A volte ritornano

Giorgia Meloni ha deciso di commemorare Giorgio Almirante come si celebrano le figure nobili della tradizione repubblicana: parole calde, tono riconoscente, richiami all’“amore per l’Italia”, alla “coerenza”, perfino al “rispetto degli avversari”. Eppure basta una fotografia della storia — una sola, nemmeno troppo ingiallita — per vedere cosa si sta tentando di normalizzare davanti ai nostri occhi. Perché Almirante non fu semplicemente un leader della destra italiana. Fu il segretario di redazione de La Difesa della Razza, uno degli strumenti più infami della propaganda antisemita fascista. Non un dettaglio laterale. Non una parentesi giovanile. Non una macchia accidentale dentro una biografia altrimenti limpida. No. Una scelta politica, culturale e morale.

E allora il punto diventa inevitabilmente un altro: che paese stiamo diventando, se una presidente del Consiglio può rendere omaggio con toni quasi affettuosi a una figura del genere senza provocare un terremoto civile? In una democrazia davvero vigile, davvero consapevole della propria storia, un simile tributo aprirebbe una discussione nazionale feroce. Qui invece scivola via tra mezze polemiche, dichiarazioni rituali e il solito teatrino televisivo che trasforma tutto in marketing. È questa la vera vittoria del revisionismo contemporaneo: non l’assoluzione giuridica del fascismo, ma la sua deodorazione sentimentale.

Il fascismo, oggi, non viene quasi mai difeso apertamente. Sarebbe troppo compromettente persino per una destra ormai spregiudicata. Viene però accarezzato. Reso umano. Addolcito. Gli si tolgono gli spigoli, gli si limano i crimini, gli si costruisce attorno una nebbia emotiva fatta di nostalgia, ordine, patria, “tempi difficili”, “uomini complessi”. È il trucco più vecchio della storia: spostare la discussione dalla responsabilità morale alla simpatia personale. Così il gerarca diventa “uno che amava l’Italia”, il propagandista razzista diventa “un uomo delle istituzioni”, il collaboratore della barbarie si trasforma in un “patriota discusso”.

E attenzione: il problema non riguarda soltanto Giorgia Meloni. Sarebbe troppo comodo ridurre tutto a una polemica contingente. Giorgio Almirante è stato in Parlamento per quarantadue anni. Quarantadue. Ha attraversato la Prima Repubblica dialogando, trattando, venendo tollerato da una larga parte dell’arco costituzionale. La Democrazia Cristiana lo considerava utile nel grande gioco dell’equilibrio politico. Persino una parte del PCI, col passare del tempo, scelse la strada della normalizzazione reciproca. La Repubblica italiana, insomma, non ha mai davvero metabolizzato fino in fondo il rapporto con il proprio ventre fascista. Lo ha contenuto, certo. Ma raramente lo ha guardato negli occhi.

Oggi, però, si è fatto un passo ulteriore. Perché la nuova frontiera del revisionismo non consiste più nel dire “bisogna contestualizzare”. Consiste nel ribaltare il peso morale delle parole. E infatti Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, ha dichiarato che Almirante non fosse un convinto antisemita, ma qualcuno che “non si mostrò contrario”. Una frase che, da sola, racconta il collasso etico di un’intera classe dirigente.

“Non si mostrò contrario”. Che meravigliosa formula anestetica. Che sublime esercizio di codardia linguistica. È il linguaggio dell’assoluzione preventiva, il vocabolario dell’irresponsabilità elegante. È come dire che durante un linciaggio qualcuno non abbia colpito la vittima: si limitava a reggere la corda. Come se la complicità morale fosse un dettaglio tecnico. Come se costruire, dirigere e diffondere propaganda razzista fosse una forma di distrazione amministrativa.

Almirante non era un passante distratto sorpreso dagli eventi. Scriveva. Coordinava. Selezionava contenuti. Alimentava un apparato ideologico pensato per trasformare esseri umani in bersagli biologici e morali. Gli articoli pubblicati su La Difesa della Razza erano violentissimi, ossessionati dalla purezza razziale, impregnati di antisemitismo pseudo-scientifico. Non esiste alcuna ambiguità storica su questo punto. Nessuna. E soprattutto non esiste una vera autocritica successiva. Mai una presa di distanza netta, limpida, inequivocabile. Mai il riconoscimento pubblico dell’orrore.

Per questo la questione non è archivistica. È politica. Trasformare il razzismo da crimine storico a opinione discutibile, il fascismo da dittatura criminale a “fenomeno complesso che ha fatto anche cose buone”, significa preparare culturalmente il terreno alla deresponsabilizzazione collettiva. Ogni epoca produce il proprio linguaggio dell’indulgenza. Negli anni Trenta era la retorica della razza e della nazione. Oggi è quella della memoria condivisa, della pacificazione, della “fine delle ideologie”. Cambiano le parole, resta identico il meccanismo: svuotare il male della sua gravità morale.

E qui emerge il nodo più inquietante. Perché quando certe formule vengono pronunciate non da un nostalgico marginale, ma dalla seconda carica dello Stato, smettono di essere opinioni personali. Diventano pedagogia pubblica. Educazione sentimentale di massa. Suggeriscono implicitamente che l’antisemitismo, in fondo, non fosse poi una linea invalicabile. Che si possa essere “uomini delle istituzioni” anche dopo aver collaborato alla costruzione culturale dell’odio.

Ma la storia europea del Novecento ci insegna esattamente il contrario. L’orrore non nasce soltanto dai fanatici urlanti. Nasce soprattutto dall’immensa zona grigia dei “non contrari”. Dai tiepidi. Dai prudenti. Dai complici educati. Da chi non spinge materialmente qualcuno nel baratro, ma prepara il terreno affinché la caduta sembri naturale.

E allora torna alla mente quella frase amarissima scritta da Luisa Bianchi nel gennaio del 2025: “Il sessantennio della civiltà è finito”. Una frase che allora sembrava eccessiva, quasi apocalittica. Oggi, invece, appare terribilmente lucida. Perché la sensazione è proprio questa: che il lungo dopoguerra morale europeo stia lentamente esaurendo i propri anticorpi. La memoria si scolorisce. L’indignazione si affievolisce. I vecchi mostri rialzano la testa non più sotto forma di stivali e manganelli, ma con il sorriso televisivo della rispettabilità democratica.

E noi, intanto, dormiamo.

(Roberto De Santis)

Prompt:

intro: Giorgia Meloni ha scelto di celebrare Giorgio Almirante come un "uomo delle istituzioni" e un simbolo della destra italiana, rivendicandone l'eredità politica. Ma in un paese normale, una presidente del Consiglio non renderebbe omaggio con toni affettuosi a chi fu segretario di redazione de "La Difesa della Razza", il giornale che costruì l'orrore dell'antisemitismo fascista.

parte 1: Quello che vediamo non è solo un tributo sbagliato. È una bonifica morale del fascismo per via sentimentale: si parla di "amore per l'Italia" e "rispetto dell'avversario", come se le leggi razziali fossero una semplice sfumatura d'archivio. Il fascismo non viene più negato, ma accarezzato. E, naturalmente, rimpianto.

parte 2: Il problema non riguarda solo la Meloni. Almirante è stato alla Camera per 42 anni, ha partecipato a decine di governi, è stato tollerato da Dc e Pci. Oggi, però, la nuova frontiera del revisionismo la lancia Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato. In un'intervista, ha detto che Almirante non era un convinto antisemita, ma solo qualcuno che "non si mostrò contrario".

parte 3: È come dire che uno, durante un linciaggio, non ha picchiato nessuno: si è limitato a tenere la corda. Almirante non fu un passante distratto. Scriveva, selezionava, costruiva il messaggio razzista su "La Difesa della Razza". I suoi articoli non erano ambigui: erano violenti, antisemiti, inequivocabili. E non fece mai una vera autocritica.

parte 4: Trasformare il razzismo da crimine storico a opinione discutibile, il fascismo da dittatura a "qualcosa che ha fatto anche cose buone", è il lessico dell'assoluzione preventiva. Quando a usarlo è la seconda carica dello Stato, diventa una responsabilità politica. Perché essere "non contrari" all'odio significa, in fondo, esserne complici. E questo non va mai dimenticato.

parte 5: ma, come scriveva Luisa Bianchi nel gennaio 2025, il sessantennio della civiltà è finito. Difficile ipotizzare cosa ci aspetta. Di sicuro i vecchi mostri stanno tornando e noi dormiamo.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisco dove ritengo necessario.

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