Decifrare le Immagini: Propaganda e Sensazionalismo

Da fotografa professionista, un minimo di linguaggio delle immagini lo riconosco. E ho studiato abbastanza propaganda da sapere che, quando un’immagine è “troppo perfetta”, non è mai innocente. Una copertina, in questi casi, non la guardi: la radiografi. La smonti pezzo per pezzo, come si fa con un ordigno. Perché sì, le immagini possono essere esattamente quello: dispositivi costruiti per colpire, orientare, insinuare.

La copertina de L’Espresso con quel soldato dall’aspetto stereotipato “da ebreo” — ghigno malefico, peyot, aria caricaturale — che incombe su una donna palestinese, a prima vista sembrava uscita da un archivio che credevamo sepolto nel Novecento. Un’immagine così scopertamente sbilanciata da risultare quasi didascalica: il “cattivo” reso mostruoso, la vittima resa fragile. Un linguaggio visivo che non ha bisogno di spiegazioni, perché lavora direttamente sugli stereotipi più sedimentati. Troppo perfetta, appunto. E quando è così perfetta, bisogna fermarsi. Respirare. E verificare.

Il primo passaggio è stato banale, quasi meccanico: ricerca inversa. TinEye. Risultato? Zero. Nessuna corrispondenza su un database che indicizza decine di miliardi di immagini. Non compare in archivi fotografici seri, non è tracciabile in agenzie, non ha una storia editoriale verificabile. Esiste solo in un limbo digitale fatto di forum, social, rimbalzi senza fonte. Tradotto: non è una fotografia nel senso giornalistico del termine. È un oggetto visivo privo di genealogia. E quando un’immagine non ha genealogia, non è documentazione. È costruzione.

A quel punto ho fatto quello che oggi fanno tutti, nel bene e nel male: ho interrogato anche un modello di IA, giusto come primo filtro. La risposta è stata prudente: probabilmente non generata da intelligenza artificiale, ma con tratti sospetti di messa in scena. Ed è qui che la questione si fa interessante. Perché il problema non è solo “è vera o è falsa?”. Il problema è: cosa sta cercando di essere? Un documento? Un’illustrazione? Una fotografia costruita per sembrare spontanea? Il fatto che non esista un autore, un contesto, una data, la rende inutilizzabile come prova di qualsiasi realtà. Ma perfetta come strumento narrativo.

Poi arriva la parte più divertente — se così si può dire — quella in cui l’immagine si tradisce da sola. La crestina del soldato sembra uscita da una caricatura d’epoca. Le peyot sono sbagliate: realizzate con capelli lunghi mentre le basette appaiono troncate, una contraddizione che per un ebreo osservante è semplicemente impossibile. Nessuna barba, quando invece in certi ambienti religiosi è tutt’altro che opzionale. L’hijab della donna richiama modelli nordafricani più che palestinesi. La prospettiva non torna: lei appare sproporzionata, quasi miniaturizzata rispetto al resto della scena. E poi il vuoto. Nessun contesto riconoscibile, nessun dettaglio ambientale che ancorI l’immagine a un luogo reale. Anche la divisa e l’arma sollevano più di un sopracciglio — e qui sì, chi ha esperienza diretta saprebbe probabilmente dire molto di più. Ma già così, il quadro è chiaro: non siamo davanti a una fotografia che racconta. Siamo davanti a un’immagine che costruisce.

E cosa costruisce? Una narrazione vecchia come il mondo, rifinita con strumenti contemporanei. Il richiamo a certo immaginario antisemita novecentesco è fin troppo evidente: la figura dell’ebreo resa grottesca, minacciosa, quasi disumanizzata. Un’estetica che credevamo relegata ai manifesti più bui del secolo scorso, riportata in vita con una patina “editoriale”. E qui sta il punto politico, prima ancora che giornalistico. Quando una testata come L’Espresso pubblica un’immagine del genere, le possibilità sono due. O non ha verificato — ed è già grave. O ha verificato e ha deciso che andava bene lo stesso — ed è peggio.

Perché a quel punto non stai più informando. Stai usando un’immagine che “sembra vera” per confermare ciò che il tuo lettore è già predisposto a credere. È propaganda raffinata, con pedigree culturale. Non urla, non si presenta come tale, ma lavora sotto traccia, sfruttando codici visivi profondi. Ed è proprio questo che la rende efficace — e pericolosa.

Il consiglio, in questi casi, resta sempre lo stesso: meno reazioni di pancia, più analisi. Le immagini non sono mai neutre, ma alcune sono costruite per sembrarlo. E quando una copertina ti dà esattamente quello che ti aspettavi di vedere, forse non è perché racconta la realtà. Forse è perché qualcuno l’ha progettata per farlo.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: Da fotografa professionista, un minimo di linguaggio delle immagini lo riconosco. E ho studiato la storia e i meccanismi della propaganda. Quando unisci queste due cose, una copertina non la guardi, la radiografi.

parte 1: La copertina de l'Espresso con un soldato dall’aspetto stereotipato “da ebreo” (ghigno malefico, peyot, aspetto trasandato) che scruta una donna palestinese mi era sembrata un capolavoro di antisemitismo becero, quasi da manuale nazista. Ma poi ho deciso di fare un controllo, perché certe immagini troppo perfette puzzano.

parte 2: Ho sottoposto l’immagine a TinEye, e il risultato è stato zero corrispondenze su oltre 83 miliardi di immagini indicizzate. Nemmeno una. Non compare in nessun archivio fotografico serio, come Getty, agenzie o giornali. La si trova solo in forum e social, senza fonte verificabile.

parte 3: Ho chiesto anche a ChatGPT, come primo filtro. La risposta è che l’immagine è molto probabilmente reale, non generata da AI, ma potrebbe essere una foto costruita o messa in scena, dato che l’espressione del soldato appare caricata, quasi teatrale. E, soprattutto, non esiste alcuna fonte verificabile: nessun fotografo, nessun contesto, nessuna data. Questo la rende di fatto inutilizzabile come documento di un evento reale.

parte 4: Guardando meglio, ho notato una serie di incongruenze grottesche. La crestina sulla testa del soldato sembra uscita da una cameriera di famiglia borghese anni Cinquanta. Le peyot sono fatte con i capelli lunghi, non con le basette, che invece sono troncate: per un ebreo osservante è vietatissimo, e quindi inesistente nel mondo reale. Inoltre non c’è barba, mentre gli ultraortodossi la portano lunga e incolta. L’hijab della donna è di tipo algerino, non palestinese. La posizione della sua testa è strana. La prospettiva e l’altezza non tornano: la donna sembra lontana e bassissima, poco più di un metro e quaranta, ma il resto del suo corpo non regge. Manca totalmente ogni contesto riconoscibile: nessuna bandiera, nessun paesaggio tipico. Infine, anche la divisa e il mitra suscitano perplessità. Se dovesse passare di qui l’amico che ha prestato servizio in Tsahal, potrebbe aggiungere qualcosa; io non ho le competenze, ma il dubbio resta.

parte 5: siamo davanti a un esempio di propaganda antisemita vintage stile "Suss l'Ebreo", che l’Espresso ha pubblicato senza la minima verifica. O forse l’ha verificata e non gliene importava? In entrambi i casi è gravissimo. Una sinistra moderata (l’Espresso è area PD, non estrema) che abbraccia acriticamente un’immagine così costruita, con tutti i cliché antisemiti del primo Novecento, non sta facendo informazione. Sta facendo disinformazione con pedigree culturale. Che comunque "sembra vera" e conferma tutti i pregiudizi dei tuoi lettori.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo. 

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Un commento

  1. Davvero non capisco come sia possibile che i falchi più intransigenti di Israele credano che Israele sia l’unico posto al mondo dove un ebreo possa essere veramente sicuro e che l’annientamento sistematico e preventivo di tutte le minacce, anche solo teoriche, ad Israele sia l’unico modo di garantirne la sopravvivenza.

    L’antisemitismo è roba vecchia, non siamo mica nell’Ottocento.
    Poi dopo l’esperienza della Germania nazista dovremmo avere capito: il mondo è ormai vaccinato contro l’antisemitismo.

    Poi sì vabbè copertine, ma le copertine dell’Espresso sono sempre state pungenti, al di fuori della finestra dell’accettabilità; le persone normali non sono antisemite, nessuno fa discorsi antisemiti al bar.

    Ah, no?
    Ops.

    Comunque fa bene Guido Vitiello nel suo trafiletto su Il Foglio a citare Umberto Eco e ricordare ai difensori de L’Espresso che forse dovevano stare più attenti quando frequentavano il DAMS, tra un’occupazione e l’altra, perché cadono sulle basi della semiotica.

    Ho molto apprezzato anche questo recente intervento, che a mio parere c’entra: https://www.doppiozero.com/umberto-eco-guerriglia-semiologica

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