
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un curioso fenomeno della pubblicistica politica italiana: commentatori che, con la sicurezza di chi scambia i cliché per analisi, sostengono che Donald Trump stia applicando la celebre “strategia del matto” elaborata da Richard Nixon. Un’affermazione che gode di quell’aria di sapienza da bar, di quelle analogie pigre che attecchiscono solo quando si rinuncia a guardare davvero alla storia. Perché basta un minimo di onestà intellettuale, e soprattutto un minimo di memoria, per capire che questa equivalenza è non solo infondata, ma imbarazzante.
La “strategia del matto” non era un vezzo retorico, né un’etichetta mediatica. Era un calcolo politico, duro, glaciale, inscritto negli anni più drammatici della Guerra Fredda. Nixon la impiegò in un arco di tempo preciso, tra il 1970 e il 1972, con un obiettivo altrettanto preciso: costringere il Vietnam del Nord a trattare seriamente. Lo fece ricorrendo a bombardamenti di una violenza inaudita e al minamento del porto di Haiphong, una mossa che portò il conflitto sull’orlo di una crisi globale. Ma Nixon non era un folle. Non lo è mai stato. Era un uomo moralmente discutibile, sì — e Dio sa quanto — ma di una lucidità rara. Capì ciò che a molti sfuggiva: URSS e Cina non erano un blocco monolitico. Vide le crepe, le sfruttò, e trasformò quelle fratture in leve. Aprì alla Cina senza compromettere la NATO, mantenne la distensione con Mosca, e usò quel triangolo delicatissimo per arrivare agli accordi di Parigi. Fu una manovra rischiosa, certo, ma strategica. E fu, soprattutto, uno dei passaggi decisivi del disimpegno americano in Vietnam, un tassello fondamentale nel lento sfiancamento del bipolarismo.
Ora, proviamo — solo per esercizio mentale — a paragonare questo contesto con ciò che abbiamo davanti oggi. Donald Trump non c’entra nulla. Nulla. Non è un genio tattico, non è un maestro della diplomazia segreta, non è l’uomo che comprende gli equilibri globali e li piega alla propria volontà. Trump è altro: un leader incompetente, narcisista, prigioniero di un entourage che oscilla tra l’improvvisazione e il fanatismo. Uno che parla di geopolitica come un palazzinaro rancoroso parla di lotti edificabili. Uno che crede davvero che il mondo sia un affare da spartire in tre come nelle riunioni di una cosca di quart’ordine. E mentre lui si trastulla con questa visione deformata della realtà, l’ordine internazionale costruito nel dopoguerra — con tutti i suoi limiti, certo, ma anche con i suoi equilibri che hanno evitato catastrofi — si sgretola. È come vedere una superpotenza smantellare volontariamente gli argini che la tengono in piedi. Una sorta di suicidio assistito, consumato nell’indifferenza o nella complicità di chi dovrebbe, almeno in teoria, tutelare gli interessi del proprio Paese. E noi europei? Noi, come sempre, spettatori inquieti di una tragedia che non abbiamo scritto ma che pagheremo sulla nostra pelle.
Ecco perché il paragone con Nixon non solo non regge: è una caricatura. Nixon, con tutti i suoi abissi morali, era intelligente. Aveva una visione. Comprendeva la storia. Trump è tutt’altro: un uomo che scambia il capriccio per strategia, l’istinto per raffinata teoria, la propria immagine riflessa per una dottrina di politica estera. Chi parla di “strategia del matto” per descrivere Trump non coglie l’essenziale: che qui non c’è alcuna strategia. C’è solo il matto.
Ma forse bisognerebbe farsene una ragione. In fondo, siamo nel Paese in cui si vendono decine di migliaia di copie di libri scritti da Roberto Vannacci e Alessandro Di Battista, due che alla complessità del mondo preferiscono la carezza semplice e consolatoria del proprio ego. Se ci si affida a loro per capire Nixon, Trump o qualsiasi cosa stia a metà tra storia e politica globale, allora sì, certo: tutto sembrerà uguale. E la “strategia del matto” diventerà l’etichetta buona per ogni occasione, come le frasi fatte nelle copertine dei settimanali da spiaggia. Per tutti gli altri — per chi ha ancora un minimo di rispetto per la storia e per la ragione — il discorso è diverso. E più chiaro.
Trump non è Nixon. E non lo sarà mai.
(Roberto De Santis)
Prompt:
intro: Negli ultimi anni alcuni commentatori italiani hanno sostenuto che Donald Trump applichi la famosa “strategia del matto” di Richard Nixon. Questa idea è completamente sbagliata e nasce da un luogo comune frutto di pigrizia intellettuale. Per capire perché, basta guardare alla storia.
parte 1: La “strategia del matto” fu usata da Nixon solo tra il 1970 e il 1972 per costringere il Vietnam del Nord a tornare al tavolo delle trattative. Culminò nell’Operazione Linebacker II, una serie di bombardamenti devastanti e nel minamento del porto di Haiphong. Ma Nixon non era un pazzo: era un abile stratega. Capì che URSS e Cina non erano un blocco monolitico e sfruttò le loro divisioni, aprendo alla Cina senza rompere con la NATO. Questa mossa, insieme alla distensione con Mosca, portò agli accordi di Parigi e alla fine del coinvolgimento americano in Vietnam. Un passo decisivo nella Guerra Fredda.
parte 2: Al contrario, Donald Trump non ha nulla in comune con Nixon. Non è un genio della diplomazia, ma un leader incompetente, narcisista e circondato da incapaci. Sta distruggendo l’ordine mondiale postbellico, si fa manipolare da Putin e Xi Jinping e pensa di spartirsi il mondo come un mafioso di terza categoria. In realtà, sta guidando il “suicidio assistito” di una superpotenza, con conseguenze dirette anche per l’Europa.
parte 3: Richard Nixon, pur moralmente discutibile, era intelligente e strategico. Trump è tutt’altro. Quando qualcuno vi dice che Trump usa la “strategia del matto”, sappiate che è un luogo comune privo di fondamento.
parte 4: A meno che non siate quel tipo di persona che ritiene autorevoli Roberto Vannacci, Alessandro Di Battista e i loro libri, naturalmente.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisco dove ritengo necessario.
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