Globalize the Intifada: cronaca di un odio annunciato

Mentre scrivo, le generalità dell’assassino che ha aperto il fuoco ad una celebrazione di Hanukkah a Bondi Beach, Australia, restano ignote. Dodici morti. Dodici. Un numero che diventa presto un titolo, poi una riga, poi silenzio. Un estremista, poco ma sicuro. La parola è comoda: estremista. Isola, rassicura, sterilizza. Fa credere che il problema sia una deviazione individuale, non un clima. E invece il clima c’è. È denso. È saturo. Ed è con noi da mesi.

Dall’ottobre 2023 assistiamo a una catena ininterrotta di violenze antisemite. Non è fatta solo di sangue, ma di parole, omissioni, giustificazioni, silenzi studiati. L’odio non si presenta sempre col passamontagna: spesso arriva con un cartello ben stampato, un megafono, una nota a piè di pagina che spiega perché “in fondo” quel morto è diverso dagli altri.
Quello che viene chiamato “attivismo” o “resistenza” ha smesso, in troppi casi, di essere una critica politica ed è diventato una copertura ideologica. Un paravento. Dietro, l’odio antico che cambia slogan ma non sostanza. Gli ebrei non come cittadini, individui, esseri umani: gli ebrei come categoria colpevole per definizione.

Ho visto il massacro di civili trasformato in un dettaglio. In “contesto”. Ho visto i morti selezionati per appartenenza, non per umanità. Ho visto stupri diventare “accuse da verificare”, rapimenti ridotti a “strumenti di lotta”, bambini assassinati relegati a note marginali perché nati dal lato sbagliato della barricata.
È la riscrittura del vocabolario morale. Un’operazione chirurgica: si tolgono le parole che fanno male, si sostituiscono con formule tiepide, accademiche. Non è più violenza, è “reazione”. Non è più terrorismo, è “resistenza asimmetrica”. Non è più antisemitismo, è “antisionismo radicale”. Il risultato è sempre lo stesso: la vittima scompare, resta solo l’ideologia.

Dietro le manifestazioni, gli slogan, le occupazioni, le università in fiamme, le sinagoghe presidiate come fossero obiettivi militari e i cimiteri profanati, scorre un unico filo. Non sono episodi isolati. Non sono “mele marce”. È un sistema.
La legittimazione morale dell’antisemitismo come posizione politica accettabile. Una pedagogia della giustificazione che insegna a odiare con buone maniere. Che spiega ai giovani che l’odio è giusto, purché diretto contro il bersaglio corretto. È così che l’odio diventa normale. È così che smette di fare scandalo.

Molti sanno. Giornalisti, politici, docenti universitari, leader di opinione. Sanno benissimo cosa sta accadendo. Eppure non parlano, o parlano senza dire, o dicono tutto tranne l’essenziale.
Perché non chiamano l’antisemitismo con il suo nome? Perché non tracciano una linea morale invalicabile? Perché sono compromessi. Non con uno Stato, ma con il proprio campo. Con il consenso, con l’applauso del pubblico giusto, con la paura di essere espulsi dalla tribù.
È più facile condannare “ogni forma di odio” — formula passepartout — che dire: questo è antisemitismo. Punto.

L’intellettuale, almeno in teoria, non dovrebbe avere nulla da perdere. E invece ha molto da perdere: la reputazione nel proprio ambiente, la carriera, l’accesso ai palchi. Così, quando rompe il patto, diventa un traditore.
La verità, però, è semplice e brutale: una parte della sinistra ha scelto di sacrificare gli ebrei sull’altare di una causa che ritiene più grande. Ha abbandonato l’universalismo per una morale tribale. Ha deciso che i diritti umani non sono uguali per tutti, ma dipendono dall’identità del colpevole e della vittima.
È una scelta politica. E come tutte le scelte politiche, produce conseguenze.

“Globalize the Intifada”, dicevano. Ecco: l’avete globalizzata.
Ora l’intifada è globale. Arriva nelle sinagoghe australiane, nelle scuole europee, nelle strade occidentali. Arriva armata di slogan prima, di armi poi.
Io sapevo — l’ho sempre saputo — che sarebbe finita così. Perché quando normalizzi l’odio, qualcuno prima o poi lo prende sul serio. Quando insegni che la violenza è giustificabile, qualcuno smette di giustificare e comincia ad agire.
“Attento a ciò che desideri, potrebbe avverarsi.”
Sarei curiosa di conoscere la percentuale dei pentiti. Temo sia minima. Perché ammettere l’errore significherebbe guardare negli occhi quei dodici morti e dire: non sono stati un incidente. Sono stati una conseguenza.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: mentre scrivo, sono ancora ignote le generalità dell'assassino che ha aperto il fuoco sulla sinagoga in Australia, uccidendo dodici persone. Un estremista, poco ma sicuro.

parte 1: È dall’ottobre 2023 che vediamo scorrere sotto i nostri occhi una lunga catena di violenze antisemite. Non è fatta solo di sangue, ma di parole, omissioni, giustificazioni, silenzi. Quello che spesso viene chiamato “attivismo” o “resistenza” è diventato, troppo spesso, una copertura ideologica per l’odio contro gli ebrei, ovunque essi siano.

parte 2: Ho visto il massacro di civili trasformato in un dettaglio, in una nota a piè di pagina, in un semplice “contesto”. Ho visto i morti selezionati per appartenenza, non per umanità. Ho visto la riscrittura del vocabolario morale, per cui rapire, stuprare, massacrare non sono più tali, purché l’autore sia collocato dalla parte “giusta” della Storia.

parte 3: Dietro le manifestazioni, gli slogan, le occupazioni, le università in fiamme, le sinagoghe presidiate e i cimiteri profanati, scorre un unico filo: la legittimazione morale dell’antisemitismo come posizione politica accettabile. Non sono episodi isolati. Non sono “mele marce”. È la normalizzazione dell’odio, sostenuta da una pedagogia della giustificazione.

parte 4: Molti sanno. Giornalisti, politici, docenti universitari, leader. Eppure non parlano, o parlano senza dire, o dicono tutto tranne l’essenziale. Perché non chiamano l’antisemitismo con il suo nome? Perché non pongono un limite morale invalicabile? Perché sono compromessi — non con lo Stato, ma con l’appartenenza ideologica, con il consenso del proprio campo.

parte 5: L’intellettuale, invece, non dovrebbe avere nulla da perdere. Ma nel momento in cui rompe il patto, nel momento in cui nomina l’odio, diventa un traditore. Eppure la verità è semplice: c’è una parte della sinistra che ha scelto di sacrificare gli ebrei sull’altare di una causa che crede più grande. Ha rinunciato all’universalismo per una morale tribale.

parte 6: Globalize The Intifada, dicevano. Ecco, ora la vostra intifada è globale. Ecco cosa volevate. Io sapevo, l'ho sempre saputo che sarebbe finita così. Si dice, spesso, "attento a ciò che desideri, potrebbe avverarsi." Sarei curiosa di sapere la percentuale di pentiti, perché immagino sia esigua.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte5, parte 6; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente, graffiante, ironico. Rendilo immersivo.

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Un commento

  1. La cosa forse peggiore è che l’antisemitismo fuori controllo legittima, in qualche modo, l’opinione degli estremisti sionisti (che esistono, si badi bene, come noi abbiamo Calderoli in Israele avranno pur qualcuno che ha in uggia tutti i goy).

    Come si fa ora a dirgli “no, non è vero che il mondo è pieno di antisemiti che minacciano la sicurezza degli ebrei in ogni posto e luogo, e il sionismo più estremo e violento è solo legittima difesa”?

    Mi sa che, se il mondo non era pieno di antisemiti, per essere arrivati qui era almeno pieno di gente a cui l’antisemitismo non dava così fastidio.

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