Se un magistrato sbaglia le citazioni, chi protegge la verità?

C’è una cosa che continua a colpirmi, in queste ore convulse e rivelatrici: il silenzio. O, meglio, quel brusio impastato di tiepidi commenti, di mezze prese di posizione, di analisi sfiancate che sembrano più un esercizio di stile che un moto sincero di allarme civile.
È preoccupante — e dire preoccupante è usare un eufemismo — che in Italia non si sia levata un’opinione pubblica forte, consapevole, vigile, di fronte a ciò che ruota attorno alle dichiarazioni del procuratore Nicola Gratteri.
Perché non stiamo parlando di un politico, né di un giornalista militante, né di un opinionista da talk show.
Stiamo parlando di un magistrato.

E in Italia, un magistrato non è una comparsa. Non è un ingranaggio secondario del sistema. È un cardine. E come tale dovrebbe essere trattato: con rispetto sì, ma anche con un grado di scrutinio molto più rigoroso di quello che riserviamo ai cantori della polemica permanente.

L’abitudine alla manipolazione (che qui non dovrebbe valere)

Sui metodi giornalistici “stile Fatto Quotidiano”, lasciatemi essere schietto: li conosciamo bene. Sono entrati così tanto nel nostro ecosistema mediatico da essere diventati, purtroppo, parte dell’arredamento.
Non mi sorprende più nulla: dalle insinuazioni spacciate per verità ai titoli costruiti come trappole psicologiche; dalle mezze citazioni alle ricostruzioni che sembrano scritte più per confermare un pregiudizio che per raccontare un fatto.

Ma questo, anche se intellettualmente deprimente, rientra nel gioco. Il giornalismo militante, in fondo, lo è sempre stato: una palestra di interpretazioni interessate, una fucina di narrazioni utili, una sorta di frullatore ideologico dove i fatti entrano interi e escono a cubetti.

Ma se quel frullatore lo maneggia un magistrato, allora siamo di fronte a un problema di natura completamente diversa.

Il magistrato non ha il diritto di usare tecniche da propaganda, nemmeno per sbaglio.
Non ha il diritto di prestare la propria autorevolezza a frasi apocrife, nemmeno per ingenuità.
Non ha il diritto di trasformarsi, consapevolmente o no, in un narratore partigiano.

Il magistrato ha un solo dovere: attenersi ai fatti.

E attenersi ai fatti non è un optional, non è un dettaglio. È l’essenza stessa della sua funzione civile.
Chiunque abbia attraversato un’aula di tribunale sa che la differenza tra libertà e carcere spesso passa per una parola messa o tolta. Per questo, un magistrato non può concedersi la leggerezza che un giornalista militante esercita quotidianamente come fosse un vizio privato.

La domanda che dovrebbe far tremare i polsi (e che invece passa liscia)

E qui arriviamo alla questione centrale, quella che dovrebbe scuotere il Paese più di qualsiasi talk show infuocato:
se un magistrato, in pubblico, attribuisce a figure storiche — come Giovanni Falcone — frasi che non hanno mai pronunciato, come possiamo essere certi che lo stesso metodo non venga usato in aula?

Questa non è una provocazione.
Non è un attacco personale.
Non è una “campagna contro”.

È un interrogativo doveroso.

Perché se nella narrazione pubblica ci si concede licenze creative, omissioni significative, interpretazioni personalissime dei fatti storici, cosa ci garantisce che, nel buio dell’istruttoria, nel groviglio delle carte, nella complessità delle indagini, quegli stessi meccanismi non possano infiltrarsi?

Il sospetto — ed è un sospetto civile, non politico — è che esista un modo di intendere il proprio ruolo che scambia l’aura di “lotta alla criminalità” per un lasciapassare etico.

Ed è qui che l’intero sistema inizia a scricchiolare.

Perché la giustizia, se vuole essere tale, non può essere un romanzo.
Non può essere un’epopea.
Non può essere la storia del bene contro il male, dove ci si permette qualche licenza per rendere la trama più avvincente.

La giustizia dev’essere noiosa.
Dev’essere metodica.
Dev’essere insopportabilmente rigorosa.
Chi vuole emozionare il pubblico faccia il regista, non il magistrato.

Il dubbio che pesa come un macigno

Non lo si ripete abbastanza: non è un’accusa.
È un dubbio.
Ma è un dubbio di quelli che fanno sudare freddo.
Di quelli che costringono un Paese adulto a fermarsi e discutere seriamente.

Perché un magistrato che sbaglia una citazione storica non è un professore distratto.
È un pubblico ufficiale che plasma responsabilità enormi.

E ancora più grave del fatto in sé è l’indifferenza con cui è stato accolto.
Come se fosse normale.
Come se fosse un dettaglio.
Come se il problema fosse chi solleva la questione, e non la questione stessa.

Siamo un Paese che si indigna se un calciatore sbaglia un rigore, ma non batte ciglio se un magistrato sbaglia una frase attribuendola a Falcone.

C’è qualcosa di profondamente malato in questa scala di priorità.

La risposta che serve. Subito.

E allora sì: serve una risposta pubblica, chiara, trasparente.
Non un comunicato evasivo.
Non un’intervista accomodata.
Non una difesa d’ufficio dei soliti tifosi travestiti da analisti.

Serve una risposta che ristabilisca il confine tra interpretazione e fatto, tra ricordo e documento, tra opinione e responsabilità istituzionale.

Perché il tema non è Gratteri in sé.
Il tema è la fiducia nella giustizia.

E in un Paese dove la giustizia è già percepita come lenta, contraddittoria, politicizzata, opaca, l’ultima cosa che ci possiamo permettere è un procuratore che pare indulgere in narrazioni creative.

Appendice necessaria — Siamo un Paese ossessionato dal complotto

E qui permettimi una nota conclusiva:
l’Italia è un Paese che non perde occasione per cadere nella trappola della dietrologia.
Lo abbiamo visto con Mattei: ogni discussione storica viene immediatamente sequestrata dalla logica del complotto. E più la verità è complessa, più si preferisce una versione romanzesca.

Ecco: questa vicenda dimostra esattamente il contrario.
Non serve un complotto.
Non servono le ombre.
Non servono gli “interessi occulti”.

A volte il problema è banalissimo: una narrazione superficiale.
Una citazione messa dove non dovrebbe stare.
Un ruolo istituzionale interpretato con la leggerezza di chi si considera al di sopra della critica.

Ed è proprio per questo che dobbiamo parlarne: non per invocare misteri, ma per restaurare il metodo.

In Conclusione

La giustizia non è una liturgia.
Non è un palcoscenico.
Non è una saga epica.

È — o dovrebbe essere — la più sobria, austera e disciplinata delle funzioni pubbliche.
E quando comincia a somigliare a un teatro, allora sì, dovremmo preoccuparci.
Molto più di quanto stiamo facendo.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: È preoccupante che non si sia levata in Italia un’opinione pubblica più forte e consapevole riguardo a quanto sta accadendo in queste ore attorno alle dichiarazioni del Procuratore Gratteri.

parte 1: Di certi metodi giornalistici, per intenderci quelli stile Fatto Quotidiano, fatti di insinuazioni e manipolazioni, purtroppo sappiamo. Ma quando si parla di un magistrato, le regole cambiano. Il suo ruolo non è fare propaganda, né alimentare tifoserie. Il suo compito è valutare le prove con rigore, analizzare i fatti con distacco e prendere decisioni che cambiano la vita delle persone.

parte 2: Ed ecco la domanda che dovrebbe scuotere tutti: se un magistrato, in sede pubblica, arriva ad attribuire a figure storiche (come Giovanni Falcone) frasi mai pronunciate per sostenere una sua tesi, come possiamo essere certi che lo stesso metodo non venga adottato anche in aula?

parte 3: Non è un’accusa, è un dubbio legittimo e inquietante. Una domanda che tocca il cuore della credibilità dell’intera giustizia.

parte 4: Una risposta seria, pubblica e trasparente a queste questioni è oggi urgente. Per la fiducia nelle istituzioni, per il rispetto di chi ha subito un processo, per tutti coloro che credono che la giustizia significhi cercare la verità, non “avere ragione”.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.

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