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Riusciremo a leggere notizie scritte in modo adulto, un giorno molto lontano. Forse. Sinceramente, ho perso le speranze. Ogni fatto di cronaca, soprattutto quando incrocia una divisa, un’arma e un morto, sembra destinato a diventare una rissa condominiale in cui nessuno ascolta, tutti urlano e qualcuno lancia il vaso dal balcone. Prendiamo l’ennesimo caso che ha scosso l’opinione pubblica: un agente che uccide un uomo durante un controllo. Tempo poche ore e la realtà viene archiviata, catalogata, semplificata, ridotta a meme morale. Fine delle operazioni di pensiero.

Le due curve, stesso stadio

Da una parte, l’urlo del buonismo a oltranza: “Il poliziotto non doveva sparare, punto!”. Una frase che ha il pregio della chiarezza e il difetto di vivere in un mondo fiabesco, dove le decisioni si prendono con il tè caldo e la coperta sulle ginocchia, non in pochi secondi, sotto stress, con l’adrenalina che galoppa e la paura che morde.

Dall’altra parte, il controcanto altrettanto sgangherato: “Era un pregiudicato, se l’è meritato”. Qui la giustizia diventa una sorta di karma da bar sport, una contabilità morale spicciola in cui il passato penale funziona come una condanna preventiva e retroattiva. Un’etichetta appiccicata addosso che, nella narrazione di certi commentatori, trasforma una morte in un fastidioso dettaglio burocratico.

Due curve opposte, stesso stadio: zero complessità, molto rumore, applausi a comando.

Il dettaglio che dettaglio non è

Dalle prime ricostruzioni, il punto centrale sembra piuttosto chiaro: l’uomo ha estratto una pistola. Il fatto che fosse caricata a salve è un dettaglio tragico, enorme, devastante, ma anche irrilevante in quel preciso istante. Perché nella percezione di un agente sotto stress, quel dettaglio non esiste. Non può esistere.

Un’arma estratta durante un controllo viene letta come una minaccia immediata e potenzialmente mortale. Non c’è il tempo per l’analisi balistica, né per un seminario sulla distinzione tra pistole vere e finte. C’è una frazione di secondo in cui si reagisce a ciò che si vede e a ciò che si teme.

Questo non rende automaticamente giusta ogni reazione, ma la rende comprensibile. E comprendere, in un dibattito pubblico ormai allergico alle sfumature, sembra un atto rivoluzionario.

I precedenti non sparano

Se quell’uomo non avesse estratto nulla, i suoi precedenti penali non avrebbero mai giustificato uno sparo. Né giuridicamente, né moralmente, né secondo il più elementare buon senso. La legge non funziona come una lista nera da cui attingere al bisogno, e nemmeno come una roulette morale.

A determinare la risposta non è la presunta “cattiveria” di chi sta davanti, né il suo curriculum giudiziario. È l’azione immediata, percepita come pericolosa. Questo è un punto che sfugge sistematicamente a chi ama dividere il mondo in buoni e cattivi, magari con un comodo post sui social e un’emoji indignata.

I precedenti non sparano. I gesti sì.

Il circo mediatico e i suoi domatori

Che le persone prendano parte, tifino, urlino, è quasi fisiologico. Non mi entusiasma, ma è umano. Molto meno digeribile è vedere l’informazione – quella che ama definirsi “vera” – adottare lo stesso linguaggio delle peggiori pagine Facebook dai nomi pittoreschi e inquietanti: “Tutti i crimini degli immigrati”, “Abbasso i negri”, “Casalpusterlengo Calibro 9”.

Quando titoli, commenti e ricostruzioni strizzano l’occhio a quel pubblico, non stanno informando. Stanno partecipando con entusiasmo al circolo vizioso della polarizzazione, perché la rabbia fa clic, l’odio fidelizza e la complessità annoia.

È un cedimento culturale prima ancora che professionale. E fa molti più danni di una presa di posizione dichiarata.

Il grigio, questo sconosciuto

A questo punto, forse, conviene provare a fare un gesto controcorrente: leggere i fatti per quello che sono. Situazioni complesse, dolorose, dove il bianco e il nero si mescolano in una quantità imbarazzante di grigio.

Capire non significa giustificare. Significa, più modestamente, rifiutare la narrazione tossica che trasforma ogni tragedia in un processo sommario da social network. Significa rispettare la verità giudiziaria, che richiede tempo, e le persone coinvolte, che meritano qualcosa di meglio di un hashtag.

Il pensiero adulto non è neutro, non è freddo, non è indifferente. È semplicemente meno urlato. Ed è proprio per questo che, temo, continuerà a essere merce rara.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: riusciremo a leggere notizie scritte in modo adulto, un giorno molto lontano. Forse. Sinceramente, ho perso le speranze. Prendiamo il caso di cronaca che ha scosso l'opinione pubblica: l'agente che ha ucciso un uomo durante un controllo.

parte 1: Da una parte, c’è chi urla al buonismo a oltranza: “Il poliziotto non doveva sparare, punto!” – come se la scelta di usare la forza fosse sempre sbagliata, a prescindere dal contesto. Dall’altra, c’è chi sventaglia il curriculum penale della vittima, dicendo: “Era un pregiudicato, se l’è meritato” – trasformando la giustizia in una questione di etichette.

parte 2: Dalle prime ricostruzioni, sembra che il nucleo cruciale sia stato questo: l'uomo ha estratto una pistola. Il fatto che poi si sia scoperto essere caricata a salve è un dettaglio tragico e cruciale, ma che in quel momento, nella percezione dell'agente sotto stress, non poteva essere noto. La reazione è scattata di fronte a un gesto interpretato come una minaccia mortale immediata.

parte 3: Se l’uomo non avesse estratto nulla, i suoi precedenti penali da soli non avrebbero mai giustificato uno sparo. La legge, e il buon senso, non funzionano così. È l’azione immediata e percepita come pericolosa che determina la risposta, non la "cattiveria" di chi la compie.

parte 4: ora, ci sta che la gente prenda parti, tifi, urli. Può non piacermi, ma siamo fatti così. Mi piace molto meno che l'informazione, quella vera e non le pagine Facebook tipo "Tutti i crimini degli immigrati", "Abbasso i negri" o "Casalpusterlengo Calibro 9", assecondi lo stesso linguaggio e anzi entri a far parte volentieri del circolo vizioso.

parte 5: proviamo noi, a questo punto, a recuperare la capacità di leggere i fatti per quello che sono: situazioni complesse, dove il bianco e il nero spesso si mescolano in molte sfumature di grigio. Capire non significa giustificare, ma almeno evitare di alimentare una narrazione tossica che nulla ha a che fare con la ricerca della verità giudiziaria e con il rispetto per tutte le persone coinvolte.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito.

Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo come se fossi lei. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo.

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