
Se ne è andato uno dei personaggi più indigeribili e magnetici che abbiano mai imbracciato una chitarra. David Allan Coe non era un “outlaw” da copertina, di quelli che Nashville vendeva ai turisti insieme al cappello da cowboy e alla bistecca texana. Era il tizio che i tatuaggi se li era fatti in prigione quando ancora significavano qualcosa di più della voglia di sembrare pericolosi su Instagram. Un uomo vissuto perennemente sul confine tra il genio compositivo e l’abisso umano, senza preoccuparsi troppo di spiegare da quale parte della linea intendesse stare. Raccontarlo significa dunque rinunciare alla biografia edificante: Coe non offre redenzioni facili, e forse sarebbe persino contrario al suo carattere inventargliene una dopo la morte.
La sua leggenda resterà per sempre macchiata dai famigerati “Underground Albums” degli anni Settanta, Nothing Sacred e Underground Album. Due dischi costruiti deliberatamente fuori dai confini della rispettabilità: pornografia, oscenità, razzismo, battute di pessimo gusto e tutto ciò che un artista interessato a mantenere una carriera radiofonica avrebbe prudentemente lasciato nel cassetto. Coe fece esattamente il contrario. Li distribuì attraverso circuiti alternativi, per posta e nei raduni motociclistici, mentre i suoi colleghi cercavano il singolo giusto per arrivare ai Grammy. Sembrava impegnato in una specie di suicidio commerciale in diretta, con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto che il ponte alle sue spalle è già bruciato e decide di dare fuoco anche a quello davanti. Ridurre tutto a una semplice trovata pubblicitaria sarebbe però troppo facile: dietro quei dischi c’era una precisa volontà di spingere il linguaggio e il personaggio oltre ciò che l’industria avrebbe potuto digerire.
La questione interessante è capire cosa succedesse quando la provocazione smetteva di essere una posa e diventava parte integrante dell’identità dell’artista. Coe non forniva al pubblico un manuale per distinguere il personaggio dall’uomo. Negava, si difendeva, provocava ancora, lasciando spesso l’ascoltatore senza quella comoda distanza che permette di liquidare tutto come satira. È una caratteristica che rende il suo caso assai diverso da quello di molti provocatori professionisti: qui la maschera non è sempre chiaramente visibile. E forse proprio per questo i suoi dischi underground continuano a disturbare più di tante operazioni studiate a tavolino.
Sarebbe però un errore ricordarlo soltanto per le oscenità. David Allan Coe era un autore formidabile e, quando decideva di fare sul serio, possedeva quella capacità tutta americana di raccontare la sconfitta senza trasformarla in una lezione morale. You Never Even Called Me by My Name, The Ride, Would You Lay with Me (In a Field of Stone): dietro il personaggio c’era un songwriter capace di costruire storie, personaggi e melodie con una naturalezza che molti musicisti assai più presentabili avrebbero pagato per possedere. You Never Even Called Me by My Name, soprattutto, contiene una delle più irresistibili prese in giro dell’immaginario country, con quella progressione narrativa che conduce alla parodia finale del perfetto brano country. È musica che conosce profondamente il genere e proprio per questo può permettersi di prenderlo a schiaffi.
Il parallelo più calzante non va necessariamente cercato nel country, ma nel punk più intelligente e deliberatamente offensivo, quello dei Fear di Lee Ving. Anche lì l’offesa diventa uno strumento per mettere il pubblico con le spalle al muro. Coe, però, partiva da una condizione diversa: la trasgressione non aveva bisogno di essere inventata come costume, perché aveva già vissuto abbastanza da poterla esibire senza ricorrere alla teatralità adolescenziale. Per questo trovo meno convincenti i paragoni con il black metal norvegese degli anni Novanta e con artisti come Frank Zappa, Alice Cooper o i Dead Kennedys. In quei casi esisteva una cornice riconoscibile: satira, teatro, parodia, costruzione del personaggio. Zappa guidava il pubblico con l’intelligenza della provocazione, Alice Cooper la trasformava in spettacolo, i Dead Kennedys in satira politica. Coe preferiva togliere la cornice e lasciare il pubblico davanti al materiale grezzo.
Anche l’etichetta di “outlaw country” va maneggiata con cautela. Willie Nelson, Waylon Jennings e altri avevano contribuito a costruire un country più libero dalle regole di Nashville, ma nel momento in cui la ribellione diventa un marchio commerciale rischia inevitabilmente di trasformarsi in arredamento. L’outlaw vendibile è ribelle quanto basta per essere interessante, ma sufficientemente educato da poter finire su una maglietta. Coe aveva invece una particolare allergia proprio alla seconda parte dell’accordo.
Il country americano, nella sua anima più ruvida, ha sempre avuto un rapporto diretto con miseria, carcere, sconfitta, sessualità, religione e marginalità. Il blues lo aveva capito molto tempo prima; Coe lo portò alle estreme conseguenze. Ed è forse per questo che la sua vicenda aiuta a correggere una delle tante mitologie del rock: quella secondo cui la ribellione appartenga per diritto naturale alle chitarre elettriche, ai capelli lunghi e agli amplificatori che fanno tremare i muri. Un uomo con una chitarra acustica e una storia di prigione può essere molto più punk di una band con la cresta, soprattutto quando non ha alcuna intenzione di trasformare la propria diversità in un prodotto facilmente vendibile.
Naturalmente, il talento musicale non cancella i contenuti offensivi di una parte della sua produzione. Una bella canzone non rende automaticamente accettabile una brutta idea, così come una biografia tormentata non trasforma ogni provocazione in arte. Ma proprio qui sta l’interesse di Coe: costringe a tenere distinti il valore delle canzoni, il peso delle parole e la figura pubblica dell’autore, senza ricorrere alla scorciatoia del santino o del mostro. Per una volta, possiamo lasciare che sia la musica a complicare il giudizio invece di semplificarlo.
David Allan Coe ha incarnato una forma di ribellione molto diversa da quella confezionata dall’industria dello spettacolo. Il suo “punk” non era un’estetica, era una condizione esistenziale: l’incapacità, spesso autodistruttiva, di scendere a patti con il mondo che lo circondava. Nashville avrebbe potuto trasformarlo in un outlaw da cartolina, con il cappello, la barba e una buona storia da raccontare alla stampa. Lui preferì complicare tutto. Anche troppo.
Forse è questo il motivo per cui è difficile provare per Coe la nostalgia ordinata che accompagna la morte di tanti musicisti. Si può amare una canzone, discutere un disco, riconoscere un talento e allo stesso tempo restare profondamente perplessi davanti a una parte della sua eredità. Non serve risolvere la contraddizione: basta ascoltarla. In fondo, il country più vero ha sempre raccontato uomini che cadevano, perdevano, mentivano, bevevano, amavano male e qualche volta riuscivano perfino a scrivere una canzone memorabile. David Allan Coe portò questa tradizione fino al limite. E quando arrivò al limite, naturalmente, invece di fermarsi chiese un altro amplificatore.
(Luigi Colzi)
Prompt:
Intro: Se ne è andato uno dei personaggi più indigeribili e magnetici che abbiano mai imbracciato una chitarra. David Allan Coe non era un "outlaw" da copertina, di quelli che Nashville vendeva ai turisti. Lui era il tizio che i tatuaggi se li era fatti in prigione quando ancora significavano "pericolo", non moda. Un uomo che ha vissuto in quel confine sottile tra il genio compositivo e l'abisso umano.
parte 1: La sua leggenda resterà per sempre macchiata dai famigerati "Underground Albums" degli anni '70. Due dischi, "Nothing Sacred" e "Underground Album", pornografici, volgari, a tratti apertamente razzisti, venduti per posta ai raduni di motociclisti. Mentre i suoi colleghi puntavano ai Grammy, Coe decideva di fare un suicidio commerciale in diretta, vomitando un nichilismo che non trovava spazio nelle radio. Non era una mossa di marketing: era un uomo che bruciava i ponti mentre ci stava ancora camminando sopra.
parte 2: È qui che entriamo nel territorio di quella che mi piace definire "Ambiguità Fertile". Coe non ha mai fornito un "patentino di moralità" ai suoi ascoltatori. A chi lo accusava, rispondeva negando senza mai davvero pentirsi, restando in quella zona grigia dove non sai mai se hai davanti un provocatore lucido o un relitto che ha perso il controllo. È il classico "ci è o ci fa?" che invece di rassicurare, disturba. Ed è proprio lì che risiede la sua forza artistica.
parte 3: Il parallelo più calzante non va cercato nel country, ma nel punk più geniale dei Fear di Lee Ving. Come loro, Coe cercava lo scontro verbale e frontale per testare i limiti dell'offensività, ma con la differenza del veterano che ha già visto tutto. Non è il gioco di ruolo infantile degli stupidi ragazzini del Black Metal norvegese, a cui la messinscena è sfuggita di mano tra roghi, megalomania e omicidi. In Coe non c'è traccia di quella finzione adolescenziale: c'è la cruda realtà carceraria di chi non ha bisogno di "sembrare" cattivo, perché ha già pagato il conto con lo Stato.
parte 4: qualcun altro potrebbe pensare a paragoni con Frank Zappa, Alice Cooper o i Dead Kennedys. Sbagliando di nuovo. In quei casi la maschera satirica era palese, c'era un intelletto che guidava la mano. In Coe non c'è filtro. Non c'è il "paracadute" della satira rassicurante. È pura esposizione, prendere o lasciare.
parte 5: Spesso pensiamo che il Rock sia l’unico e solo depositario della ribellione, della verità cruda e del coraggio di andare controcorrente. Ma la storia di David Allan Coe ci ricorda che il Country, nel suo lato più oscuro e sporco, può essere molto più "punk" di qualsiasi band con la cresta. Coe ha dimostrato che la vera trasgressione non è una posa da palcoscenico, ma l'incapacità cronica di scendere a patti con la società, anche a costo di diventare un paria.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.
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