

Questa distinzione non è un cavillo da statistici. È il modo corretto di leggere una cifra prodotta durante una guerra. Dire che “sono stati segnalati 70.000 morti” non equivale a dire che “70.000 morti sono stati verificati indipendentemente”. Ma non equivale neppure a dire che “70.000 è un numero inventato”. Per capire dove siamo davvero dobbiamo guardare alle fonti, alle procedure utilizzate e alle successive verifiche.

Il Ministero della Salute di Gaza non è un osservatore neutrale e questo impone prudenza. Ma prudenza non significa automaticamente considerare falso tutto ciò che comunica. La ricerca scientifica pubblicata nel 2025 mostra, anzi, quanto sia semplicistico immaginare il problema come una semplice manipolazione verso l’alto. Uno studio pubblicato su The Lancet ha utilizzato una metodologia di capture-recapture, mettendo insieme tre differenti liste di vittime, e ha stimato 64.260 morti per traumi nel periodo compreso fra il 7 ottobre 2023 e il 30 giugno 2024. Gli autori hanno stimato che il Ministero della Salute potesse aver sottocontato, in quel periodo, la mortalità traumatica di circa il 41 per cento. È una stima riferita a un periodo preciso e non un censimento definitivo dell’intera guerra, ma dimostra che la realtà può essere persino più difficile da ricostruire di quanto suggerisca un semplice confronto fra “numero dichiarato” e “numero vero”.

Poi c’è una questione ancora più delicata: il totale dei morti non ci dice automaticamente quanti fossero civili e quanti combattenti. Un uomo adulto incluso nel bilancio può essere un civile, un membro di Hamas, un appartenente a un’altra organizzazione armata oppure una persona della quale, al momento della registrazione, non conosciamo lo status. Ci sono bambini e anziani, persone morte direttamente sotto i bombardamenti e altre decedute in seguito alle ferite o al collasso del sistema sanitario. Il numero complessivo descrive la scala della tragedia, ma non permette da solo di ricostruirne la composizione.

È un passaggio importante perché spesso si pretende da una statistica una risposta che quella statistica non contiene. Quanti sono i morti? È una domanda. Quanti erano civili? È un’altra. Quanti appartenevano a gruppi armati? Un’altra ancora. Chi è responsabile della morte di ciascuno? Ancora un’altra. Mettere tutto nello stesso calderone produce una certezza che i dati, semplicemente, non possono offrire.

E arriviamo alla propaganda. Anche qui conviene evitare una caricatura. Propaganda non significa necessariamente inventare un numero. Un dato può essere autentico e venire comunque utilizzato in modo propagandistico: presentando una stima come un conteggio definitivo, omettendo le categorie comprese nel totale oppure usando una cifra per dimostrare qualcosa che quella cifra, da sola, non dimostra.

Succede continuamente anche in tempo di pace. Prendiamo un sondaggio e dimentichiamo il campione; una statistica economica e ignoriamo come è stata costruita; un dato epidemiologico e cancelliamo il margine d’incertezza. Il numero rimane lì, apparentemente solido, mentre cambia completamente il significato che gli attribuiamo.

Con Gaza il problema è amplificato dal fatto che ogni cifra entra immediatamente nella guerra delle narrazioni. E qui vedo un meccanismo che conosco bene: quando un dato conferma ciò che già pensiamo, diventiamo molto meno severi nel valutarlo. Una parte dell’opinione pubblica occidentale ha accettato i numeri provenienti da Gaza come definitivi non perché abbia verificato ogni singolo caso, ma perché quei numeri erano compatibili con la propria interpretazione della guerra. Dall’altra parte, altri hanno reagito facendo l’opposto: siccome la fonte è legata a Hamas, qualsiasi cifra viene considerata sospetta per definizione.

Sono due errori speculari. Il primo trasforma una fonte in un’autorità infallibile. Il secondo trasforma il sospetto sulla fonte in una prova della falsità del dato. Nessuno dei due è giornalismo.

La mia esperienza nei Balcani mi ha insegnato soprattutto questo. Io nei Balcani c’ero. E so che il conto dei morti durante una guerra non si chiude mentre i combattimenti sono ancora in corso. Le persone scompaiono. Le famiglie vengono disperse. I registri vengono distrutti. I corpi restano sotto le macerie oppure vengono sepolti senza identificazione. Alcuni vengono riconosciuti rapidamente, altri dopo anni. La ricostruzione successiva di un massacro può richiedere testimonianze, documenti, fotografie, registri anagrafici, indagini forensi, immagini satellitari e confronti fra fonti differenti.

Questo non significa che un morto non esista finché non compare in un registro. Sarebbe assurdo. Significa che esistono diversi livelli di conoscenza e che, in una guerra di questa scala, possono volerci anni per ricostruire l’intero quadro. Anche la distruzione delle infrastrutture sanitarie rende più difficile raccogliere e incrociare i dati. Già nel maggio 2024, un’analisi pubblicata su The Lancet osservava che circa il 30 per cento dei 35.091 morti allora registrati risultava non identificato.

Per questo settantamila non dovrebbe essere né una parola d’ordine né una parola proibita. È un numero che descrive una tragedia enorme e che, come ogni grande bilancio di guerra, deve essere letto insieme alla fonte, alla data e al metodo con cui è stato prodotto. La sua esistenza non risolve automaticamente le altre questioni: non ci dice da sola la composizione delle vittime, non stabilisce le responsabilità individuali e non sostituisce le successive verifiche.

La cosa più seria che possiamo fare è lasciare che ogni domanda abbia la propria risposta, senza pretendere che una sola cifra le risolva tutte.

Possiamo essere indignati per i morti e, nello stesso momento, pretendere di sapere esattamente come sono stati contati?

(Serena Russo)

Prompt:

Intro: 70.000 persone, messe una accanto all'altra, occuperebbero circa 30,8 km, più o meno la distanza fra Napoli e Caserta. Se consideriamo invece circa 70 litri per persona, arriviamo a circa 4.900 m³. Usare questi numeri solo per rendere concretamente percepibile quanto sia enorme una cifra come 70.000, non per dimostrare che il numero sia impossibile o falso.

Parte 1: il problema è capire che cosa significhi esattamente "70.000 morti". Distinguere fra persone identificate, morti dichiarati, corpi recuperati, dispersi, persone sotto le macerie e stime. Spiegare che il Ministero della Salute di Gaza è una fonte di parte e che i suoi dati vanno quindi verificati e contestualizzati, ma che questo non significa automaticamente che siano inventati. Distinguere sempre fra numero riportato e numero verificato.

Parte 2: affrontare il problema della classificazione. Il numero complessivo delle vittime non coincide automaticamente con il numero dei civili uccisi e non permette da solo di stabilire quante vittime fossero combattenti. Spiegare anche le difficoltà, durante una guerra, nel distinguere civili, combattenti, dispersi e persone morte successivamente per ferite o per il collasso delle condizioni sanitarie. Il punto è che un numero aggregato può essere reale e contemporaneamente non essere sufficiente per sostenere tutte le conclusioni che vengono costruite intorno ad esso.

Parte 3: spiegare che la propaganda non deve necessariamente inventare un numero dal nulla. Può utilizzare un dato reale ma privo di contesto, provvisorio, aggregato o non completamente verificato e trasformarlo in una conclusione morale. Criticare quindi il modo in cui una parte dell'opinione pubblica occidentale accetta i numeri provenienti da Gaza senza porsi abbastanza domande sulla loro origine e metodologia. Evitare però di trasformare il pezzo nella tesi "Hamas inventa tutti i morti".

Parte 4: usare l'esperienza di Serena nei Balcani. Una grande strage lascia moltissime tracce: fosse comuni, testimonianze, registri, fotografie, dati anagrafici, analisi forensi, immagini satellitari. Ma non usare l'assenza di una singola prova come dimostrazione che i morti non esistano. La guerra può rendere le verifiche difficili e ritardarle. Il punto è chiedersi quali tracce siano già state verificate e quali invece debbano ancora essere ricostruite.

Parte 5: ricapitolare il punto dell'articolo. Il Ministero della Salute di Gaza è una fonte di parte; questo non rende automaticamente falsi tutti i suoi dati. Un numero riportato non equivale necessariamente a un numero verificato. Il totale delle vittime non equivale automaticamente al totale dei civili uccisi. Un dato può essere sostanzialmente reale e contemporaneamente essere utilizzato dalla propaganda.

Ribadire che mettere in discussione i dati o il loro uso propagandistico non significa negare le vittime palestinesi e non assolve Israele dalle proprie responsabilità.

Non sostenere che 70.000 sia necessariamente un numero inventato. Non sostenere che sia necessariamente corretto. Il punto è chiedere che cosa stiamo contando e con quale grado di certezza.

Chiudere con una domanda nello stile di Serena, secca e provocatoria, sul fatto che sia possibile essere indignati per i morti e contemporaneamente pretendere di sapere con precisione come siano stati contati.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario. Evito ripetizioni e lunghi calcoli. Serena Russo deve essere tagliente, concreta e personale, ma senza trasformare l'articolo in una difesa di Israele o in una negazione delle vittime palestinesi.


Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento