
Se ne è andato uno dei personaggi più indigeribili e magnetici che abbiano mai imbracciato una chitarra. David Allan Coe non era l’“outlaw” da boutique che Nashville impacchetta per i turisti con il sorriso finto e il cappello stirato. No: lui sembrava piuttosto il tipo che arriva in sala prove con il volto già scritto addosso, e non per imitazione estetica. I tatuaggi, nel suo caso, non erano un accessorio da convention: erano cicatrici rese visibili. E il suo problema, se così vogliamo chiamarlo, è che non ha mai saputo — o voluto — separare l’artista dal relitto umano. Con Coe, la distinzione era spesso un lusso da impiegati del buon costume.
La sua leggenda resta segnata, in modo quasi indelebile, dai famigerati Underground Albums degli anni Settanta. Due titoli già sufficienti a mettere in fuga il salotto buono: Nothing Sacred e Underground Album. Pornografici, volgari, a tratti apertamente razzisti, venduti per posta ai raduni di motociclisti come si smercierebbe materiale infiammabile in un deposito di benzina. Mentre i colleghi inseguivano i Grammy e il benestare dei discografici, Coe sembrava impegnato in un esercizio opposto: sabotare la propria rispettabilità con una lucidità così brutale da sembrare autodistruzione. Non era marketing, non era provocazione d’accademia, non era nemmeno il solito teatrino del “maledetto” da poster. Era piuttosto un uomo che bruciava i ponti mentre ci stava ancora camminando sopra. Con una certa ostinazione, va detto. E con un gusto per il disastro che in altri contesti chiameremmo semplicemente idiozia, ma che nel rock e nel country, per qualche strano vezzo, finiamo sempre per battezzare “autenticità”.
Ed è qui che si apre il territorio più interessante: quello che mi piace chiamare, con prudenza e un filo di cattiveria, Ambiguità Fertile. Coe non ha mai avuto la premura di consegnare al pubblico un patentino di moralità. Non ha mai detto: “Tranquilli, sto scherzando”, almeno non in modo convincente. E soprattutto non ha mai offerto quella comoda rassicurazione che l’industria ama tanto: la spiegazione, la cornice, l’alibi. A chi lo accusava, rispondeva negando senza davvero dissolversi in una confessione o in un pentimento. Restava lì, in quella zona grigia dove non capisci se stai guardando un provocatore lucido o un uomo incapace di fermarsi prima del precipizio. È il classico “ci è o ci fa?” che, invece di rassicurare, disturba. E che, proprio per questo, lascia un segno più profondo di molte pose ben confezionate.
Perché il pubblico, ammettiamolo, è un animale curioso: tollera la trasgressione solo quando è ben illuminata, sterilizzata, pronta per il consumo. Ama il ribelle, purché abbia l’ufficio stampa. Coe, invece, sembrava uscito da una fase in cui la trasgressione non era un concept ma una conseguenza. E qui la differenza è abissale. Non stiamo parlando del santino del fuorilegge costruito in laboratorio, ma di un uomo che trasformava la propria esistenza in materiale incandescente, senza il minimo desiderio di renderla presentabile. Il che non lo assolve, sia chiaro. Anzi. Ma lo rende artisticamente più disturbante e, per questo, più serio di tanti suoi epigoni.
Il parallelo più calzante, in effetti, non va cercato nel country più addomesticato, ma nel punk più viscerale. I Fear di Lee Ving vengono in mente non per semplice gusto comparativo, ma perché anche lì c’era la volontà di andare a sbattere contro il muro, di testare i limiti dell’offensività, di usare il disagio come linguaggio. Solo che Coe veniva da un altro paesaggio umano: non il gioco frontale del gruppo che cerca lo scontro, ma la durezza di chi lo scontro l’ha già incontrato nella carne e nella biografia. Non è il travestimento dei ragazzini che scoprono il nichilismo come fosse una maglietta nera; è la materia più ruvida di chi ha conosciuto la prigione, la violenza, l’esclusione, e da lì ha ricavato non una morale, ma una postura. E quando il disordine non è più posa ma abitudine, allora la faccenda cambia parecchio.
Per questo i paragoni con Frank Zappa, Alice Cooper o i Dead Kennedys convincono solo fino a un certo punto. In quei casi la maschera satirica è evidente, quasi dichiarata. C’è un’intelligenza che governa la provocazione, un dispositivo ironico che ti segnala dove finisce il gioco e dove comincia il bersaglio. In Coe, invece, manca il paracadute della satira rassicurante. Non c’è il sorriso di chi ti sta dicendo: “sto esagerando apposta, rilassati”. No, qui c’è l’esposizione nuda, il materiale tossico lasciato sul tavolo senza istruzioni per l’uso. Prendere o lasciare. E chi lascia, francamente, spesso fa benissimo. Ma chi prende, deve sapere che non sta comprando una metafora elegante: sta entrando in una zona dove il talento e il marciume convivono senza chiedere permesso.
Ed è proprio in questa convivenza che sta il nodo più scomodo. Perché il rischio, quando si parla di figure come Coe, è duplice: o si fa il funerale morale, riducendolo a un catalogo delle sue nefandezze, oppure si innalza il solito altare dell’artista maledetto, trasformando ogni schifezza in una medaglia di combattimento. Entrambe le operazioni sono pigre. La prima è moralismo da poltrona; la seconda è romanticismo da scaffale. La verità, che poi è sempre la cosa meno comoda da maneggiare, è che Coe costringe a tenere insieme due pensieri incompatibili solo in apparenza: ha scritto cose capaci di intercettare un’immaginario autenticamente feroce, e ha incarnato anche il lato più repellente di una certa cultura della trasgressione. È un lascito che non si lascia ripulire. Ed è bene così, in un certo senso. Non tutto va reso presentabile per meritare di essere ricordato.
Alla fine, la storia di David Allan Coe dice qualcosa che va oltre il personaggio e oltre persino il country. Dice che la ribellione non appartiene a un genere musicale in esclusiva, come un marchio registrato. Il rock ama pensarsi come il depositario naturale della verità cruda, del coraggio, della sfida al sistema. Ma poi arriva uno come Coe e ti ricorda che il country, nel suo lato più sporco e meno fotografabile, può essere infinitamente più punk di molte band con la cresta e il comunicato stampa pronto. Perché il punk, quello vero, non è solo volume e pose da marciapiede: è la frattura con il mondo, la decisione di non addomesticarsi, anche quando il prezzo è diventare un paria.
Coe quel prezzo lo ha pagato, in un modo o nell’altro. E non c’è bisogno di assolverlo per riconoscere che, nel bene e nel male, ha incarnato una forma estrema di autenticità. Che poi sia un’autenticità nobile o miserabile, ciascuno può stabilirlo da sé. Ma una cosa, almeno, è difficile negarla: David Allan Coe non era finto. E in un’epoca che produce montagne di finzioni ben illuminate, questa, volenti o nolenti, resta ancora una forma di scandalo.
(Luigi Colzi)
Prompt:
Intro: Se ne è andato uno dei personaggi più indigeribili e magnetici che abbiano mai imbracciato una chitarra. David Allan Coe non era un "outlaw" da copertina, di quelli che Nashville vendeva ai turisti. Lui era il tizio che i tatuaggi se li era fatti in prigione quando ancora significavano "pericolo", non moda. Un uomo che ha vissuto in quel confine sottile tra il genio compositivo e l'abisso umano.
parte 1: La sua leggenda resterà per sempre macchiata dai famigerati "Underground Albums" degli anni '70. Due dischi, "Nothing Sacred" e "Underground Album", pornografici, volgari, a tratti apertamente razzisti, venduti per posta ai raduni di motociclisti. Mentre i suoi colleghi puntavano ai Grammy, Coe decideva di fare un suicidio commerciale in diretta, vomitando un nichilismo che non trovava spazio nelle radio. Non era una mossa di marketing: era un uomo che bruciava i ponti mentre ci stava ancora camminando sopra.
parte 2: È qui che entriamo nel territorio di quella che mi piace definire "Ambiguità Fertile". Coe non ha mai fornito un "patentino di moralità" ai suoi ascoltatori. A chi lo accusava, rispondeva negando senza mai davvero pentirsi, restando in quella zona grigia dove non sai mai se hai davanti un provocatore lucido o un relitto che ha perso il controllo. È il classico "ci è o ci fa?" che invece di rassicurare, disturba. Ed è proprio lì che risiede la sua forza artistica.
parte 3: Il parallelo più calzante non va cercato nel country, ma nel punk più geniale dei Fear di Lee Ving. Come loro, Coe cercava lo scontro verbale e frontale per testare i limiti dell'offensività, ma con la differenza del veterano che ha già visto tutto. Non è il gioco di ruolo infantile degli stupidi ragazzini del Black Metal norvegese, a cui la messinscena è sfuggita di mano tra roghi, megalomania e omicidi. In Coe non c'è traccia di quella finzione adolescenziale: c'è la cruda realtà carceraria di chi non ha bisogno di "sembrare" cattivo, perché ha già pagato il conto con lo Stato.
parte 4: qualcun altro potrebbe pensare a paragoni con Frank Zappa, Alice Cooper o i Dead Kennedys. Sbagliando di nuovo. In quei casi la maschera satirica era palese, c'era un intelletto che guidava la mano. In Coe non c'è filtro. Non c'è il "paracadute" della satira rassicurante. È pura esposizione, prendere o lasciare.
parte 5: Spesso pensiamo che il Rock sia l’unico e solo depositario della ribellione, della verità cruda e del coraggio di andare controcorrente. Ma la storia di David Allan Coe ci ricorda che il Country, nel suo lato più oscuro e sporco, può essere molto più "punk" di qualsiasi band con la cresta. Coe ha dimostrato che la vera trasgressione non è una posa da palcoscenico, ma l'incapacità cronica di scendere a patti con la società, anche a costo di diventare un paria.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.
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