Forse abbiamo sbagliato data

Ogni anno la solita pantomima: il 25 aprile dobbiamo tutti metterci d’accordo su una sintesi antifascista che non esiste, non è mai esistita e probabilmente non esisterà mai. C’è chi la vive come una seconda Pasqua laica, chi la subisce come un tributo da pagare con il broncio, chi la svuota di senso con la solita uscita da salotto: “e se invece parlassimo della pace universale?”. Il risultato è sempre quello: il 25 aprile è diventato un campo minato dove nessuno dice più quello che pensa davvero. Oppure lo dice fin troppo e ne fa una bandiera da sventolare con l’aria di chi ha appena scoperto la morale.

Allora, da italiano vero, faccio una proposta rivoluzionaria: aboliamo il 25 aprile. Sostituiamolo con l’8 settembre. L’8 settembre 1943. La disfatta, il delirio, il capolavoro del “sistema Italia”. Pensateci bene: quella data racchiude tutto il nostro autentico spirito nazionale quando la storia bussa alla porta e chiede serietà. E noi, puntualmente, rispondiamo con una smorfia, una fuga e un malinteso collettivo. Lo dico con affetto, sia chiaro. Ma anche con una certa precisione clinica.

Perché l’8 settembre non è solo una data: è un ritratto. È l’istante in cui il Paese si scopre nudo, senza scenografia, senza lustrini, senza il trucco del giorno di festa. Il re e Badoglio che abbandonano Roma nottetempo, lasciando esercito e popolo allo sbaraglio, sono l’immagine perfetta di un’Italia che da secoli si affida ai vertici per poi scoprire che i vertici, appena il vento cambia, pensano prima a sé stessi. In Italia scappano sempre i piani alti. Poi, con mirabile tempismo, riappaiono dopo la tempesta, pronti a raccontare che in fondo avevano previsto tutto.

E qui si apre il capitolo più italiano di tutti: il trasformismo. Mezzi generali, alti burocrati, gerarchi di serie B che in quarantotto ore passano da “Duce, comandaci!” a “Noi abbiamo sempre avuto sensibilità per il dialogo con gli Alleati”. Una metamorfosi da teatro di provincia, ma con effetti storici. E indovinate un po’? Molti di loro fecero brillanti carriere nel dopoguerra. Perché da noi la coerenza è spesso considerata una qualità sospetta, quasi un difetto di cattivo gusto. Il vero talento nazionale è sapersi riallineare in tempo, cambiare lato del tavolo senza rovesciare il bicchiere, conservare il posto mentre la casa brucia. Non è ipocrisia: è arte. È mestiere. È un’Accademia del sopravvivere.

Poi c’è la parte più tragica e, insieme, più grottesca: quelli che restano con Mussolini nella Repubblica di Salò, che continuano a combattere per chi li ha già usati come carne da cannone e poi come comparsa finale di una tragedia già scritta. Anche lì, l’Italia dà il meglio di sé: soldati senza ordini che si accusano a vicenda di viltà, civili che si odiano per una manciata di farina, partigiani e fascisti che si ammazzano mentre i tedeschi rastrellano e dettano la linea del terrore. Il capolavoro? Invece di unirsi contro chi li ha ridotti così, si fanno la guerra tra poveri. Quanto è italiano, tutto questo? Più di un talk show nel pomeriggio, più di una riunione di condominio, più di certe discussioni da bar in cui ognuno è generale, stratega e martire a comando.

E allora sì, l’8 settembre sarebbe perfetto perché non chiede ipocrisie. Non impone santini, non obbliga a scegliere tra retoriche opposte, non pretende di farci credere che siamo un popolo lineare, disciplinato, coerente. L’8 settembre ci mette davanti allo specchio senza filtri: non celebra eroi perfettini né vittime senza macchia. Celebra noi. Noi che, quando il barcone affonda, ci accapigliamo per il posto in scialuppa; poi, una volta in salvo, ci vantiamo di essere scampati per merito nostro e magari sputiamo su quelli rimasti a bordo perché “non hanno saputo nuotare”. Un popolo capace di dare lezioni a sé stesso mentre sta ancora cercando gli occhiali.

Festeggiare l’8 settembre sarebbe il giorno dell’autoironia nazionale. Niente inni, niente parate, niente retorica da prefazione ministeriale. Solo un grande, collettivo: “Sì, siamo stati anche questo”. Un aperitivo al ribasso, una risata amara, una stretta di spalle e via. Per una volta, senza fingere di essere migliori. Per una volta, senza travestire la nostra fragilità da epopea.

E naturalmente va detto: l’8 settembre non è solo fuga, caos e vergogna. È anche l’inizio di un’altra Italia. È il momento in cui molti dissero “no” e si rimboccarono le maniche. I partigiani, i soldati che rifiutarono la resa, chi nascose gli ebrei, chi scelse di non piegarsi: questi non sono un dettaglio, sono la dignità dentro il disastro. Ma guarda caso, quelli lì non sono quasi mai diventati il simbolo dell’italiano medio. Perché l’italiano medio, quando può scegliere, preferisce il trasformista furbo all’eroe scomodo. L’eroe scomodo costa, obbliga, mette in crisi. Il furbo invece consola, si adatta, promette di non disturbare troppo il manovratore.

Ecco perché l’8 settembre è più onesto del 25 aprile, almeno come specchio. Il 25 aprile chiede di essere all’altezza di una memoria civile che spesso fingiamo di condividere ma che poi usiamo a corrente alternata, secondo convenienza. L’8 settembre invece non chiede di essere migliori. Ci dice: guardatevi. Guardate il vostro vizio antico di lasciare che decidano gli altri, per poi indignarvi del risultato. Guardate la vostra tendenza a confondere il patriottismo con la sceneggiata, il coraggio con la parola d’ordine, la memoria con il rituale.

Quindi, caro 25 aprile, mi spiace. Tu pretendi che siamo migliori di quello che siamo. L’8 settembre, invece, ci accoglie per quello che siamo stati e, ahimè, ogni giorno dimostriamo di essere ancora: un Paese capace di slanci straordinari e di bassezze micidiali, di eroismi veri e di viltà da manuale, di grandezza e di commedia. Almeno con l’8 settembre non dovremmo litigare su chi è stato più antifascista al pranzo di famiglia. E sarebbe già un piccolo miracolo nazionale.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: Ogni anno la solita pantomima: il 25 aprile dobbiamo tutti metterci d’accordo su una sintesi antifascista che non esiste, non è mai esistita e probabilmente non esisterà mai. C’è chi la vive come una seconda Pasqua laica, chi la subisce come un obbligo da saldare con fastidio, chi la svuota di senso con "e se invece parlassimo della pace universale?". Il risultato è che il 25 aprile è diventato un campo minato dove nessuno dice più quello che pensa veramente. O lo dice fin troppo e ne fa un vessillo.

parte 1: Allora, da italiano vero, faccio una proposta rivoluzionaria: aboliamo il 25 aprile. Sostituiamolo con l'8 settembre. L’8 settembre 1943. La disfatta, il delirio, il capolavoro del "sistema Italia". Pensateci un attimo. Quella data racchiude tutto il nostro autentico spirito nazionale di fronte alla tragedia. E lo dico con affetto, eh.

parte 2: Il re e Badoglio che abbandonano Roma nottetempo, lasciando esercito e popolo allo sbaraglio. Perfetto. In Italia scappano sempre i vertici. Poi magari riappaiono dopo la tempesta con un colpo di teatro. Non vi ricorda niente? Mezzi generali, alti burocrati e gerarchi di serie B che in 48 ore passano da "Duce, comandaci!" a "Noi abbiamo sempre amato gli Alleati". E indovinate un po'? Molti di loro fecero brillanti carriere nel dopoguerra. Il trasformismo non è un difetto, è un'arte. Quelli che restano con Mussolini nella Repubblica di Salò, che continuano a combattere per chi li sta già usando come carne da macello. E ancora oggi ci sono italiani pronti a difendere il potere che li schiaccia, pur di non dare ragione a quello che considerano "il nemico di sinistra". La coerenza del kamikaze. Soldati senza ordini che si accusano a vicenda di viltà, civili che si odiano per una manciata di farina, partigiani e fascisti che si combattono mentre i tedeschi rastrellano. Il capolavoro: invece di unirsi contro chi li ha ridotti così, si fanno la guerra tra poveri. Quanto è italiano?

parte 3: Insomma, l'8 settembre è la data perfetta perché non chiede ipocrisie. Non celebra eroi perfettini né vittime senza macchia. Celebra noi. Noi che quando il barcone affonda ci accapigliamo per il posto in scialuppa, poi una volta in salvo ci vantiamo di essere scampati per merito nostro, e magari sputiamo su quelli rimasti a bordo perché "non hanno saputo nuotare".

parte 4: Festeggiare l'8 settembre sarebbe il giorno dell'autoironia nazionale. Niente inni. Niente parate. Solo un grande, collettivo "sì, siamo stati (e siamo) anche questo". Un aperitivo al ribasso, una risata amara, e via. Poi ovviamente so benissimo che l'8 settembre è anche l'inizio della Resistenza, che molti dissero "no" e si rimboccarono le maniche. Ma guarda caso, quei lì – i partigiani, i soldati che rifiutarono la resa, chi nascose gli ebrei – non sono mai diventati il simbolo dell'italiano medio. Perché l'italiano medio preferisce il trasformista furbo all'eroe scomodo.

parte 5: Quindi, caro 25 aprile, mi spiace. Tu pretendi che siamo migliori di quello che siamo. L'8 settembre invece ci accoglie per quello che siamo stati – e ogni giorno dimostriamo di esserlo ancora. Almeno non dovremo litigare su chi è stato più antifascista.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.

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