Perché solo noi ci sentiamo in colpa? Il paradosso dell’autocritica occidentale

L’Occidente è una civiltà strana. Forse l’unica nella storia capace di conquistare mezzo mondo e, contemporaneamente, passare gli ultimi cinquant’anni a processarsi da sola come un imputato colto da sensi di colpa metafisici. Una specie di impero romano che, invece di incidere trionfi sugli archi, avrebbe organizzato seminari universitari sul privilegio patrizio e sulla violenza simbolica delle legioni.

E attenzione: questa non è una critica banale all’autocritica. L’autocritica è stata una delle più grandi invenzioni dell’Occidente. Il problema nasce quando essa smette di essere uno strumento di conoscenza e diventa una liturgia ideologica, una forma raffinata di autocelebrazione morale. Perché oggi il messaggio implicito è spesso questo: sì, abbiamo colonizzato, sterminato, schiavizzato… ma almeno siamo abbastanza evoluti da ammetterlo. E dunque, ancora una volta, saremmo speciali. Non più superiori tecnicamente o militarmente: superiori moralmente nella colpa.

È il paradosso perfetto della modernità occidentale. L’eccezionalismo non sparisce: cambia semplicemente abito.

La verità è che poche civiltà nella storia hanno prodotto una critica radicale di sé stesse dall’interno. L’Occidente sì. Dai domenicani spagnoli come Bartolomé de Las Casas, che denunciavano gli orrori delle encomiendas mentre l’Impero spagnolo era all’apice della sua forza, fino al marxismo, all’antropologia critica di Ernesto de Martino, agli studi postcoloniali contemporanei: tutta la modernità europea è attraversata da una pulsione quasi autodistruttiva verso la propria legittimità.

Roma non l’ha fatto. La Cina imperiale non l’ha fatto. Gli Aztechi non l’hanno fatto. L’Impero Ottomano nemmeno. E non perché fossero “più cattivi”, ma perché semplicemente non possedevano la struttura filosofica che rende possibile questo tipo di frattura interna.

Prendiamo il mondo islamico. Per oltre un millennio ha gestito una tratta schiavista vastissima, estesa dall’Africa subsahariana al Mediterraneo, dal Caucaso all’India. Eppure non è mai emerso un equivalente islamico di Las Casas, né una corrente culturale capace di mettere radicalmente sotto processo la legittimità morale di quell’ordine. Lo stesso vale per il Giappone imperiale: il massacro di Nanchino resta ancora oggi un nervo scoperto, spesso minimizzato o rimosso nella memoria nazionale. Nulla di paragonabile al trauma tedesco del dopoguerra.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché il dispositivo autocritico sembra funzionare quasi esclusivamente contro l’Occidente?

Perché il paradigma postcoloniale contemporaneo è costruito precisamente così. Edward Said, autore brillante e fondamentale sotto molti aspetti, nel suo “Orientalismo” denunciò la costruzione occidentale dell’Oriente come oggetto esotico e subordinato. Analisi spesso lucidissima. Ma col senno di poi appare evidente anche un’altra cosa: quella critica era strutturalmente unidirezionale. Said non applicò mai gli stessi strumenti all’imperialismo ottomano, alla schiavitù islamica, alle gerarchie interne del mondo arabo. L’Occidente veniva trasformato nell’unico soggetto storico realmente colpevole.

E qui si apre una contraddizione enorme.

Prendiamo la tratta atlantica degli schiavi, tema su cui l’Occidente contemporaneo si autoflagella quotidianamente con entusiasmo quasi liturgico. Molti sembrano immaginare europei che penetrano nella giungla africana catturando schiavi con i retini da farfalle. La realtà storica era infinitamente più complessa e, proprio per questo, più scomoda.

Gli schiavi venivano catturati, venduti e smistati da regni africani sovrani: Dahomey, Ashanti, il Califfato di Sokoto e molti altri. Esistevano élite africane che costruivano la propria ricchezza proprio sul commercio umano. Senza la domanda europea, certo, il fenomeno non avrebbe raggiunto quelle proporzioni industriali. Ma senza l’offerta africana organizzata non sarebbe nemmeno esistito in quella forma.

Eppure oggi il discorso pubblico tende a cancellare completamente questa realtà. Perché? Perché riconoscere una corresponsabilità africana incrinerebbe la narrazione paternalistica del postcolonialismo contemporaneo, dove l’Occidente deve incarnare il Male storico assoluto e il resto del mondo il ruolo eterno della vittima innocente.

Ma trattare gli africani come soggetti privi di responsabilità storica non è antirazzismo: è infantilizzazione. È una forma sofisticata di etnocentrismo morale.

Ed eccoci allora al punto fondamentale. Forse l’autocritica occidentale è davvero un’eccezione storica reale. Ma non nasce dal nulla. Nasce da una frattura precisa: l’Illuminismo.

Qui bisogna essere chiari, anche a costo di scandalizzare i seminaristi del relativismo culturale permanente. Solo l’Occidente ha vissuto davvero l’esperienza dell’Illuminismo come rottura radicale tra ordine politico e ordine sacro. Prima dell’Illuminismo il sovrano governava per diritto divino. Dopo, almeno teoricamente, il potere deve giustificarsi davanti alla ragione umana.

Questa frattura non è mai avvenuta davvero altrove.

La Cina imperiale restò ancorata al mandato celeste. Il Giappone mantenne la sacralità dell’imperatore fino al Novecento. Il mondo islamico non ha mai separato pienamente legge religiosa e ordine politico. La Russia – anche quella sovietica, apparentemente atea – ha continuato a pensarsi come civiltà messianica, portatrice di una missione metastorica.

L’Occidente invece ha distrutto i propri assoluti dall’interno. E insieme all’Illuminismo è nato qualcosa di ancora più destabilizzante: l’individualismo liberale anglosassone. L’idea che il singolo individuo possa pensare contro la tradizione, contro il clero, contro lo Stato, persino contro la propria civiltà.

È una forza immensa. Ma è anche un veleno lento.

Perché questa libertà radicale produce inevitabilmente la capacità di vivere nella contraddizione. E la contraddizione è il vero marchio della modernità adulta. Nessuna civiltà tradizionale ama la contraddizione: preferisce l’ordine, il mito, il principio superiore che tiene tutto insieme. L’Occidente invece ha imparato a convivere con il dubbio permanente. Talvolta persino a idolatrarlo.

Ed è qui che emerge il dramma contemporaneo.

L’Occidente ha inventato la critica di sé stesso, ma oggi rischia di esserne divorato. Perché quando una civiltà perde completamente la capacità di difendere la propria legittimità storica, l’autocritica smette di essere intelligenza e diventa puro impulso autofobico.

Lo dico senza nostalgia ingenua. Anch’io considero il liberalismo anglosassone in parte responsabile della dissoluzione del sacro, della trasformazione dell’uomo in consumatore globale, della desacralizzazione totale dell’esistenza. Ma sarebbe intellettualmente disonesto negare che proprio quella tradizione abbia prodotto anche la libertà di pensiero, la ricerca scientifica, il pluralismo e persino la possibilità stessa dell’autocritica.

Per questo oggi guardo “Orientalismo” di Said con occhi diversi rispetto a quando lo lessi anni fa con entusiasmo sincero. Resta un testo importante. Ma è stato anche il manifesto fondativo di un terzomondismo che ha trasformato l’autocritica occidentale in una religione.

E così siamo arrivati all’ultima ironia della storia: l’Occidente continua a sentirsi eccezionale anche mentre si accusa. Solo che oggi non rivendica più la superiorità della propria civiltà. Rivendica la superiorità della propria colpa.

Ed è forse questo il più sofisticato, il più elegante e il più inconfessabile etnocentrismo occidentale di tutti.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: L’autocritica occidentale – dai gesuiti come Las Casas che denunciarono le encomiendas, al marxismo, a de Martino, fino agli studi postcoloniali – è davvero un’eccezione storica o solo il lusso di una civiltà talmente egemone da potersi permettere la coscienza sporca? A differenza di Roma, della Cina imperiale o degli Aztechi, l’Occidente ha prodotto una critica sistematica della propria superiorità dall’interno. Eppure, questo meccanismo rischia di trasformarsi in una nuova forma di legittimazione: “siamo colpevoli, ma almeno siamo gli unici a riconoscerlo”. L’eccezionalismo diventa così morale anziché tecnico.

parte 1: Il paradosso emerge quando guardiamo altrove. Il mondo islamico ha gestito per secoli una tratta di schiavi numericamente immensa, ma non ha prodotto un suo Las Casas. Il Giappone imperiale ha commesso atrocità come Nanchino, ma non ha elaborato una riflessione sistematica sulla colpa nazionale paragonabile a quella tedesca. Edward Said denunciò l’orientalismo occidentale, ma mai analizzò lo schiavismo islamico con gli stessi strumenti. Perché? Perché il quadro postcoloniale è strutturalmente orientato a incolpare solo l’Occidente.

parte 2: E sulla schiavitù atlantica, quanti sanno che gli schiavi venivano catturati nell’entroterra da regni africani sovrani come Dahomey, Ashanti o il Califfato di Sokoto? La tratta era un sistema binario: senza la domanda europea non ci sarebbe stata, ma senza l’offerta africana organizzata non avrebbe mai raggiunto quelle proporzioni. Chiedere risarcimenti solo ai vecchi colonizzatori, ignorando il ruolo degli stati africani che vendevano i prigionieri, significa infantilizzare l’Africa e trasformare l’antirazzismo in un nuovo etnocentrismo.

parte 3: Forse l’autocritica occidentale è davvero un’eccezione storica reale, nata dalla specifica fragilità di una legittimità fondata su diritti universali e promesse di uguaglianza. Ma proprio per questo rischia di diventare un privilegio: essere gli unici a poterci permettere la coscienza sporca, mentre gli altri non vengono mai seriamente chiamati a rispondere dei propri crimini egemonici. E questo, forse, è l’ultimo, inconfessato etnocentrismo dell’autocritica occidentale.

parte 4: Ma la vera risposta al quesito – che poi è il quesito fondante della cultura occidentale moderna – credo consista in un fatto unico: solo l’Occidente ha inventato e vissuto con una certa coerenza la stagione dell’Illuminismo. Prima di esso, il sovrano regnava in virtù del disegno divino. Cina, Giappone, Islam e aggiungerei anche la Russia eterna non hanno mai conosciuto o vissuto il pensiero radicale che fonda la nascita della borghesia e dello stato moderno. In altre parole, non hanno mai rotto il legame con il sovrannaturale/divino: non esiste frattura fra religione e politica, fra governo dello stato e regola religiosa. Senza Illuminismo non c’è liberazione e, soprattutto, non c’è capacità di vivere nella contraddizione – che è l’essenza della modernità e dell’età adulta dell’uomo. A questo, come base culturale dell’Occidente, affiancherei l’individualismo liberale di matrice anglosassone, con la sua esaltazione della libertà di pensiero e di ricerca. E mi tocca ammetterlo, anche a me che li ritengo in parte responsabili per la morte del sacro.

parte 5: Proprio per questo, l’autocritica occidentale non è solo un lusso o un privilegio: è il frutto di una frattura che altrove non è mai avvenuta. Ecco perché, ad esempio, lessi “Orientalismo” di Said con grande impressione, ma oggi col senno di poi lo considero il primo manifesto del terzomondismo postcoloniale. L’Occidente ha inventato la critica di sé, ma ha anche trasformato questa invenzione in un nuovo privilegio: essere gli unici a potersi permettere la coscienza sporca, mentre gli altri non vengono mai seriamente chiamati a rispondere dei propri crimini egemonici. Questo, forse, è l’ultimo, inconfessato etnocentrismo dell’autocritica occidentale.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.

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3 commenti

  1. Il problema dell’Occidente o di parti di esso, a mio vedere, è che è troppo occupato a fare autocritica per le cose sbagliate, non di rado fatti storici oggi largamente inefficaci.

    Buttare giù la statua eretta nell’Ottocento di qualche parruccone del Cinquecento perché “rispecchia valori coloniali eccetera” è facile, costa poco e regala un paio di minuti in TV all’esponente dell’organizzazione tale e del comitato talaltro.

    Non sarà però molto efficace nel produrre un miglioramento nel mondo reale: il senzatetto che dorme ai piedi del monumento se ne troverà un altro.

    E così per tutte le cose che sono di impiccio a un vero progresso economico, tecnologico e sociale (che tendono ad andare di pari passo).

    Quando la propria forza (o il proprio budget) non permettono del resto cambiamenti materiali allo status quo, ci si concentra su cambiamenti simbolici.

    Nel mondo prima di Martin Luther King e Rosa Parks l’America era segregata per davvero.
    Dave Brubeck annullò veramente tutte le date (meno una) di un tour negli Stati del Sud perché non avrebbero fatto entrare Eugene Wright in teatro per davvero, non simbolicamente.

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    • Esattamente. Il passato è passato, ormai non ci si può fare nulla. Quello che si può-deve-dovrebbe fare è far tesoro delle brutture per costruire un futuro migliore. E quello è difficile. Come fu difficile per King e la Parks, per Brubeck, per Ellington etc etc (la LUOTTA CUNTRUO IL SUISTUEMA non l’hanno inventata i musicisti rock, con buona pace anzi no di questi ultimi, nel beato analfabetismo dei loro fanz) che hanno fatto cose concrete anziché simboliche. Il simbolo, appunto, è facile. Probabile materiale per prossimi articoli…

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      • Prima che facile, il simbolo è l’unica cosa su cui si può lavorare quando il budget è zero.

        Lo sa bene quel politico di destra o sinistra che, avendo le mani legate in politica economica (ad esempio da, ahem, ingenti interessi sul debito), concentra la propria campagna elettorale su minuscoli bonus e su messaggi simbolici a cui difficilmente corrisponde una voce di spesa.

        Promettere di difendere “le radici cristiane sotto attacco”, “la Costituzione antifascista” o magari direttamente “la democrazia” costa sicuramente meno che promettere mille nuovi ospedali…

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