
C’è una superstizione molto diffusa, quasi commovente nella sua ingenuità: l’idea che l’intelligenza artificiale sia una specie di creatura eterea, capace di moltiplicarsi da sola come i pani e i pesci, senza bisogno di energia, capitali, catene di approvvigionamento e — dettaglio non trascurabile — clienti disposti a pagare.
È un errore che, lo ammetto, faccio anch’io per istinto: quando una tecnologia promette troppo, la tentazione è quella di guardare il prodigio e dimenticare il bilancio. Ma il bilancio, si sa, ha il pessimo vizio di presentarsi sempre alla fine della festa. E quando arriva, di solito porta con sé una domanda molto semplice: chi paga?
Nel caso dell’IA, la risposta non è affatto rassicurante. Dietro l’entusiasmo, le conferenze patinate e le parole magiche pronunciate con aria sacerdotale, si nasconde un’economia piena di tensioni. Costi enormi, ricavi ancora fragili, margini compressi, investimenti che sembrano costruiti più sulla fede che sulla redditività. E, come spesso accade nei cicli di innovazione, la parte più fragile non è la tecnologia in sé: è il racconto che le si costruisce attorno.
Costare moltissimo e rendere pochissimo
Il primo problema dell’IA è brutale nella sua semplicità: costa una fortuna e monetizza molto meno di quanto si immagini.
Addestrare un modello di frontiera richiede risorse immense. Servono infrastrutture, energia, talenti rari, chip specializzati, data center e una capacità industriale che somiglia più a quella di un’azienda pesante che a quella di una startup brillante. Poi, una volta addestrato, il modello va mantenuto, servito, aggiornato, difeso, reso disponibile a milioni di utenti che spesso lo utilizzano gratis o quasi.
Ed ecco il punto che molti preferiscono non guardare: il traffico non equivale ai profitti. Anzi, a volte li divora. Più utenti hai, più costi sostieni, e se una quota minima di quegli utenti passa a pagamento, il castello resta in piedi solo grazie a capitali esterni, speranze future e contabilità creativa. Una conversione bassa, soprattutto sotto certe soglie, non è un incidente: è un allarme.
Nel frattempo si è scatenata una guerra dei prezzi che ha un sapore quasi darwiniano. I modelli open source hanno abbassato drasticamente la barriera d’ingresso. Se una buona parte delle funzioni essenziali è disponibile quasi gratuitamente, il mercato dei servizi proprietari tende a trasformarsi in una corsa al ribasso. E quando i prezzi scendono più velocemente dei costi, i margini fanno la fine del ghiaccio al sole di luglio.
Le grandi piattaforme possono reggere l’urto perché hanno altre fonti di ricavo, altre linee di business, altri motori che continuano a macinare cassa. Le startup, invece, sono spesso costrette a inseguire una promessa che si muove più veloce della loro capacità di finanziarsi. In certi casi non stanno costruendo un’impresa: stanno semplicemente comprando tempo.
La bolla che tutti fingono di non vedere
Ogni stagione economica ha il suo linguaggio dell’autoassoluzione. Nei cicli rialzisti si parla di “nuovo paradigma”, di “cambiamento strutturale”, di “mercato ancora da esplorare”. Nel frattempo, gli investitori comprano sogni confezionati bene e sperano di rivenderli prima che qualcuno si accorga che il vestito era più costoso del contenuto.
Con l’IA il sospetto è forte: siamo in una fase che ricorda molto le grandi esagerazioni del passato. Il capitale è entrato a fiumi, i data center si moltiplicano, le GPU diventano un bene quasi strategico, e tutti si comportano come se la domanda futura fosse già scritta nel marmo. Ma la domanda reale, per ora, resta più prudente delle narrazioni.
Il problema non è che l’IA non produca valore. Lo produce, eccome. Il punto è che il valore non sempre arriva nella forma, nei tempi e nei volumi che giustificano l’oceano di denaro già riversato nel settore. Tra investimento e ritorno si è aperto un fossato. E nei mercati, i fossati non restano vuoti per molto: prima o poi qualcuno ci cade dentro.
Qui si vede una vecchia lezione dell’economia, una di quelle che le platee adorano dimenticare finché non arriva la correzione: l’entusiasmo non è un modello di business. Può alimentarlo per un po’, ma non sostituirlo.
Quando il conflitto entra nel conto economico
A rendere tutto più delicato interviene lo scenario di guerra che ha colpito il Medio Oriente, trasformando una fragilità industriale in una fragilità sistemica.
L’IA non vive nel vuoto. Vive in capannoni pieni di macchine, in reti elettriche, in supply chain globali, in filiere di componenti che attraversano continenti e mari. E quando il costo dell’energia sale, il primo riflesso non è ideologico: è finanziario. I data center sono divoratori seriali di elettricità. Se il prezzo dell’energia aumenta, i margini si assottigliano, i piani di espansione diventano più cauti, e i sogni di scala illimitata incontrano il muro della bolletta.
C’è poi il nodo dei chip e delle materie prime critiche. La produzione di semiconduttori dipende da un ecosistema complicatissimo, dove il guasto di un anello si trasforma rapidamente in un problema per tutto il resto. Se si interrompe una filiera, non si ferma solo una fabbrica: si rallenta un’intera architettura industriale. Ed è qui che la tecnologia mostra il suo lato meno romantico e più contabile: per quanto sofisticato sia il software, resta appeso a infrastrutture molto materiali. Metalli, gas, energia, logistica. La modernità non è immateriale. È solo ben nascosta.
In questo contesto, l’idea che l’IA sia un settore “leggero” appare quasi comica. Leggera? È un colosso che consuma elettricità, capitale, spazio fisico e stabilità internazionale. Altro che nuvola: qui siamo davanti a un edificio industriale travestito da magia.
I data center come bersagli
C’è poi un aspetto ancora più inquietante: la vulnerabilità fisica delle infrastrutture.
La retorica dei tempi felici immagina l’economia digitale come una sfera astratta, protetta, quasi intoccabile. In realtà basta poco per mostrare la sua fragilità. Un attacco, una minaccia credibile, un’interruzione delle vie energetiche, e l’intero castello comincia a tremare. I data center non sono idee: sono edifici pieni di hardware, raffreddamento, cavi, personale, vigilanza, batterie, interruttori e protocolli di emergenza. Hanno mura, porte, impianti, assicurazioni. E soprattutto hanno nemici possibili.
Quando una regione diventa instabile, gli investimenti non evaporano per filosofia: si ricalcolano. Si rimandano. Si spostano. O si riducono. È una forma di realismo che i mercati praticano con zelo quasi religioso. L’ottimismo è bello nei keynote; molto meno nei fogli Excel.
E qui si capisce un altro elemento importante: l’IA dipende da una geografia complessa, e quella geografia è tutt’altro che neutra. La concentrazione di infrastrutture, fornitori e capitali in pochi snodi rende il sistema potentissimo, ma anche vulnerabile. Basta una scossa nel posto sbagliato per ricordare a tutti che la resilienza non è un accessorio: è una voce di costo.
Il denaro del Golfo e la sua improvvisa fragilità
Per anni il settore dell’IA ha beneficiato di un enorme flusso di capitale proveniente da paesi ricchissimi di liquidità e affamati di diversificazione. Il ragionamento era semplice: finanziare la rivoluzione tecnologica significa comprare accesso al futuro. Un’operazione elegante, quasi scolastica nella sua logica.
Ma quando lo scenario regionale si deteriora, anche il denaro cambia umore. Gli impegni di investimento, le partnership, i fondi sovrani, i progetti infrastrutturali: tutto può essere rallentato, ridefinito, rinegoziato. Non serve una rottura totale per mettere in crisi una narrativa. A volte basta una discontinuità prolungata.
Ed è qui che l’immagine più onesta non è quella di un’esplosione, ma quella di una biforcazione. Da un lato, i grandi costruttori di infrastrutture — gli hyperscaler, se si vuole usare il lessico del settore — esposti in prima linea ai costi e ai rischi. Dall’altro, le aziende di software e di modelli, più leggere sul piano patrimoniale, più flessibili, più capaci di continuare a vendere servizio anche quando l’ambiente si fa ostile.
Non significa che siano al sicuro. Significa solo che il colpo non sarà uguale per tutti. E quando una bolla o una correzione arriva, non distribuisce le sue conseguenze in modo democratico. Colpisce prima chi è più esposto, poi chi è più lento, poi chi ha creduto di poter ignorare il rischio.
Come finisce?
Come finisce, davvero, è difficile dirlo. Chi vende certezze in questa fase sta probabilmente vendendo se stesso, non una previsione.
La sensazione, però, è abbastanza chiara. L’IA non sparirà. Sarebbe una conclusione troppo teatrale, e le economie raramente si concedono il lusso del teatro puro. Più probabile è una selezione dura: alcune aziende sopravvivranno e diventeranno ancora più grandi, altre si consumeranno nel tentativo di crescere troppo in fretta, altre ancora verranno assorbite, ridimensionate o semplicemente dimenticate.
Il boom non finisce sempre con un crollo spettacolare. A volte si sgonfia con il suono poco cinematografico di un bilancio che non torna. E questa, in fondo, è la vera minaccia per chi oggi racconta l’IA come una promessa senza attrito: non la fine della tecnologia, ma la fine dell’illusione che basti la parola “intelligenza” per giustificare ogni spesa.
L’esperienza, da parte mia, non mi rende ottimista. Ma mi rende attenta. E in tempi come questi, l’attenzione è già una forma di resistenza all’ubriacatura collettiva.
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: si pensa che l'IA sia una risorsa infinita che cresca in aria. E' un errore che faccio anch'io, come per tutte le cose che non capisco fino in fondo. Ma se guardiamo i numeri veri, l'economia dell'IA ha problemi strutturali grossi e poco raccontati. Ecco perché molti soldi che girano oggi potrebbero semplicemente sparire.
parte 1: Il primo problema è che l'IA costa una fortuna ma rende ancora pochissimo. Addestrare un modello come GPT-4 richiede tra i 50 e i 200 milioni di dollari, e farlo funzionare ogni giorno, rispondendo a milioni di domande, genera costi operativi altrettanto enormi. Più utenti hai, più soldi perdi, a meno che non li converti in paganti. E la maggior parte delle persone usa l'IA gratis. Il tasso di conversione al piano a pagamento è spesso sotto il 5%. Non è un business sostenibile, è un'illusione finanziaria. A peggiorare le cose c'è una guerra dei prezzi senza precedenti. Tutte le aziende fanno più o meno le stesse cose, e i modelli open source come Llama o Mistral sono quasi gratis e quasi altrettanto validi. Il risultato è che il prezzo dei servizi IA è crollato del 90% in appena diciotto mesi. Le aziende competono al ribasso, i margini di profitto svaniscono, e solo chi ha già altri business consolidati come Google, Meta o Microsoft può reggere l'urto. Le piccole startup, invece, sono destinate a bruciare.
parte 2: C'è poi il sospetto che siamo dentro una bolla simile a quella delle dot-com. Tra il 2023 e il 2025 sono stati investiti nell'IA oltre duecento miliardi di dollari, ma i ricavi reali del settore sono forse venti o trenta miliardi. Stiamo costruendo data center e comprando GPU come se la domanda fosse già certa, ma i clienti business non hanno ancora trovato use case così redditizi da giustificare questi costi. Molti investitori stanno scommettendo sul sogno, non sui numeri, e quando la sbornia passa i sogni costano cari.
parte 3: A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato la guerra in Iran, che ha trasformato le fragilità strutturali dell'IA in una vera e propria emergenza. Il conflitto ha colpito l'industria su due fronti: quello dell'energia e quello delle materie prime critiche. I data center, che già divorano elettricità in quantità industriali, hanno visto i costi energetici impennarsi, e visto che l'energia rappresenta circa la metà delle spese operative di un data center, ogni rincaro si traduce in margini che si assottigliano ulteriormente. Ma il problema più grave riguarda la filiera dei chip. La produzione di semiconduttori dipende in modo critico da materiali come l'elio, e il Qatar da solo fornisce più di un terzo dell'elio mondiale, un gas indispensabile per raffreddare i macchinari durante la fabbricazione dei chip. Con l'attacco ai terminali qatarioti, la produzione si è fermata e gli esperti dicono che servirebbero dai quattro ai sei mesi per ripristinare la supply chain anche se la produzione riprendesse domani. A ciò si aggiunge che l'ottanta per cento dei chip avanzati del mondo viene prodotto da TSMC a Taiwan, e Taiwan dipende dal Medio Oriente per gran parte del proprio fabbisogno energetico e di materie prime. Il risultato è che aziende come Samsung e SK Hynix hanno già visto crollare le proprie azioni del venti per cento, e gli analisti stimano che la sola industria dei semiconduttori coreana potrebbe perdere tra il quindici e il venti per cento della produzione annuale a causa della carenza di elio.
parte 4: C'è poi un aspetto ancora più inquietante che riguarda la sicurezza fisica delle infrastrutture. La guerra in Iran ha trasformato i data center in obiettivi militari. Le guardie della rivoluzione iraniana hanno pubblicamente minacciato di colpire gli impianti di aziende come Google, Microsoft, Amazon, Nvidia e Oracle nella regione del Golfo. E non sono solo parole: un attacco con droni ha già colpito due strutture di AWS a marzo, mandando in tilt servizi bancari e piattaforme digitali in tutti gli Emirati. Nella regione ci sono attualmente oltre settanta data center attivi e trenta miliardi di dollari di progetti in costruzione, e tutto questo è improvvisamente diventato un bersaglio. Per capire la posta in gioco basti pensare che Microsoft, Amazon, Google e Meta avevano in programma di spendere circa 635 miliardi di dollari nel 2026 per data center e infrastrutture IA, e gran parte di questi investimenti è ora esposta a rischi geopolitici che nessuna polizza assicurativa copre perché i danni da guerra sono generalmente esclusi.
parte 5: La guerra in Iran sta inoltre mettendo in discussione i giganteschi finanziamenti provenienti dal Golfo che hanno alimentato la corsa all'IA. Si parlava di impegni per duemila miliardi di dollari da parte dei paesi del Medio Oriente, soldi che ora sono improvvisamente a rischio. E c'è una cruda ironia in tutto questo: gli stessi paesi che stavano finanziando la rivoluzione dell'IA si trovano ora al centro di un conflitto che rischia di distruggere le infrastrutture su cui quell'industria si regge. Non è un caso che gli analisti parlino di un "dirottamento" dell'economia dell'IA: l'effetto più probabile non è la fine del boom, ma una sua brutale divisione in due. Da un lato i costruttori di infrastrutture, i cosiddetti hyperscalers come Amazon, Google e Microsoft, che si trovano esposti in prima linea agli aumenti dei costi energetici e ai rischi bellici. Dall'altro le aziende di software come OpenAI e Anthropic, che seppur dipendenti dai data center, hanno margini migliori, contratti più stabili e possono comunque far funzionare i loro modelli anche se l'addestramento di quelli nuovi viene rallentato.
parte 6: come finirà? Difficile a dirlo. L'esperienza non mi porta ad essere ottimista, però.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisco dove necessario.
Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo.
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Mi sta tornando in mente in questi giorni La Guerra degli Antò, film di formazione ambientato ai tempi della prima Guerra del Golfo, che vidi principalmente perché mi ero innamorato di Regina Orioli in Ovosodo.
C’è una scena in cui i punk di provincia abruzzesi dibattono con un intellettuale della Bologna bene. Quest’ultimo insiste che “la prossima guerra sarà combattuta per l’acqua”, mentre gli abruzzesi sostengono che “no, sarà combattuta come sempre per il petrolio”.
Due secondi dopo passano in TV le prime immagini della Guerra del Golfo.
Da cui quello che chiamo il Rasoio di U’Port: in mancanza di energia infinita o quasi, il controllo dell’energia e il prezzo dell’energia determinano tutto il resto, compresi i conflitti per accaparrarselo.
In seconda vengono i materiali grezzi, in terza le capacità produttive, infine le applicazioni, in una catena in cui i primi sono il collo di bottiglia dei secondi.
Negli ultimi tempi la narrazione sulle AI aveva completamente dimenticato i piani bassi della piramide: la gamma di pensiero andava da “la prossima guerra sarà quella delle AI contro l’uomo” a “la prossima guerra sarà per accaparrarsi i chip”.
E invece.
I tempi che si prospettano come conseguenza della terza Guerra del Golfo vedranno gli investitori molto più conservativi rispetto ai propri portafogli: chi finanzieranno tra l’ennesima startup del metaverso AI e un produttore di droni, se non di fucili vecchio stile?
Gli LLM resteranno uno strumento utilissimo nella cassetta degli attrezzi dell’ingegneria, almeno finché qualcuno terrà un backup dei modelli da qualche parte e i pesi non andranno ricalcolati da zero in locale.
Scrivere interfacce è sempre stata una rottura di scatole…
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