L’intrattenimento costa troppo, la Gen Z risponde

Negli Stati Uniti sta succedendo qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato quasi impossibile: il pubblico giovane ha smesso di comportarsi come un gregge fedele e prevedibile. Niente più obbedienza automatica, niente più consumi per inerzia, niente più entusiasmo a prescindere. Oggi anche il divertimento è diventato una voce di bilancio, e se il conto è osceno, la risposta è semplice: si resta a casa. Alcuni artisti cancellano tour all’ultimo momento, ufficialmente per “motivi di salute”, ma la sensazione è che la vera malattia sia un’altra: biglietti troppo cari, pubblico troppo impoverito, mercato troppo avaro. Solo i nomi enormi, quelli che vivono in una bolla gravitazionale tutta loro, sembrano immuni. Taylor Swift può chiedere cifre da capogiro e riempire comunque gli stadi. Tutti gli altri, invece, stanno iniziando a fare i conti con una realtà molto meno glamour: i ragazzi sotto i 25 anni non hanno né la voglia né la possibilità di spendere 150 o 200 dollari per una serata qualsiasi.

E non è un caso isolato. È un segnale. Un sintomo. Un campanello d’allarme che arriva da tutta l’industria dell’intrattenimento, dove il consumatore giovane non è più il pollo da spennare con la stessa facilità di una volta. Uno studio su seimila persone particolarmente attive nei consumi culturali lo dice con una chiarezza quasi brutale: il 59% della Gen Z si abbona e disdice lo streaming in funzione di un singolo titolo. Non di una piattaforma. Non di un brand. Di un titolo. Finisce quella serie, finisce quel film, finisce quell’esperienza, e l’abbonamento evapora. La fedeltà al servizio è morta, sepolta e pure dimenticata. Lo streaming, che doveva diventare la nuova religione domestica, è diventato un supermercato temporaneo: entro, consumo, esco, arrivederci e grazie.

Lo stesso copione vale per i videogiochi. Il 62% dei giovani intervistati non paga il prezzo pieno. E francamente, chi può dargli torto? Parliamo di un settore che si è convinto di poter alzare i listini all’infinito solo perché è “il più redditizio del mondo”. Tripla A a 70 euro, versioni deluxe, early access, microtransazioni, battle pass, edizioni ultimate, contenuti tagliati e rivenduti a pezzi. E poi ci stupiamo se il pubblico si fa furbo? Se aspetta i saldi, se compra meno, se seleziona con precisione chirurgica? GTA 6 potrebbe superare gli 80 dollari, e ormai la soglia psicologica non è più una soglia: è un muro. Un muro che l’industria continua a spingere come un idiota che, vedendo la porta chiusa, prova a insistere con la spalla invece di cercare la maniglia.

Il cinema, da parte sua, non se la passa meglio. Le sale fanno flop con kolossal costosissimi, cast stellari e promesse di eventi irripetibili. Eppure il pubblico non corre più in massa, non abbastanza, non con l’entusiasmo di una volta. Resistono soprattutto due categorie: i film per famiglie, perché il conto viene diluito tra tre o quattro biglietti e magari due popcorn, e le produzioni cinesi, dove il prezzo del biglietto è più umano e il potere d’acquisto della classe media non è stato ancora massacrato con la stessa ferocia dell’Occidente. La domanda, a questo punto, non è più perché la gente stia andando meno al cinema o compri meno intrattenimento. La domanda vera è: come poteva finire diversamente?

Il nome della malattia è noto. Greedflation. Shrinkflation. Due parole brutte per descrivere una realtà ancora più brutta. La prima è l’inflazione gonfiata dall’avidità, quando le aziende alzano i prezzi ben oltre l’aumento reale dei costi, approfittando dell’inerzia del mercato e della scarsa memoria del consumatore. La seconda è la vecchia truffa elegante del “paghi uguale, ma ricevi meno”: confezioni più piccole, contenuti ridotti, durata inferiore, esperienza impoverita. Il risultato è sempre lo stesso: il consumatore occidentale viene svuotato lentamente, con la grazia di un esattore e la delicatezza di un piccone. E le ultime due generazioni, piaccia o no, sono le prime a essere più povere di quelle che le hanno precedute. Non in senso romantico, ma in senso contabile. Saldi al ribasso, stipendi che non corrono, affitti che divorano tutto, e nel mezzo una cultura dell’intrattenimento sempre più costosa e sempre meno giustificabile.

Dentro questo scenario, i grandi franchise dovrebbero essere la risposta sicura. Marvel, Star Wars, sequel, prequel, reboot, universi espansi, spin-off, crossover e altre forme di stanchezza travestite da strategia. L’industria è terrorizzata dal rischio e investe quasi solo su proprietà intellettuali già note. Perché? Perché il dirigente medio non vuole inventare nulla: vuole essere licenziato il più tardi possibile. E allora via di marchi famosi, personaggi riciclati, loghi rassicuranti, nostalgia confezionata come innovazione. Il problema è che il pubblico non è stupido. Prima o poi capisce che gli stanno vendendo la stessa minestra riscaldata con una luce diversa. Ed ecco la franchise fatigue: la stanchezza da franchising. Non è un’impressione da boomer nostalgico. È saturazione reale. Il giovane spettatore vede il marchio, riconosce il meccanismo e, sempre più spesso, decide di passare oltre.

Eppure c’è una parziale eccezione. Una finestra ancora aperta. Gli adattamenti di romanzi. Nel 2026 arriveranno una quantità impressionante di serie e film tratti da libri: da L’Odissea di Nolan a Cime tempestose, da La casa degli spiriti a Orgoglio e pregiudizio su Netflix. E qui il sistema mostra il suo solito talento per il paradosso: un libro è una proprietà intellettuale già testata, quindi meno rischiosa, ma al tempo stesso offre un margine di novità più alto rispetto all’ennesimo supereroe rifritto o alla quinta deriva cosmica della stessa galassia. In altre parole, l’industria vende sicurezza sotto forma di rielaborazione letteraria. Non è coraggio, è una paura meglio vestita.

E allora la fotografia complessiva è questa. Il sistema dell’intrattenimento continua ad alzare i prezzi, a ripiegarsi sulle formule sicure, a spremere i brand come limoni secchi. Ma la Generazione Z risponde come può, cioè con intelligenza: diserta i concerti quando costano troppo, disdice gli abbonamenti quando non servono più, compra solo quello che davvero merita, aspetta quando può, sceglie quando deve. Non è ribellione ideologica. È sopravvivenza. Ed è, in fondo, anche un giudizio di merito espresso con il mezzo più semplice che esista: il portafoglio.

Una volta guardavo con favore la transmedialità, gli adattamenti multi-media, l’idea che una saga potesse vivere su più supporti, in forme diverse, attraversando romanzi, fumetti, cinema, serie, videogiochi. Oggi mi esce dagli occhi. Mi annoia. Mi irrita perfino. I trailer recenti, tutti uguali, tutti sterilmente patinati, tutti costruiti con la stessa messa in scena industriale, mi hanno già stancato prima ancora che il prodotto esca. Masters, Street Fighter, altri diciotto film sulla Terra di Mezzo, la seconda stagione della quarta serie ambientata nell’universo di Guerre Stellari… no grazie. “No Maria, io esco.” Perché a un certo punto non è più espansione narrativa. È semplice esaurimento creativo travestito da ambizione.

E il pubblico, finalmente, sta iniziando a capirlo.

(Giovanni Sarpi)

Prompt:

intro: Negli Stati Uniti sta succedendo qualcosa di incredibile. Artisti come Pussycat Dolls, Zayn o Post Malone cancellano i tour all’ultimo momento, ufficialmente per “motivi di salute”. La verità è che i biglietti sono diventati semplicemente troppo cari. Solo superstar come Taylor Swift sembrano immuni, mentre per tutti gli altri il pubblico under 25 non può o non vuole più spendere 150-200 dollari per un concerto.

parte 1: Un nuovo studio su seimila persone molto attive nei consumi culturali rivela che il 59% della Gen Z si abbona e disdice lo streaming per seguire un singolo titolo. Finito quello show, si cancella l’abbonamento. La fedeltà alla piattaforma è ormai un ricordo del passato. Per i videogiochi è lo stesso: il 62% dei giovani intervistati non paga il prezzo pieno, eppure parliamo del settore più redditizio al mondo, con i tripla A già a 70 euro e GTA 6 che potrebbe superare gli 80 dollari.

parte 2: Anche il cinema vive la stessa crisi. Al botteghino floppano kolossal con cast stellari, mentre resistono solo i film per famiglie, dove si comprano tre o quattro biglietti insieme, e le produzioni cinesi, dove i biglietti costano la metà e il potere d’acquisto della classe media non è stato distrutto. Il motivo di tutto questo si chiama greedflation e shrinkflation. La prima è l’inflazione guidata dall’avidità delle aziende, che alzano i prezzi molto più dei loro costi reali. La seconda è la riduzione nascosta delle quantità: stesso prezzo, ma prodotto più piccolo. Due fenomeni che hanno svuotato le tasche dei consumatori occidentali, specialmente delle ultime due generazioni, che sono le prime a essere più povere di quelle che le hanno precedute.

parte 3: E i grandi franchise? Marvel, Star Wars, sequel su sequel. L’industria è terrorizzata dal rischio e investe solo su proprietà intellettuali già famose. Il risultato è la franchise fatigue, la stanchezza da franchise. Il pubblico, soprattutto quello giovane, si sta stufando. Ma c’è un’eccezione: gli adattamenti di romanzi. Nel 2026 arriveranno decine di serie TV e film tratti da libri, da L’Odissea di Nolan a Cime tempestose, da La casa degli spiriti a Orgoglio e pregiudizio su Netflix. Perché un libro è una proprietà intellettuale già testata, ma con più margine di novità.

parte 4: La svolta è questa: la Gen Z è fedele alle proprietà intellettuali che ama. Segue una saga su più piattaforme, si abbona e si disdice all’occorrenza. Ed ecco il colpo di scena: i giovani sono il pubblico più teatrale di tutti. Hanno il 13% di probabilità in più di andare al cinema il weekend di apertura, perché lo vivono come un’esperienza sociale.

parte 5: Insomma, il sistema dell’intrattenimento sta aumentando i prezzi e puntando tutto su formule sicure. Ma la Generazione Z risponde disertando i concerti, disdicendo gli abbonamenti e scegliendo con cura solo ciò che merita davvero. Non è ribellione, è sopravvivenza. E le aziende farebbero bene ad ascoltare.

parte 6: una volta vedevo con favore la transmedialità delle saghe, gli adattamenti multi-media di questa o quella saga letteraria, fumettistica o altro. Oggi mi escono dagli occhi, non ce la faccio più. I recenti trailer, banalissimi e identici nella messa in scena, dei Masters e Street Fighter mi hanno nauseato anzitempo. Altri diciotto film sulla Terra di Mezzo? La seconda stagione della quarta serie ambientata nell'universo di Guerre Stellari? "No Maria, io esco..."

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Giovanni Sarpi, scrivi un Articolo; usa un tono brillante

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